Mica facile commentare uno Slam per Repubblica.it. Giacché Massimo Mazzitelli, che guida la sezione sport del sito, pretende giustamente che il mio articolo sia pronto subito dopo la fine del match, mi tocca arrischiare cronache e giudizi senza tante possibilità di controllo e confronto, scrivendo in diretta mentre i giocatori sono in campo. Sto invece buttando giù questo autopistolotto iniziale - di cui spero mi farete venia - solo alla fine del primo set giocato da Djokovic e Murray e vinto 7-6 dal primo (7-5 il risultato del tie break), nell'attesa che il serbo si faccia medicare la mano destra infortunata in un rovinoso scivolone reso peraltro inutile da nastro che ha deviato di millimetri un passante incrociato dello scozzese. Apro adesso sull'iPad l'app My Writing - la consiglio, tiene conto di righe e caratteri - perché per 72 minuti non ho potuto staccare gli occhi dal blu marino del plexicushion della Rod Laver Arena, sul quale il numero 1 e il nuovo numero 3 ATP hanno esibito, almeno per alcuni tratti, il tennis migliore degli Australian Open 2015.
Certo, in passato entrambi i finalisti di Melbourne sono stati più efficaci e spettacolari - in particolare Nole nel 2011 dei record e Andy nel 2012 delle Olimpiadi e degli UsOpen - eppure nessun altro è in questo momento in grado di esprimersi al loro livello. Mobili e reattivi seppur meno esplosivi con la prima di servizio, fanno della risposta e della variazione improvvisa di ritmo durante lunghi violenti scambi da fondo campo le loro armi migliori. Nel primo set si susseguono i break (quattro) e nel secondo altrettanti, anche se più conseguenza di errori gratuiti che di vincenti. Il tennis dispendiosissimo viene in parte pagato nel secondo set, durante il quale s'alternano fasi di dominio a momenti di abulia equamente distribuiti fino all'inevitabile tie break, dove è il serbo a pagare (4-7) la fatica di altri 80 minuti di battaglia.
Nulla cambia nella terza frazione, durante la quale Djokovic migliora la performance al servizio, Murray migliora quelle alla risposta. Lo scozzese ha all'inizio l'occasione per prendere il largo e la spreca malamente. L'imperfetto equilibrio dura fino all'ottavo game, che il serbo strappa alla seconda occasione di break grazie a un doppio fallo. Ma i tempi di gioco si dimezzano perché né l'uno né l'altro riescono a tenere gli scambi interminabili delle due ore e mezza precedenti. Bastano 39 minuti per il 6-3 a favore Nole, che pure mi sembra soffrire la stanchezza di più dell'avversario.
Impressione sbagliata. Nel quarto set è Murray a perdere totalmente il controllo della propria prestazione: psicologicamente già sconfitto, meno mobile, quasi sempre in difesa, non più in grado di raggiungere gli schiaffi ad uscire di Djokovic. Che invece ritrova la felicità di strategia e di esecuzione del primo set. Il serbo prende le redini del match e le tiene strette per gli ultimi 28 minuti, quegli che gli servono per un 6-0 che gli vale il quinto titolo a Melbourne e l'ottavo Slam in carriera.
Credo che Murray, al di là del risultato di oggi, sia un campione totalmente ritrovato. Il passaggio di coaching da Ivan Lendl ad Amelie Mauresmo non gli sta togliendo i vecchi stimoli e gliene darà di nuovi. Indirettamente lo ammette nelle prime dichiarazione post-match: "Mi manca ancora qualcosa per diventare davvero vincente negli Slam". Sono convinto che a Wimbledon e a Flushing Meadows sarà competitivo come Nole.
Djokovic si conferma il più forte del circuito. Molto merito va al suo staff, che dal dicembre 2013 vede Boris Becker affiancare, con eccellenti risultati, l'allenatore storico Marian Vaida, slovacco. Così come determinanti sono certamente, considerata la maniacale attenzione di Nole per la preparazione fisica, il fisioterapista Milan Amanovic e il preparatore atletico Gebhard Phil-Gritsch. Anche se l'interessato dà gran parte del merito dell'attuale condizione alla moglie Jelena Ristic, sposata il luglio scorso, e al figlio Stefan, nato in ottobre.
