Percorsi netti anche oggi a Parigi per Federer, Wawrinka, Sharapova, Ivanovic e le altre teste di serie. Così come non hanno fatto passi falsi ieri Djokovic, Murray, Nadal e Williams, di nuovo in campo domani per il terzo turno dello Slam sulla terra rossa. Avrò modo e tempo di occuparmi di loro quando gli avversari saranno in grado di metterli in difficoltà. Approfitto allora del sesto giorno al Roland Garros, sempre un po' sottotono, per seguire due match che m'intrigano seppure giocati in impianti con gli spalti semivuoti. Il primo, ça va sans dire, è quello tra Flavia Pennetta e Carla Suarez Navarro, spagnola di Las Palmas di Gran Canaria, 26 anni, numero 8 del ranking WTA, rovescio a una mano, finalista battuta da Maria Sharapova a Roma due domeniche fa.
Programmato come ultimo della giornata sul Susanne Lenglen, il match viene traslocato sul 2 prima delle 19 visto che la partita tra Monfils e Cuevas va per le lunghissime. Flavia parte benissimo, pur accettando il gioco da fondo campo che è il preferito da Carla. E' la pugliese, infatti, a trasformare più spesso, con accelerazioni incrociate, i colpi dell'avversaria in occasioni per i vincenti. Entrambe puntano alla rapida conclusione dello scambio. Chi è al servizio si trova nelle condizioni di imporre il proprio ritmo e di forzare soprattutto con i lungolinea. I break sono sette nei primi otto giochi. Non si va quasi mai ai vantaggi. L'azzurra, 33 anni, WTA 28, è l'unica a non perdere il proprio turno all'inizio e alla fine del set, che chiude in 33 minuti per 6-3. Stesso copione per il secondo set. L'handicap del servizio limita entrambe. Gli scambi sono talmente violenti e rapidi da consentire rare discese a rete. La partita però ha il fascino del confronto muscolare e, quando comincia a far buio, il pubblico s'assiepa finalmente sulle sedie biancolatte delle prime file. Il promo break al contrario - nel senso che Flavia tiene il proprio servizio - arriva sul 2-1 a suo favore, ma subito dopo l'impresa riesce anche a Carla a causa di due errori millimetrici dell'italiana. L'equilibrio si sposta, le risposte di Flavia diventano imprecise: sbaglia due conclusioni sotto rete che di solito trasforma senza problemi. Ma si riprende subito e, determinata ad andare avanti nel torneo, si prende dopo 37 minuti il punto del 6-4 servendo come sa fare, quando può. Confido che la numero 2 azzurra faccia altra strada: Garbine Muguruza, la spagnola versione sfilata haute-couture, è alla sua portata.
L'altro match da non perdere, per ragioni totalmente diverse, è tra Knapp-Vinci, la neocoppia che potrebbe sostituire le gloriosissime Chichis separate da fine marzo, e Groenefeld-Panova, non frequente connubio tedesco-russo. Anna-Lena Groenefeld, nata a Nordhorn nel 1985, non è affatto una sprovveduta, anche se in singolare non ha più classifica (non gioca tornei da tre anni). La sua storia racconta molto di quanto può essere selezionante e alienante il tennis di oggi. Maturata tennisticamente a Scottsdale, in Arizona con Rafael Font de Mora, coach molto discusso per alcuni comportamenti al limite delle regole deontologiche, Anna-Lena nel 2003 vince il torneo giovanile al Roland Garros sia in singolo sia in doppio, specialità nella quale raggiunge anche la finale a Wimbledon. Da junior è la numero 1 al mondo. Un fenomeno. Due anni dopo raggiunge da professionista il terzo turno degli Australian Open, a Parigi e a Flushing Meadows. Nel 2006 vince il torneo WTA di di Acapulco sconfiggendo in finale Flavia Pennetta 6 - 1 4 - 6 6 - 2 e arriva ai quarti di finale al Roland Garros, eliminata dalla giocatrice più forte di quegli anni, Justine Henin. Ha ventun'anni e niente sembra poter fermare la sua corsa verso le Top Ten: è già 14 WTA e dispone, a detta di tutti, di enormi margini di crescita.
