Il fil rouge che collega i tre ultimi grandi tornei - lo Slam londinese e i Master 1000 di Toronto e Cincinnati - è Roger Federer finalista. Che non vince a Wimbledon perché Djokovic ha comunque più chance sui cinque set (6-7 6-4 7-6 5-7 6-4) e nemmeno in Canada perché Jo-Wilfried Tsonga è talmente incontenibile da mettere fuori gara prima di lui (7-5 7-6) altri due Fab Four, Djokovic e Murray, e il giovane di migliori speranze dell'intero lotto, Dimitrov. In Ohio, però, all'ultimo atto gli tocca David Ferrer, lo spagnolo-che-non-molla-mai. Dopo undici anni di sfide senza storia, Federer domina il primo set, va in crisi per 40 minuti, alla fine passa per 6-3 1-6 6-2, conquista il suo sesto titolo al W&S Open e l'ottantesimo in carriera, portando il conto dei testa-a-testa con Ferrer a 16 match contro nessuno e 32 set contro 6.
Come giudicare questa serie di risultati, corroborati a Cincinnati da convincenti partite contro avversari di provato valore come Murray o in gran spolvero come Raonic? I federeriani scalmanati, che sono ampia minoranza, hanno vissuto le sconfitte di Wimbledon e Toronto come dolorosi cedimenti e adesso non riescono a gustarsi la vittoria di ieri, seppure giunta a ridosso dello Slam newyorkese e a meno di un mese dalla semifinale di Davis con l'Italia a Ginevra. Solo un trionfo a Flushing Meadows potrebbe placarli. I federeriani con giudizio, cioè il resto del mondo, si danno l'un l'altro virtuali pacche sulle spalle perché una finale con Roger è comunque meglio di una con un protagonista diverso. A prescindere dal risultato.
A 33 anni compiuti da pochi giorni, Federer è il giocatore più efficace dell'estate 2014. Più di Novak Djokovic che non si riprende dai bagordi matrimoniali del 10 luglio in Montenegro, più di Rafael Nadal fermato dall'infortunio al polso destro subito in allenamento dopo Wimbledon, più di Andy Murray che sta attraversando la sua peggiore stagione dopo il divorzio professionale da Ivan Lendl, più degli under 24 Milos Raonic e Grigor Dimitrov ormai stabilmente Top Ten. Per restare competitivo, Roger doveva accorciare gli scambi per risparmiare energie e sfruttare al meglio la precisione e i perfetti tempi sulla palla. Nessuno più di lui - è stato il ragionamento del coach Stefan Edberg - dispone di caratteristiche polivalenti che gli consentono qualsiasi modifica nell'impostazione di gioco. Lo svedese ex numero 1 al mondo ha quindi deciso di far crescere i tassi di serve-and-volley e di risposte vincenti sul servizio avversario. Detto, provato e fatto.
Chi guarda in tv o dal vivo le partite di Roger nota questa differenza tattica. Eppure le statistiche dei due match Federer-Ferrer a Cincinnati - finale di ieri, quarti del 2009 - danno indicazioni non univoche rispetto a questa sensazione visiva. Come ieri, allora si giocò per 102 minuti ma i game furono quattro in più (3-6 6-3 6-4): dunque nella finale i game sono stati più combattuti e lunghi di quei lontani quarti, come conferma il numero delle palle di break (25 contro le 16 del 2009) che Federer è stato più efficace sia nel neutralizzare sia nel convertire in punti.
C'è dell'altro, dunque. Secondo me si tratta del fattore "serenità". Rispetto a un anno fa, quando in molti pensammo che il declino di Der König fosse inarrestabile, Roger gioca ora per divertirsi, si fa una risata quando spreca un match point (è successo ieri), è di ottimo umore anche quando perde e felice di portare in campo, di tanto in tanto, le gemelle insieme a Mirka, la moglie. Edberg ha un ruolo stabilizzatore in questo mix tecnico-psicologico, ed è un merito non da poco.
Sono convinto che l'attuale numero 3 al mondo possa essere protagonista anche agli UsOpen, che cominciano lunedì prossimo, soprattutto se Nadal darà forfait e Djokovic non ritroverà le motivazioni della prima metà dell'anno. Dopo il trionfo londinese, il serbo non è mai andato oltre il terzo turno (che per lui è il secondo, usufruendo nei Master 1000 del bye all'inizio del torneo). A Cincinnati è stato addirittura passato a fil di spada da Tommy Robredo (7-6 7-5), dal quale era stato sconfitto solo una volta nel 2005.
