Nei tornei di tennis, quanto m'appassiona accade prima. Prima che le seconde file smettano di dare filo da torcere ai campioni. Prima che il pubblico decida definitivamente di stare con il più forte di tutti, che nell'ecosistema è pulsione primaria e maggioritaria. Prima, infine, che la giornata giri intorno a una sola partita. Per questi motivi consiglio sempre agli amici di seguire i turni iniziali, quelli delle sorprese su tanti campi (ricordatevene, per gli Internazionali di Roma). Le finali, pur vedendone decine ogni anno, m'intrigano il giusto. A meno che si tratti di Federer vs. Djokovic.
Ci sono quindi rimasto male quand'ho saputo, al termine della finale di doppio vinta dai soliti gemelli Bryan su Dodig e Melo, che lo svizzero numero 2 al mondo non sarebbe sceso in campo. Ha scritto su Facebook che s'è fatto male alla schiena alla fine della semifinale con Stan Wawrinka, che pure è riuscito a vincere quasi miracolosamente. È evidente che Roger, d'accordo con il capitano rossocrociato Lüthi, non vuol rischiare di saltare tra cinque giorni la finale di Davis, che è l'unico grande trofeo, con le Olimpiadi, che non ha mai conquistato. C'è da capirlo: battere i francesi a Lilla è questione nazionale da Ginevra ai Grigioni, da Lucerna a Lugano.
Un'occhiata ai confronti di carriera e diretti tra Roger e Novak fa cogliere con nettezza perché sarebbe stata una gran partita. Lo svizzero ha vinto 17 Slam, 6 ATP World Tour Finals, 23 Masters 1000, 14 ATP 500, 22 ATP 250. Il serbo 7 Slam, 4 ATP World Tour Finals, 20 Masters 1000, 11 ATP 500, 6 ATP 250. Nei testa-a-testa prevale Roger, di sei anni più anziano, ma di un niente: 19 contro 18 dopo il non-risultato di oggi. Negli ultimi 12 mesi i due s'erano affrontati 6 volte, alternando i successi. Se in autunno nel round robin delle Finals londinesi toccò a D. prevalere (6-4 6-7 6-2), in primavera in semi a Dubai passò F. (3-6 6-3 6-2) e all'ultimo atto di Indian Wells si rifece sotto D. (6-3 3-6 7-6). Sulla terra di Monte Carlo F. impartì all'avversario una dura lezione in semifinale (7-5 6-2). D. rispose in luglio con la sofferta vittoria a Wimbledon (6-7 6-4 7-6 5-7 6-4). Poiché nella recente semifinale di Shangai F. s'era procurato il classico 6-4 6-4, la democratica legge dell'alternanza avrebbe oggi garantito, se rispettata, il successo di D. È accaduto, ma ci sarebbe piaciuto che fosse un match a deciderlo.
Il grande pubblico della O2 Arena festeggia dunque Nole, che ringrazia senza esagerare in smancerie dopo le polemiche dei giorni scorsi e accetta comunque di esibirsi affrontando Andy Murray. Il serbo non è il più amato dai londinesi, ma da qualche tempo anche lo scozzese ha quotazioni mediatiche in calo da queste parti. Il bagno di folla senza eccessi agonistici fa bene a entrambi. Resta il fatto che in queste Finals è Djokovic ad aver mostrato il tennis migliore. E che sarà ancora lui, nel 2015, l'uomo da battere.
Twitter@claudiogiua
Ci sono quindi rimasto male quand'ho saputo, al termine della finale di doppio vinta dai soliti gemelli Bryan su Dodig e Melo, che lo svizzero numero 2 al mondo non sarebbe sceso in campo. Ha scritto su Facebook che s'è fatto male alla schiena alla fine della semifinale con Stan Wawrinka, che pure è riuscito a vincere quasi miracolosamente. È evidente che Roger, d'accordo con il capitano rossocrociato Lüthi, non vuol rischiare di saltare tra cinque giorni la finale di Davis, che è l'unico grande trofeo, con le Olimpiadi, che non ha mai conquistato. C'è da capirlo: battere i francesi a Lilla è questione nazionale da Ginevra ai Grigioni, da Lucerna a Lugano.
Un'occhiata ai confronti di carriera e diretti tra Roger e Novak fa cogliere con nettezza perché sarebbe stata una gran partita. Lo svizzero ha vinto 17 Slam, 6 ATP World Tour Finals, 23 Masters 1000, 14 ATP 500, 22 ATP 250. Il serbo 7 Slam, 4 ATP World Tour Finals, 20 Masters 1000, 11 ATP 500, 6 ATP 250. Nei testa-a-testa prevale Roger, di sei anni più anziano, ma di un niente: 19 contro 18 dopo il non-risultato di oggi. Negli ultimi 12 mesi i due s'erano affrontati 6 volte, alternando i successi. Se in autunno nel round robin delle Finals londinesi toccò a D. prevalere (6-4 6-7 6-2), in primavera in semi a Dubai passò F. (3-6 6-3 6-2) e all'ultimo atto di Indian Wells si rifece sotto D. (6-3 3-6 7-6). Sulla terra di Monte Carlo F. impartì all'avversario una dura lezione in semifinale (7-5 6-2). D. rispose in luglio con la sofferta vittoria a Wimbledon (6-7 6-4 7-6 5-7 6-4). Poiché nella recente semifinale di Shangai F. s'era procurato il classico 6-4 6-4, la democratica legge dell'alternanza avrebbe oggi garantito, se rispettata, il successo di D. È accaduto, ma ci sarebbe piaciuto che fosse un match a deciderlo.
Il grande pubblico della O2 Arena festeggia dunque Nole, che ringrazia senza esagerare in smancerie dopo le polemiche dei giorni scorsi e accetta comunque di esibirsi affrontando Andy Murray. Il serbo non è il più amato dai londinesi, ma da qualche tempo anche lo scozzese ha quotazioni mediatiche in calo da queste parti. Il bagno di folla senza eccessi agonistici fa bene a entrambi. Resta il fatto che in queste Finals è Djokovic ad aver mostrato il tennis migliore. E che sarà ancora lui, nel 2015, l'uomo da battere.
Twitter@claudiogiua