A settembre però Groenenfeld decide di chiudere in sodalizio con Font de Mora. Girano brutte voci. Comunque sia, qualcosa in quel preciso momento si spezza in lei. Comincia a perdere i match quasi senza lottare. Il crollo è verticale, Anna-Lena dà la colpa all'ex coach: "E' lui che spiega alle mie avversarie come battermi". Ovviamente, Font de Mora rigetta ogni accusa. Anzi, racconta di una ragazza indisciplinata, "che non mantiene gli standard di allenamento e non rispetta la dieta, che s'è lasciata andare e ha sabotato le sue stesse qualità. Ha intorno le persone sbagliate, fa le cose sbagliate". Lei nega ma intanto ingrassa, non supera più un primo turno nei tornei, scende rapidamente sotto quota 100 nel ranking WTA. Evidentemente c'è una vicenda di sofferenza irrisolta. Nel 2007 Anna-Lena annuncia di volersi fermare per un po'. Torna in campo l'anno dopo, ma in singolare non tornerà più ai livelli precedenti. Nel 2012 decide di dedicarsi definitivamente al doppio, diventando subito protagonista. Vince molto, nel femminile soprattutto con Kveta Peschke, e nel misto, come l'anno scorso con Jean-Julien Rojer qui a Parigi. In questo momento è 36 nel ranking di doppio. La sua compagna di oggi, Alexandra Panova, è una discreta giocatrice che le italiane conoscono bene perché faceva parte della nazionale russa sonoramente battuta nelle finale cagliaritana della FedCup nel 2013: per la precisione, perse la prima partita contro Roberta Vinci per 5-7 7-5 8-6. Anche lei è eccellente doppista.
Con una coppia così, Karin e Roberta si sono oggi dovute impegnare seriamente. E' evidente che le nostre cominciano a oliare i meccanismi del gioco e stanno sviluppando strategie efficaci. Dietro, Karin riesce a raggiungere palle al limite ribattendole con forza e precisione. Davanti, Roberta resta una delle migliori rifinitrici in circolazione. Le due stanno anche trovando un'intesa personale, che è fattore decisivo. Finaliste l'una contro l'altra a Norimberga la scorsa settimana, hanno vissuto senza traumi la vittoria (della sudtirolese) e la sconfitta. A Parigi sono subito uscite di scena nel torneo di singolare, dunque stanno concentrando ogni attenzione sul doppio. Nel primo set hanno deciso i ritmi non lasciando che le avversarie, efficaci al servizio, prendessero il largo. Alla risposta hanno mostrato una superiorità assoluta. Nel secondo set hanno forse ecceduto in sicurezza, venendone immediatamente punite. Nel terzo hanno dilagato. Il risultato. 6-4 3-6 6-0, dà fiducia per il torneo e per il futuro. Intanto è il caso si cerchino un soprannome.
Twitter@claudiogiua
Programmato come ultimo della giornata sul Susanne Lenglen, il match viene traslocato sul 2 prima delle 19 visto che la partita tra Monfils e Cuevas va per le lunghissime. Flavia parte benissimo, pur accettando il gioco da fondo campo che è il preferito da Carla. E' la pugliese, infatti, a trasformare più spesso, con accelerazioni incrociate, i colpi dell'avversaria in occasioni per i vincenti. Entrambe puntano alla rapida conclusione dello scambio. Chi è al servizio si trova nelle condizioni di imporre il proprio ritmo e di forzare soprattutto con i lungolinea. I break sono sette nei primi otto giochi. Non si va quasi mai ai vantaggi. L'azzurra, 33 anni, WTA 28, è l'unica a non perdere il proprio turno all'inizio e alla fine del set, che chiude in 33 minuti per 6-3. Stesso copione per il secondo set. L'handicap del servizio limita entrambe. Gli scambi sono talmente violenti e rapidi da consentire rare discese a rete. La partita però ha il fascino del confronto muscolare e, quando comincia a far buio, il pubblico s'assiepa finalmente sulle sedie biancolatte delle prime file. Il promo break al contrario - nel senso che Flavia tiene il proprio servizio - arriva sul 2-1 a suo favore, ma subito dopo l'impresa riesce anche a Carla a causa di due errori millimetrici dell'italiana. L'equilibrio si sposta, le risposte di Flavia diventano imprecise: sbaglia due conclusioni sotto rete che di solito trasforma senza problemi. Ma si riprende subito e, determinata ad andare avanti nel torneo, si prende dopo 37 minuti il punto del 6-4 servendo come sa fare, quando può. Confido che la numero 2 azzurra faccia altra strada: Garbine Muguruza, la spagnola versione sfilata haute-couture, è alla sua portata.