A New York Dimitrov, Raonic, forse Nick Kirgios, con più difficoltà Wawrinka, Murray, Tsonga e Ferrer tenteranno via via di opporsi allo svizzero e al numero 1 ATP, che avrà avuto dieci giorni per ritrovare se stesso. Quanto tutti vorremmo è un'altra semifinale o finale tra Roger e Nole. Così, per restare giovani ancora per un po'.
Twitter @claudiogiua
Come giudicare questa serie di risultati, corroborati a Cincinnati da convincenti partite contro avversari di provato valore come Murray o in gran spolvero come Raonic? I federeriani scalmanati, che sono ampia minoranza, hanno vissuto le sconfitte di Wimbledon e Toronto come dolorosi cedimenti e adesso non riescono a gustarsi la vittoria di ieri, seppure giunta a ridosso dello Slam newyorkese e a meno di un mese dalla semifinale di Davis con l'Italia a Ginevra. Solo un trionfo a Flushing Meadows potrebbe placarli. I federeriani con giudizio, cioè il resto del mondo, si danno l'un l'altro virtuali pacche sulle spalle perché una finale con Roger è comunque meglio di una con un protagonista diverso. A prescindere dal risultato.
A 33 anni compiuti da pochi giorni, Federer è il giocatore più efficace dell'estate 2014. Più di Novak Djokovic che non si riprende dai bagordi matrimoniali del 10 luglio in Montenegro, più di Rafael Nadal fermato dall'infortunio al polso destro subito in allenamento dopo Wimbledon, più di Andy Murray che sta attraversando la sua peggiore stagione dopo il divorzio professionale da Ivan Lendl, più degli under 24 Milos Raonic e Grigor Dimitrov ormai stabilmente Top Ten. Per restare competitivo, Roger doveva accorciare gli scambi per risparmiare energie e sfruttare al meglio la precisione e i perfetti tempi sulla palla. Nessuno più di lui - è stato il ragionamento del coach Stefan Edberg - dispone di caratteristiche polivalenti che gli consentono qualsiasi modifica nell'impostazione di gioco. Lo svedese ex numero 1 al mondo ha quindi deciso di far crescere i tassi di serve-and-volley e di risposte vincenti sul servizio avversario. Detto, provato e fatto.
Chi guarda in tv o dal vivo le partite di Roger nota questa differenza tattica. Eppure le statistiche dei due match Federer-Ferrer a Cincinnati - finale di ieri, quarti del 2009 - danno indicazioni non univoche rispetto a questa sensazione visiva. Come ieri, allora si giocò per 102 minuti ma i game furono quattro in più (3-6 6-3 6-4): dunque nella finale i game sono stati più combattuti e lunghi di quei lontani quarti, come conferma il numero delle palle di break (25 contro le 16 del 2009) che Federer è stato più efficace sia nel neutralizzare sia nel convertire in punti.
C'è dell'altro, dunque. Secondo me si tratta del fattore "serenità". Rispetto a un anno fa, quando in molti pensammo che il declino di Der König fosse inarrestabile, Roger gioca ora per divertirsi, si fa una risata quando spreca un match point (è successo ieri), è di ottimo umore anche quando perde e felice di portare in campo, di tanto in tanto, le gemelle insieme a Mirka, la moglie. Edberg ha un ruolo stabilizzatore in questo mix tecnico-psicologico, ed è un merito non da poco.
Sono convinto che l'attuale numero 3 al mondo possa essere protagonista anche agli UsOpen, che cominciano lunedì prossimo, soprattutto se Nadal darà forfait e Djokovic non ritroverà le motivazioni della prima metà dell'anno. Dopo il trionfo londinese, il serbo non è mai andato oltre il terzo turno (che per lui è il secondo, usufruendo nei Master 1000 del bye all'inizio del torneo). A Cincinnati è stato addirittura passato a fil di spada da Tommy Robredo (7-6 7-5), dal quale era stato sconfitto solo una volta nel 2005.
A New York Dimitrov, Raonic, forse Nick Kirgios, con più difficoltà Wawrinka, Murray, Tsonga e Ferrer tenteranno via via di opporsi allo svizzero e al numero 1 ATP, che avrà avuto dieci giorni per ritrovare se stesso. Quanto tutti vorremmo è un'altra semifinale o finale tra Roger e Nole. Così, per restare giovani ancora per un po'.
Twitter @claudiogiua