Il doping può perfino uccidere ma è talmente d'uso comune che è meglio legalizzarlo: così la pensa Sergio, padre e coach di Camila Giorgi, la più tosta giovane tennista italiana, una che vuole arrivare presto tra le prime dieci del ranking WTA. L'ha detto a Genova a Claudio Paglieri del Secolo XIX alla vigilia del primo turno del World Group della Fed Cup contro le francesi di capitan Amelie Mauresmo. Queste le sue parole esatte: "L'unica soluzione è lasciare il doping libero, la gente deve essere libera di drogarsi, se vuole. Io non permetterei mai che Camila lo facesse perché il doping ti distrugge, e nella vita non c'è solo il tennis, è importante stare bene dopo. Il tennis è un riassunto della vita. E nella vita c'è chi gioca sporco, usa i gomiti, gli sgambetti, o ti pianta un coltello nella schiena. La vita è una giungla e devi essere pronto a tutto".
Il problema è attuale, certo. La spiccia e cinica filosofia giorgiana non è tuttavia nemmeno una frazione della soluzione. Che Il proibizionismo non serva a nulla, che anzi faccia danni, lo sostengono in parecchi e da decenni, nella società civile. Per ragioni sostanzialmente differenti, però, non per rassegnazione e nemmeno perché iniettarsi eroina e sniffare cocaina sia un diritto nella giungla umana. Le criminalità organizzate costruiscono i propri imperi sul traffico degli stupefacenti e dunque metterne il commercio sotto il controllo degli stati abbatterebbe i prezzi al consumo e asciugherebbe le fonti di ricchezza per 'ndrangheta, camorra e cartelli vari. Nello sport è tutta un'altra storia. Rare patologie, valore economico limitato, eccesso d'ambizione e ingordigia: chi si dopa vuole solo truffare e rubare. Qui ogni abuso va represso e duramente sanzionato. Sergio Giorgi farebbe meglio ad adeguarsi alla figlia, che raramente s'inerpica su per impervie frasi multiple di oltre otto parole ciascuna.
Anche oggi, nella seconda partita della giornata inaugurale di uno dei confronti più classici del tennis femminile a squadre (les Bleus prevalgono per 6-3 nei precedenti dal 1970, ma le azzurre hanno vinto le ultime tre volte, nel 2006, nel 2007 e nel 2009), Camila ha detto sul campo quant'aveva da dire. Opposta ad Alizé Cornet, WTA 19, alla quale l'anno scorso scorso aveva ceduto d'un soffio (6-7 7-5 5-7) la sua prima importante finale WTA a Katowice, dopo essere stata sconfitta a Melbourne in gennaio e prima di batterla a Strasburgo, la ragazza di Macerata cresciuta in giro per il mondo ha riproposto se stessa, un metro e sessantotto di tennis urlato: servizio vicino ai 180, serve and volley come da schema riprovato mille volte, diritti e rovesci al limite (e spesso fuori), risposta aggressiva al servizio di Alizé. Che ci ha capito poco nel primo set, perso 6-4, nonostante sia stata frequentemente graziata da Camila, talvolta incapace di trovare un punto d'equilibrio tra la potenza e l'opportunità di pensare. Nemmeno la francese è tuttavia un gigante del pensiero moderno: anziché variare gioco, ha tentato di stare alle regole imposte da Camila anche nel secondo set, buscandole sonoramente: 6-2 in meno di un'ora e venti.
Nella prima partita nel 105 Stadium Sara Errani, reduce da un Australian Open in crescita, con le gambe e l'esperienza ha tamponato l'esuberanza fisica di Caroline Garcia, 21 anni, che sta mostrando, nonostante qualche momento di pausa, il miglior tennis femminile d'oltralpe di oggi. Negli ultimi mesi ha scalato il ranking WTA (è 30, un gradino prima di Camila), a Melbourne ha raggiunto il terzo turno eliminando la ex numero 1 russa Kuznetsova e cedendo solo alla canadese Bouchard. Mobile e potente, ha un braccio molto sensibile e tende a imporre lei il ritmo degli scambi, sia nei propri turni di sevizio sia approfittando della scarsa felicità della prima della romagnola, che Caroline aspetta oltre un metro dentro il rettangolo. Da lì ha piazzato spesso imprendibili passanti lungolinea. Oppure ha gettato malamente vie palle a prima vista facili, eppure molto lavorate dall'azzurra.