L'altro match da non perdere, per ragioni totalmente diverse, è tra Knapp-Vinci, la neocoppia che potrebbe sostituire le gloriosissime Chichis separate da fine marzo, e Groenefeld-Panova, non frequente connubio tedesco-russo. Anna-Lena Groenefeld, nata a Nordhorn nel 1985, non è affatto una sprovveduta, anche se in singolare non ha più classifica (non gioca tornei da tre anni). La sua storia racconta molto di quanto può essere selezionante e alienante il tennis di oggi. Maturata tennisticamente a Scottsdale, in Arizona con Rafael Font de Mora, coach molto discusso per alcuni comportamenti al limite delle regole deontologiche, Anna-Lena nel 2003 vince il torneo giovanile al Roland Garros sia in singolo sia in doppio, specialità nella quale raggiunge anche la finale a Wimbledon. Da junior è la numero 1 al mondo. Un fenomeno. Due anni dopo raggiunge da professionista il terzo turno degli Australian Open, a Parigi e a Flushing Meadows. Nel 2006 vince il torneo WTA di di Acapulco sconfiggendo in finale Flavia Pennetta 6 - 1 4 - 6 6 - 2 e arriva ai quarti di finale al Roland Garros, eliminata dalla giocatrice più forte di quegli anni, Justine Henin. Ha ventun'anni e niente sembra poter fermare la sua corsa verso le Top Ten: è già 14 WTA e dispone, a detta di tutti, di enormi margini di crescita.
A settembre però Groenenfeld decide di chiudere in sodalizio con Font de Mora. Girano brutte voci. Comunque sia, qualcosa in quel preciso momento si spezza in lei. Comincia a perdere i match quasi senza lottare. Il crollo è verticale, Anna-Lena dà la colpa all'ex coach: "E' lui che spiega alle mie avversarie come battermi". Ovviamente, Font de Mora rigetta ogni accusa. Anzi, racconta di una ragazza indisciplinata, "che non mantiene gli standard di allenamento e non rispetta la dieta, che s'è lasciata andare e ha sabotato le sue stesse qualità. Ha intorno le persone sbagliate, fa le cose sbagliate". Lei nega ma intanto ingrassa, non supera più un primo turno nei tornei, scende rapidamente sotto quota 100 nel ranking WTA. Evidentemente c'è una vicenda di sofferenza irrisolta. Nel 2007 Anna-Lena annuncia di volersi fermare per un po'. Torna in campo l'anno dopo, ma in singolare non tornerà più ai livelli precedenti. Nel 2012 decide di dedicarsi definitivamente al doppio, diventando subito protagonista. Vince molto, nel femminile soprattutto con Kveta Peschke, e nel misto, come l'anno scorso con Jean-Julien Rojer qui a Parigi. In questo momento è 36 nel ranking di doppio. La sua compagna di oggi, Alexandra Panova, è una discreta giocatrice che le italiane conoscono bene perché faceva parte della nazionale russa sonoramente battuta nelle finale cagliaritana della FedCup nel 2013: per la precisione, perse la prima partita contro Roberta Vinci per 5-7 7-5 8-6. Anche lei è eccellente doppista.
Con una coppia così, Karin e Roberta si sono oggi dovute impegnare seriamente. E' evidente che le nostre cominciano a oliare i meccanismi del gioco e stanno sviluppando strategie efficaci. Dietro, Karin riesce a raggiungere palle al limite ribattendole con forza e precisione. Davanti, Roberta resta una delle migliori rifinitrici in circolazione. Le due stanno anche trovando un'intesa personale, che è fattore decisivo. Finaliste l'una contro l'altra a Norimberga la scorsa settimana, hanno vissuto senza traumi la vittoria (della sudtirolese) e la sconfitta. A Parigi sono subito uscite di scena nel torneo di singolare, dunque stanno concentrando ogni attenzione sul doppio. Nel primo set hanno deciso i ritmi non lasciando che le avversarie, efficaci al servizio, prendessero il largo. Alla risposta hanno mostrato una superiorità assoluta. Nel secondo set hanno forse ecceduto in sicurezza, venendone immediatamente punite. Nel terzo hanno dilagato. Il risultato. 6-4 3-6 6-0, dà fiducia per il torneo e per il futuro. Intanto è il caso si cerchino un soprannome.
Twitter@claudiogiua