Tra qui e domenica Eurosport riproporrà tre o quattro volte la semifinale Djokovic-Wawrinka degli Australian Open. Non perdetevela o, nel caso, rivedetela. Sono loro, il numero 1 e il numero 4 al mondo, i titolari del tennis più convincente d'inizio stagione. E, almeno per me, di quello più concreto e persino divertente. Anche se qualcuno - come leggerete se avrete la pazienza di arrivare alla fine - la pensa diversamente.
Si conoscono bene, Nole e Stan. Prima di oggi si erano affrontati 19 volte, con 16 vittorie del serbo. Nello Slam invernale lo svizzero aveva sì perso due anni fa per un soffio negli ottavi di finale (1-6 7-5 6-4 6-7 12-10) ma s'era vendicato dodici mesi dopo in un match altrettanto equilibrato (2-5 6-4 6-2 3-6 9-7) nei quarti. Sono due giocatori nel pieno della maturità. Djokovic, classe 1987, che in curriculum ha già quattro finali a Melbourne (2008, 2011, 2012 e 2013, tutte vinte), è via via più essenziale e pragmatico. Concede meno di un tempo allo spettacolo, è cauto quando serve (troppo?), punta sulla capacità di tenere gli scambi piantandosi a centro campo fino a costringere l'avversario a sbagliare, ha un livello d'errore - soprattutto di rovescio - tendente allo zero. Wawrinka, 1985, che nella Rod Laver Arena ha trionfato l'anno scorso contro un Rafael Nadal con il freno tirato, usa come al solito con efficacia l'arma del servizio, si prende più rischi, scende spesso a rete e usa con maestria il suo splendido rovescio a una mano. Sia nel set d'apertura, sia nel secondo è lui a ottenere il primo break e a costringere il serbo a inseguire (missione riuscita solo nel primo caso).
Già sapete il risultato finale: va in finale Nole grazie a un risultato, 7-6 3-6 6-4 4-6 6-0, che fotografa con accuratezza quanto visto in campo per quattro set. Il quinto è stato un'altra storia. Stan, azzardo, non è mai stato in condizioni psicofisiche così buone. Era in serie positiva dalla semifinale delle ATP World Tour Finals londinesi in novembre, quando perse contro Federer. È sicuro dei propri mezzi, come dimostra nel terzo set quando rischia di trovarsi sotto 0-4 e invece recupera fino al 3 pari. Al servizio nel quarto gioco del quarto set riesce a risorgere da 0-40, a riportarsi in pari e a conquistare poco dopo un break pesantissimo: non so quanti altri dei Top Ten sarebbero in grado di fare altrettanto con Djokovic come avversario.
Allo stesso modo, talvolta Nole dà il meglio di sé quando si trova in difficoltà. Subita la rimonta nel terzo set, nel decimo game, mentre è avanti 5-4 con Wawrinka al servizio, ottiene il punto decisivo con un lungolinea ai rovescio che sorprende in contropiede l'avversario. Da manuale.
Il quinto set nel segno del numero 1 dev'essere raccontato passo passo. Il primo tormentato game vede Nole in difficoltà, costretto a rischiare il break per una palla contestata e a dover recuperare in extremis. Subito dopo però Stan concede ingenuamente il break. Il serbo mette a regime la concentrazione e, soprattutto, la misura perfette e va sul 3-0. Nell'ansia di non perdere il contatto, lo svizzero al servizio alza il tasso di rischio dei propri colpi e va fuori giri: 4-0. Il serbo continua a non forzare la prima di servizio e dunque a dover lavorare molto per non perdere il proprio turno; il quinto game è una sequenza di suoi vantaggi che non si concretizzano fino a un inatteso ace (saranno in tutto cinque, la metà rispetto a Wawrinka): 5-0. L'ultimo gioco è senza storia.
Poiché ognuno giudica i match con occhi e metri diversi, trovo interessante il sintetico giudizio del mio personal technical advisor Paolo, in tempo reale: "Partita di livello più basso rispetto a quella dello scorso anno. Djokovic è stato inspiegabilmente remissivo e non ha dominato lo scambio da fondo. Ha vinto perché Wawrinka non ha giocato il suo miglior tennis, apparendo meno rapido negli spostamenti e decisamente inferiore dal lato del servizio, con la percentuale di punti sulla prima palla crollata dal 79% del 2014 al 64 di oggi. Proprio per questo motivo tutti i game di Wawrinka sono durati più a lungo di quanto avrebbe voluto, non permettendogli di conservare freschezza per i turni in risposta e facendolo arrivare al quinto set con pochissime energie residue". Interessante, comunque.
La finale di domenica sarà necessariamente bella. In un tweet il mio simpatico lettore, Michele Pascolini, sostiene che il già tre volte finalista degli Australian Open (2010, 2011, 2013) Andy Murray "è in forma strepitosa, esibisce tattiche intelligenti, colpi geniali e divisa guardabile. Calzetti a parte, forse merita". Novak, in massima sintesi, è solido e determinato e, in quanto ad abbigliamento, ha calzetti bianchi e un rassicurante sobrio completo Uniqlo blu-azzurro. Ideali per la sua quindicesima finale in uno Slam. Nell'attesa agonistico-estetica, godiamoci domani le finali della mattinata italiana, prima con Serena Williams vs. Maria Sharapova, poi con Simone Bolelli e Fabio Fognini vs. i francesi Nicolas Mahut e Pierre-Hugues Herbert. Sono ottimista.
