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Federer si vendica dello sgarbo
per Raonic a Londra è buio pesto

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Immaginate un mondiale con in lizza solo le prime otto nazionali della classifica FIFA, che a fine ottobre erano, nell'ordine, Germania, Argentina, Colombia, Belgio, Olanda, Brasile, Francia e Uruguay. Avrebbe senso? Niente italiani né spagnoli, pur campioni del 2006 in Germania e del 2010 in Sudafrica. Fuori l'Inghilterra, nemmeno un'africana. Impensabile. Una formula così funziona nel tennis, che è sport più "matematico": i tornei di prima fascia sono molti, dai quattro Slam ai nove Masters 1000 fino agli undici Masters 500 e ai quaranta 250, dunque la selezione è accurata, maniacalmente puntuale. I magnifici 4+4 si affrontano in novembre nei due gironi delle londinesi ATP World Tour Finals. Eppure, come ho già avuto modo di dire, a me piacciono gli "underdog", quelli che nessuno dà per favoriti e che di tanto in tanto mandano a casa i big. Qui, sui campi blu della O2 Arena, sono tutti campioni, ognuno può legittimamente puntare al titolo, i match appaiono spesso sublimi. Ma manca qualcosa.

Alcuni risultati degli ultimi due mesi e quelli della giornata d'esordio del supertorneo degli All Stars danno già indicazioni esplicite. Stando a quanto visto al 1000 di Bercy finito domenica scorsa, è Novak Djokovic (6-2 6-3 ai danni di Milos Raonic) l'uomo da battere. Il serbo arriva a Londra da numero 1 davanti a Roger Federer, che in ottobre ha vinto il Masters 500 a Basilea (6-2 6-2 a David Goffin) e, prima, il 1000 a Shangai (7-6 7-6 a Gilles Simon). Nel 2014 come nel 2013 non s'è preso uno Slam, è vero, però ha fatto persino di meglio: è stato capace a 33 anni di tornare a un passo dal vertice della classifica partendo dalla sesta posizione d'inizio stagione. Non mi risultano precedenti.

Fresco reduce dal successo al 500 di Valencia (3-6 7-6 7-6 a Tommy Robredo), sulla carta Andy Murray è di nuovo competitivo. Kei Nishikori e Marian Cilic sono stati in settembre gli inattesi protagonisti di Flushing Meadows (trionfo del croato per 6-3 6-3 6-3), primo Slam da dieci anni in qua senza Roger, Rafa, Nole o Andy in finale. In seguito il giapponese s'è preso il trofeo di casa, il 500 di Tokio, dove ha contenuto Milos Raonic per 7-6 4-6 6-4. Sono questi sei i protagonisti della Finals, più Stanislas Wawrinka, che in stagione ha vinto il 250 a Chennai e lo Slam australiano in gennaio e il 1000 a Monte Carlo in aprile, e Tomas Berdych, che nell'anno ha vinto l'invernale 500 di Rotterdam e, in ottobre, il 250 di Stoccolma. Non sono i gara a Londra i due veterani spagnoli, l'infortunato Rafael Nadal e il meno efficace, rispetto agli anni passati, David Ferrer.

La domenica londinese chiarisce ulteriormente il quadro. Si comincia con il Gruppo B. Nel pomeriggio Nishikori domina Murray che, pur sostenuto a gran voce dal pubblico di casa, riesce a prendere il comando del gioco solo quando, sotto per 3-0 nel secondo set, recupera fino al 4 pari. Poi, come già nel primo set, non riesce a tenere il proprio turno di servizio e si lascia travolgere. Il doppio 6-4 conferma l'eccellente momento di Nishikori e rafforza la sua attuale quinta posizione nel ranking ATP. Lo scozzese appare invece in buona forma fisica - anche se, come suo costume, lamenta un guaio al polpaccio sinistro - e in totale confusione tattica. Difende bene, attacca poco e male. Il passaggio di coaching da Ivan Lendl ad Amelie Mauresmo non gli ha giovato.

Alla tredicesima partecipazione consecutiva alle Finals (ne ha vinte sei), Roger Federer affronta in serata Milos Raonic, che dieci giorni fa lo aveva eliminato di misura nei quarti di Bercy (7-6 7-5). All'inizio lo svizzero sembra un altro rispetto ad allora. Serve una palla veloce e lavorata che il montenegrino naturalizzato canadese fatica a controllare. Avanza appena possibile, ligio agli insegnamenti di Stefan Edberg che gli raccomanda di accorciare gli scambi. Risponde in tutta sicurezza alle bordate di servizio dell'avversario, spesso oltre i 220 all'ora. Chiude il primo set sul 6-1 in 25 minuti.

Nel secondo set cambia il copione del match. Raonic sfrutta meglio il vantaggio che si procura regolarmente con il servizio pur se Federer lo innervosisce spostandolo lungo la linea di fondo e chiamandolo spesso a rete. Il lungo terzo game è un braccio di ferro che s'intuisce decisivo per il canadese, che alla fine ce la fa a restare in corsa grazie a due ace centrali. Nel quarto game, alla risposta, ha tre occasioni per prendere il largo, che lo svizzero annulla. Seguito attentamente dagli spalti da Ivan Ljubicic e Riccardo Piatti, il giovane canadese non cede più il servizio. Con qualche rischio di troppo, Federer - inevitabilmente non più vicino alla perfezione come nel primo set - riesce a conquistare il diritto a disputare il tie break. Che non ha storia: serve splendidamente, non dà tregua a Raonic e lo costringe all'errore multiplo. Lo lascia a zero. 6-1 7-6: una vendetta sudata, che vale anche la residua chance di arrivare a fine stagione da numero 1 al mondo. Domani tocca a Djokovic (opposto a Cilic) rispondergli.
@claudiogiua