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Djokovic contro Federer, un'altra finale da antologia

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Ho seguito le due semifinali dell'O2 Arena sul mio iPad. La prima all'alba, l'altra all'ora di pranzo. Passato rapidamente per Londra, per lavoro sono infatti approdato a Phoenix, improbabile città americana esattamente alla stessa latitudine di Bagdad in Iraq, costruita sulle rive di un fiume prosciugato per umana insipienza. In Arizona l'unica stella locale del tennis non la ricorda nessuno, perché è morta a quasi novant'anni nel 1997: Helen Jacobs, che da singolarista vinse gli Championships a Wimbledon nel 1936 e gli UsOpen dal 1932 al '35. Sbarcò anche a Roma nel 1934, trionfando sia in singolo sia in doppio. Fu numero 1 nel 1936. Durante la seconda guerra mondiale ebbe il grado di commander nella Marina, come riuscì a sole altre quattro donne. Era nell'intelligence. Non nascose mai la propria omosessualità in tempi in cui non era una scelta facile (non lo è nemmeno adesso) e visse sempre con la stessa compagna. Nel 1933 si presentò sul centrale di Wimbledon con i pantaloncini da uomo: nessuna aveva osato farlo prima di lei.

Probabile che nessuno dei semifinalisti di Londra abbia mai sentito nominare Helen Jacobs. Troppo giovani e impegnati a costruire la propria carriera per leggere qualche libro sul proprio sport. Il 29 dicembre Kei Nishikori, numero 5 del ranking ATP, compirà 25 anni mentre Novak Djokovic, ATP 1, ne ha festeggiati 27 alla vigilia del Roland Garros, il 22 maggio. Stan Wawrinka, ATP 4, a marzo doppierà quota 30 e Roger Federer, ATP 2, il prossimo agosto sarà un trentaquattrenne in perfetta forma. C'è lo spazio di due generazioni tennistiche tra i quattro al penultimo passaggio delle Finals londinesi, i giocatori che rappresentano il meglio della stagione 2014 (manca solo Nadal, ATP 3, infortunato). Alla faccia dell'età, dei titoli, dell'esperienza, della conta dei premi vinti e di tutto il resto, oggi sul campo blu e azzurro della O2 Arena succede che i favoriti tremino e gli underdog sperino. Uno dei due addirittura sfiora l'impresa. Invece ci sarà la finale più attesa, quella della rivincita di luglio, quando a Wimbledon Djokovic prevalse al quinto set su Federer per 6-7 6-4 7-6 5-7 6-4.

Cominciamo dalla fine, dalla semifinale della serata che vede di fronte i due che il prossimo week proveranno insieme a conquistare una storica Coppa Davis contro i francesi, a casa loro. Roba forte anche qui, roba che durerà quasi tre ore.

Non c'è più un perdente designato nell'infinito duello rossocrociato (il testa-a-testa registra un 14-2 a favore di Federer, ma l'ultimo scontro importante, a Monte Carlo, l'ha vinto Wawrinka). Stan entra in campo sicuro di sé come non è mai stato nel girone, tiene a lungo sotto scacco Roger, si prende un vantaggio striminzito e riesce a conservarlo per il set (6-4). Durissimo il secondo set. Federer ritrova il senso del campo e la calma, serve senza affanni ma per cinque turni non ce la fa a infilare un bastone nella ruota del servizio potente del vincitore di Melbourne, che piazza delle seconde persino più insidiose delle prime, sempre angolate e cariche di effetto. Si va avanti per 55 minuti con scambi tirati, ancorché spesso fallosi, finché Federer trova l'occasione giusta prima della tombola del tie-break e non se la fa sfuggire: 7-5 per lui.

Inesorabile arriva il calo di tensione, con Wawrinka che ne approfitta per ottenere il break in apertura del terzo set. Poi si riprende sullo stesso copione: Stan implacabile al servizio, Roger che fatica a non perdere contatto e, sul 3-2 con Stan al servizio, sbaglia uno smash da centro campo come gli è accaduto dieci volte - forse - nell'ultimo lustro.

Un ragazzo americano che, nella sede della Walter Cronkite School of Journalism, s'è seduto al mio fianco per vedere il match esclama: "It's over". Never say cat, gli avrebbe ribattuto Trapattoni. Stan si scompone quand'è avanti per 4-3 e concede due palle del controbreak, che l'amico-avversario non trasforma. Si guardano, i due, e sorridono. Arrivano altre due chance di controbreak nel decimo gioco. La seconda è quella buona per Roger. Non è la giornata più fortunata di Stan. Si va dritti al tie break, che resta sul filo della parità assoluta. Siccome non si è già stato sei volte Grande Maestro per nulla, alla fine passa Federer (8-6). Ma la fatica di 2 ore e 48 minuti di battaglia alla svizzera (sarebbe da chiedere a Luthi, capitano della nazionale, cosa ne pensa) domani si farà sentire.

Nella semifinale del pomeriggio, a Djokovic nel set d'apertura bastano 23 minuti per piegare le flebile resistenza di Nishikori, letteralmente annichilito dall'aggressività e dall'inventiva dell'avversario, che nei sette game sbaglia un solo colpo, quello che precede il ko, mettendo fuori di millimetri un diritto lungolinea campo vuoto.

Quando Nole, mobilissimo e in grado di rispondere a qualsiasi attacco per quanto potente e angolato, ottiene il break all'inizio del secondo set, penso che la partita sia destinata a finire in meno di 50 minuti. Mi sbaglio. Nishikori ha il sussulto d'orgoglio chiesto a gran voce dalle comitive di connazionali sulle tribune e comincia a macinare gioco. Recupera subito lo svantaggio e costringe il serbo a non abbassare la guardia per nemmeno un secondo. E' Djokovic ora a soffrire. Non riesce più a servire con efficacia e deve subire l'iniziativa dell'avversario. Che si piazza a centro campo a distribuire palle sulle righe a destra e poi a sinistra confermando la propria eccellenza soprattutto con il diritto esploso dall'alto in basso. Mantiene con tranquillità il proprio servizio fino al 4-3 a favore, quando chiede l'intervento medico e la fasciatura leggera al polso destro. Sembra un segnale di difficoltà e invece Kei ottiene il break che gli consente di andare a servire per il set. E lo conquista in scioltezza dopo 37 minuti. E' il primo perso dal serbo a Londra quest'autunno.

Poi, improvvisamente, per la seconda volta, il momentum della partita cambia. Il terzo set è un soliloquio di Novak Djokovic, con Nishikori allibito spettatore: tutto quello che gli era riuscito per mezz'ora non funziona più, né il servizio, né i cross, nemmeno le accelerazioni di diritto. Di fatto, s'arrende. La partita si chiude su un suo doppio fallo. Il  6-1 3-6 6-0 è eloquente. Ci riproverà, l'idolo delle folle del Sol Levante.
Twitter @claudiogiua