@claudiogiua
Si conoscono bene, Nole e Stan. Prima di oggi si erano affrontati 19 volte, con 16 vittorie del serbo. Nello Slam invernale lo svizzero aveva sì perso due anni fa per un soffio negli ottavi di finale (1-6 7-5 6-4 6-7 12-10) ma s'era vendicato dodici mesi dopo in un match altrettanto equilibrato (2-5 6-4 6-2 3-6 9-7) nei quarti. Sono due giocatori nel pieno della maturità. Djokovic, classe 1987, che in curriculum ha già quattro finali a Melbourne (2008, 2011, 2012 e 2013, tutte vinte), è via via più essenziale e pragmatico. Concede meno di un tempo allo spettacolo, è cauto quando serve (troppo?), punta sulla capacità di tenere gli scambi piantandosi a centro campo fino a costringere l'avversario a sbagliare, ha un livello d'errore - soprattutto di rovescio - tendente allo zero. Wawrinka, 1985, che nella Rod Laver Arena ha trionfato l'anno scorso contro un Rafael Nadal con il freno tirato, usa come al solito con efficacia l'arma del servizio, si prende più rischi, scende spesso a rete e usa con maestria il suo splendido rovescio a una mano. Sia nel set d'apertura, sia nel secondo è lui a ottenere il primo break e a costringere il serbo a inseguire (missione riuscita solo nel primo caso).
Già sapete il risultato finale: va in finale Nole grazie a un risultato, 7-6 3-6 6-4 4-6 6-0, che fotografa con accuratezza quanto visto in campo per quattro set. Il quinto è stato un'altra storia. Stan, azzardo, non è mai stato in condizioni psicofisiche così buone. Era in serie positiva dalla semifinale delle ATP World Tour Finals londinesi in novembre, quando perse contro Federer. È sicuro dei propri mezzi, come dimostra nel terzo set quando rischia di trovarsi sotto 0-4 e invece recupera fino al 3 pari. Al servizio nel quarto gioco del quarto set riesce a risorgere da 0-40, a riportarsi in pari e a conquistare poco dopo un break pesantissimo: non so quanti altri dei Top Ten sarebbero in grado di fare altrettanto con Djokovic come avversario.
Allo stesso modo, talvolta Nole dà il meglio di sé quando si trova in difficoltà. Subita la rimonta nel terzo set, nel decimo game, mentre è avanti 5-4 con Wawrinka al servizio, ottiene il punto decisivo con un lungolinea ai rovescio che sorprende in contropiede l'avversario. Da manuale.
Il quinto set nel segno del numero 1 dev'essere raccontato passo passo. Il primo tormentato game vede Nole in difficoltà, costretto a rischiare il break per una palla contestata e a dover recuperare in extremis. Subito dopo però Stan concede ingenuamente il break. Il serbo mette a regime la concentrazione e, soprattutto, la misura perfette e va sul 3-0. Nell'ansia di non perdere il contatto, lo svizzero al servizio alza il tasso di rischio dei propri colpi e va fuori giri: 4-0. Il serbo continua a non forzare la prima di servizio e dunque a dover lavorare molto per non perdere il proprio turno; il quinto game è una sequenza di suoi vantaggi che non si concretizzano fino a un inatteso ace (saranno in tutto cinque, la metà rispetto a Wawrinka): 5-0. L'ultimo gioco è senza storia.
Poiché ognuno giudica i match con occhi e metri diversi, trovo interessante il sintetico giudizio del mio personal technical advisor Paolo, in tempo reale: "Partita di livello più basso rispetto a quella dello scorso anno. Djokovic è stato inspiegabilmente remissivo e non ha dominato lo scambio da fondo. Ha vinto perché Wawrinka non ha giocato il suo miglior tennis, apparendo meno rapido negli spostamenti e decisamente inferiore dal lato del servizio, con la percentuale di punti sulla prima palla crollata dal 79% del 2014 al 64 di oggi. Proprio per questo motivo tutti i game di Wawrinka sono durati più a lungo di quanto avrebbe voluto, non permettendogli di conservare freschezza per i turni in risposta e facendolo arrivare al quinto set con pochissime energie residue". Interessante, comunque.
La finale di domenica sarà necessariamente bella. In un tweet il mio simpatico lettore, Michele Pascolini, sostiene che il già tre volte finalista degli Australian Open (2010, 2011, 2013) Andy Murray "è in forma strepitosa, esibisce tattiche intelligenti, colpi geniali e divisa guardabile. Calzetti a parte, forse merita". Novak, in massima sintesi, è solido e determinato e, in quanto ad abbigliamento, ha calzetti bianchi e un rassicurante sobrio completo Uniqlo blu-azzurro. Ideali per la sua quindicesima finale in uno Slam. Nell'attesa agonistico-estetica, godiamoci domani le finali della mattinata italiana, prima con Serena Williams vs. Maria Sharapova, poi con Simone Bolelli e Fabio Fognini vs. i francesi Nicolas Mahut e Pierre-Hugues Herbert. Sono ottimista.
@claudiogiua