In effetti, dopo i guai invernali (una terrificante tosse), Sara sta ritrovando la forma migliore. Soffre ma non molla mai. Tiene gli cambi con pazienza, accorcia e allunga per togliere punti di riferimento all'avversaria. Non cerca vincenti, vuole costringere Garcia a sbagliare. È intelligente. Alla lunga - in un'ora e 52 minuti, per la precisione - ha ragione lei. Domani il match d'apertura tra le bombardiere Giorgi e Garcia potrebbe essere quello decisivo per passare il turno.
Twitter @claudiogiua
Il problema è attuale, certo. La spiccia e cinica filosofia giorgiana non è tuttavia nemmeno una frazione della soluzione. Che Il proibizionismo non serva a nulla, che anzi faccia danni, lo sostengono in parecchi e da decenni, nella società civile. Per ragioni sostanzialmente differenti, però, non per rassegnazione e nemmeno perché iniettarsi eroina e sniffare cocaina sia un diritto nella giungla umana. Le criminalità organizzate costruiscono i propri imperi sul traffico degli stupefacenti e dunque metterne il commercio sotto il controllo degli stati abbatterebbe i prezzi al consumo e asciugherebbe le fonti di ricchezza per 'ndrangheta, camorra e cartelli vari. Nello sport è tutta un'altra storia. Rare patologie, valore economico limitato, eccesso d'ambizione e ingordigia: chi si dopa vuole solo truffare e rubare. Qui ogni abuso va represso e duramente sanzionato. Sergio Giorgi farebbe meglio ad adeguarsi alla figlia, che raramente s'inerpica su per impervie frasi multiple di oltre otto parole ciascuna.
Anche oggi, nella seconda partita della giornata inaugurale di uno dei confronti più classici del tennis femminile a squadre (les Bleus prevalgono per 6-3 nei precedenti dal 1970, ma le azzurre hanno vinto le ultime tre volte, nel 2006, nel 2007 e nel 2009), Camila ha detto sul campo quant'aveva da dire. Opposta ad Alizé Cornet, WTA 19, alla quale l'anno scorso scorso aveva ceduto d'un soffio (6-7 7-5 5-7) la sua prima importante finale WTA a Katowice, dopo essere stata sconfitta a Melbourne in gennaio e prima di batterla a Strasburgo, la ragazza di Macerata cresciuta in giro per il mondo ha riproposto se stessa, un metro e sessantotto di tennis urlato: servizio vicino ai 180, serve and volley come da schema riprovato mille volte, diritti e rovesci al limite (e spesso fuori), risposta aggressiva al servizio di Alizé. Che ci ha capito poco nel primo set, perso 6-4, nonostante sia stata frequentemente graziata da Camila, talvolta incapace di trovare un punto d'equilibrio tra la potenza e l'opportunità di pensare. Nemmeno la francese è tuttavia un gigante del pensiero moderno: anziché variare gioco, ha tentato di stare alle regole imposte da Camila anche nel secondo set, buscandole sonoramente: 6-2 in meno di un'ora e venti.
Nella prima partita nel 105 Stadium Sara Errani, reduce da un Australian Open in crescita, con le gambe e l'esperienza ha tamponato l'esuberanza fisica di Caroline Garcia, 21 anni, che sta mostrando, nonostante qualche momento di pausa, il miglior tennis femminile d'oltralpe di oggi. Negli ultimi mesi ha scalato il ranking WTA (è 30, un gradino prima di Camila), a Melbourne ha raggiunto il terzo turno eliminando la ex numero 1 russa Kuznetsova e cedendo solo alla canadese Bouchard. Mobile e potente, ha un braccio molto sensibile e tende a imporre lei il ritmo degli scambi, sia nei propri turni di sevizio sia approfittando della scarsa felicità della prima della romagnola, che Caroline aspetta oltre un metro dentro il rettangolo. Da lì ha piazzato spesso imprendibili passanti lungolinea. Oppure ha gettato malamente vie palle a prima vista facili, eppure molto lavorate dall'azzurra.
In effetti, dopo i guai invernali (una terrificante tosse), Sara sta ritrovando la forma migliore. Soffre ma non molla mai. Tiene gli cambi con pazienza, accorcia e allunga per togliere punti di riferimento all'avversaria. Non cerca vincenti, vuole costringere Garcia a sbagliare. È intelligente. Alla lunga - in un'ora e 52 minuti, per la precisione - ha ragione lei. Domani il match d'apertura tra le bombardiere Giorgi e Garcia potrebbe essere quello decisivo per passare il turno.
Twitter @claudiogiua