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Rovesci a una mano e pallonetti, è il tennis per i palati più fini

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Il rovescio a una mano segnala l'attitudine alla diversità, al gesto tecnico che resta nella memoria perché ormai raro. I ragazzi che imparano a giocare e decidono, con i loro maestri, che per loro è meglio colpire così, con una mano, non immaginano quanto questa scelta potrebbe influenzare la loro vita sui campi da tennis. Diventassero Top 100, se ne renderebbero conto. I campioni che si citano quando si parla di tennis bello da vedere non usano due mani per dare direzione e forza al rovescio: come Roger Federer, Stan Wawrinka, Grigor Dimitrov, Philip Kohlschreiber e Richard Gasquet. Tutti tra i primi 25 del ranking ATP. E come un austriaco di 21 anni e un grande futuro ad attenderlo, Dominic Thiem, numero 49 al mondo, avversario oggi di Simone Bolelli, il nostro giocatore tecnicamente più attrezzato ed elegante: non per niente anch'egli colpisce di rovescio impugnando con la sola destra.

Il rovescio a una mano del ragazzo cresciuto nella Tennis Academy di Gunter Bresnik a Vienna è quasi perfetto: piega appena le ginocchia, si prepara con la linea delle spalle quasi perpendicolare al fondo campo, impatta con la palla davanti a sé arretrando con il braccio sinistro, chiude con la testa della racchetta che quasi raggiunge e tocca, da dietro, la spalla sinistra. A insegnargli ad eseguire così il fondamentale (per me) più complesso non è stato papà Wolfgang e neanche mamma Karin, entrambi maestri. Il merito è di Bresnik - ha raccontato tempo fa Dominic - che lo ha convinto poco per volta a rinunciare al colpo bimane perché "il massimo dell'aggressività si ottiene colpendo con una mano". La mutazione, tanto drastica da apparire drammatica, comincia quando il ragazzo è già il più premettente junior austriaco. Va in crisi ma non torna indietro. Una volta ritrovato l'equilibrio tecnico-psicologico, Thiem torna a eccellere. Nel 2011 vince l'Orange Bowl, sorta di mondiale juniores, e pochi mesi dopo disputa la finale giovanile al Roland Garros.

Il passaggio al professionismo è travagliato ma in costante upgrading. Spesso fuori ai primi turni di Futures e Challenger, dopo parecchi inutili tentativi di entrare via qualificazioni nei tabelloni dei Masters ATP arrivano isolati exploit con giocatori titolati come Jurgen Melzer. Nel 2013 Dominic raggiunge i quarti a Kitzbuhel e Vienna e comincia ad allenarsi  con un talento naturale come Ernst Gulbis. Nel 2014 ottiene il passaggio al secondo turno a Rotterdam e poi, al secondo turno di Madrid, sconfigge Stan Wawrinka, reduce dal trionfo a Monte Carlo. In agosto conquista la sua prima finale ATP a Kiztbuhel, persa contro il belga David Goffin. In settembre approda al quarto turno a Flushing Meadows. Dominic fa passi avanti anche tecnicamente, migliora il diritto che diventa efficacissimo nell'incrociato ad uscire, rinforza il servizio che ormai gli viaggia a oltre 210, è più preciso. Poche settimane fa incassa il suo miglior risultato in carriera, i quarti a Miami persi con Andy Murray in tre set.

È con uno così che Simone Bolelli s'è perso oggi pomeriggio sul Centrale del Foro Italico, pur giocando un tennis di alta qualità e determinazione. Il bolognese, ATP 57, quasi trent'anni, quest'anno s'è installato con Fognini al vertice della classifica "race" del doppio e, in singolare, s'è tolto la soddisfazione di costringere Federer al quarto set nel secondo turno degli Australian Open. L'altroieri ha chiesto con Fabio l'appoggio del pubblico romano, che ha risposto in forze e a pieni polmoni. Silenzioso, sugli appalti, anche Corrado Barazzutti. Ma non è bastato. Primo set equilibrato, senza break e ben controllato dall'austriaco nel tiebreak, secondo set con il break di Dominic al quarto gioco e il controbreak di Simone al decimo, che è come dire all'ultimo tuffo. Al tie la storia si ripete, con Thiem che negli istanti decisivi mostra di avere il quid che Simone ha sfoggiato solo di tanto in tanto in carriera: dove per quid intendo un mix di sicurezza nei propri mezzi e di culo. (Pensate solo che, se misurata in "quindici", la vittoria sarebbe toccata a Bolelli per 86 a 85).

Solo apparentemente altrettanto equilibrato il confronto serale (finito 7-6 6-3) tra Fabio Fognini e Steve Johnson, 25 anni, appena un gradino sotto Thiem nella classifica ATP. Il californiano ha un gioco sicuro e costante, sbaglia poco e rischia meno. Il ligure s'è adeguato, forse per tenere bassa la tensione che si sente crescere dentro soprattutto a Roma. Ma l'impressione è costantemente stata che, non appena avesse voluto alzare il ritmo, avrebbe avuto facilmente ragione dell'avversario. Il che è avvenuto solo in due occasioni: durante il tie break del primo set (con Johnson rimasto a secco) e nell'ottavo game del secondo set, quando ha ottenuto il break decisivo. Il colpo della vittoria è stato "alla Fognini", con un pallonetto che a molti è sembrato il "cucchiaio" di Totti. La classe non è acqua.
Twitter @claudiogiua