Se nei testa a testa tra i quasi gemelli (28 anni a maggio entrambi, Murray è più vecchio di sette giorni) il serbo incrementa il vantaggio portandolo a 16 a 8, nelle finali di Slam torna a prevalere su Andy per 3-2. Che, alla fine, è quel che conta di più. Così come conta parecchio il fatto che da oggi i primi quattro del ranking ATP siano, nell'ordine, Novak Djokovic, Roger Federer, Andy Murray e Rafa Nadal. Déjà vi. I giovani turchi Nishikori, Raonic, Cilic e Dimitrov arrancano sparpagliati alle loro spalle, tengono a fatica Berdych e Wawrinka, sta uscendo di scena Ferrer. Rieccoli i FabFour, a dettar legge nel tennis mondiale. Per quel che mi riguarda: bentornati, ragazzi!
Twitter @claudiogiua
Certo, in passato entrambi i finalisti di Melbourne sono stati più efficaci e spettacolari - in particolare Nole nel 2011 dei record e Andy nel 2012 delle Olimpiadi e degli UsOpen - eppure nessun altro è in questo momento in grado di esprimersi al loro livello. Mobili e reattivi seppur meno esplosivi con la prima di servizio, fanno della risposta e della variazione improvvisa di ritmo durante lunghi violenti scambi da fondo campo le loro armi migliori. Nel primo set si susseguono i break (quattro) e nel secondo altrettanti, anche se più conseguenza di errori gratuiti che di vincenti. Il tennis dispendiosissimo viene in parte pagato nel secondo set, durante il quale s'alternano fasi di dominio a momenti di abulia equamente distribuiti fino all'inevitabile tie break, dove è il serbo a pagare (4-7) la fatica di altri 80 minuti di battaglia.
Nulla cambia nella terza frazione, durante la quale Djokovic migliora la performance al servizio, Murray migliora quelle alla risposta. Lo scozzese ha all'inizio l'occasione per prendere il largo e la spreca malamente. L'imperfetto equilibrio dura fino all'ottavo game, che il serbo strappa alla seconda occasione di break grazie a un doppio fallo. Ma i tempi di gioco si dimezzano perché né l'uno né l'altro riescono a tenere gli scambi interminabili delle due ore e mezza precedenti. Bastano 39 minuti per il 6-3 a favore Nole, che pure mi sembra soffrire la stanchezza di più dell'avversario.
Impressione sbagliata. Nel quarto set è Murray a perdere totalmente il controllo della propria prestazione: psicologicamente già sconfitto, meno mobile, quasi sempre in difesa, non più in grado di raggiungere gli schiaffi ad uscire di Djokovic. Che invece ritrova la felicità di strategia e di esecuzione del primo set. Il serbo prende le redini del match e le tiene strette per gli ultimi 28 minuti, quegli che gli servono per un 6-0 che gli vale il quinto titolo a Melbourne e l'ottavo Slam in carriera.
Credo che Murray, al di là del risultato di oggi, sia un campione totalmente ritrovato. Il passaggio di coaching da Ivan Lendl ad Amelie Mauresmo non gli sta togliendo i vecchi stimoli e gliene darà di nuovi. Indirettamente lo ammette nelle prime dichiarazione post-match: "Mi manca ancora qualcosa per diventare davvero vincente negli Slam". Sono convinto che a Wimbledon e a Flushing Meadows sarà competitivo come Nole.
Djokovic si conferma il più forte del circuito. Molto merito va al suo staff, che dal dicembre 2013 vede Boris Becker affiancare, con eccellenti risultati, l'allenatore storico Marian Vaida, slovacco. Così come determinanti sono certamente, considerata la maniacale attenzione di Nole per la preparazione fisica, il fisioterapista Milan Amanovic e il preparatore atletico Gebhard Phil-Gritsch. Anche se l'interessato dà gran parte del merito dell'attuale condizione alla moglie Jelena Ristic, sposata il luglio scorso, e al figlio Stefan, nato in ottobre.
Se nei testa a testa tra i quasi gemelli (28 anni a maggio entrambi, Murray è più vecchio di sette giorni) il serbo incrementa il vantaggio portandolo a 16 a 8, nelle finali di Slam torna a prevalere su Andy per 3-2. Che, alla fine, è quel che conta di più. Così come conta parecchio il fatto che da oggi i primi quattro del ranking ATP siano, nell'ordine, Novak Djokovic, Roger Federer, Andy Murray e Rafa Nadal. Déjà vi. I giovani turchi Nishikori, Raonic, Cilic e Dimitrov arrancano sparpagliati alle loro spalle, tengono a fatica Berdych e Wawrinka, sta uscendo di scena Ferrer. Rieccoli i FabFour, a dettar legge nel tennis mondiale. Per quel che mi riguarda: bentornati, ragazzi!
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