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Stan-Tsonga e Nole-Andy è un tennis a due velocità

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Quando alla fine del diciannovesimo secolo divennero (quasi) definitive le regole del lawn tennis, tra la quali le dimensioni del rettangolo di gioco e della rete, la statura media dei maschi inglesi era intorno ai 167 centimetri, degli italiani sotto i 164. Di piccoletti se ne vedevano tuttavia pochi nei neonati tennis club . Era sport per aristocratici e altoborghesi filiformi come William Renshaw, 177 centimetri, che vinse sette volte a Wimbledon tra il 1881 e il 1889, o Reginald Doherty, 185 centimetri, che si prese quattro titoli sull'erba a cavallo del secolo. Giganti in calzoni lunghi di flanella e camicie bianche impugnavano racchette minuscole di legno piegato a caldo e sfioravano palle artigianali tentando di piazzarle elegantemente fuori dalla portata degli avversari. Li avessero mai incrociati, avrebbero guardato da su in giù i contadini all'alba nei campi, i minatori che scendevano nei pozzi, gli operai che si consumavano nelle fabbriche, bassi e muscolosi.

Da allora, campi e reti sono rimasti gli stessi. Però racchette e palle degli Slam assomigliano alle loro antenate tanto quanto la Ferrari F12 Berlinetta ricorda la Benz Velo del 1894. E' cambiato il materiale tecnico e soprattutto sono diverse le caratteristiche degli atleti. Stan Wawrinka e Jo-Wilfried Tsonga sono appena più alti di Renshaw a Doherty (lo svizzero di origine ceca è un metro e 83 e pesa 80 chili, il francese arriva a 1 e 88 per 90 chili) ma soverchianti fisicamente. Merito di alimentazione e allenamento. Tra i più potenti professionisti della terzultima generazione, quella che ha ora trent'anni, i due scagliano nel corso della semifinale sul Philippe Chatrier decine di servizi oltre i 205 orari e ottengono  gran parte dei punti grazie ad accelerazioni profonde.

Match combattuto eppure soporifero perché le variazioni nel repertorio di Stan e Jo-Wilfried - per alcuni aspetti, quasi dei cloni - sono meno delle dita di una mano: servizio, ace; servizio e risposta vincente; servizio, risposta corta, chiusura lungolinea o incrociata; servizio, risposta, due scambi, errore. "Non è tennis, questo. Io non mi diverto", sbotta provocatoriamente, a metà del primo set, chi segue la partita al mio fianco. Allora mi metto a contare i tocchi necessari per ottenere i quindici, i mattoncini-base dell'edificio di game, set, match. Sesto game, batte Tsonga: servizio, risposta sbagliata (15-0); servizio, risposta debole, colpo in sicurezza (30-0); ace (40-0); servizio, risposta vincente (40-15); servizio, risposta piazzata, recupero estremo, chiusura facile di JWT. In tutto, i due colpiscono 11 volte la palla. Batte Wawrinka: servizio, risposta a rete (15-0); ace (30-0); servizio e risposta vincente (30-15); idem (30 pari); incredibilmente, un lungo scambio di incrociati con errore finale di Stan (30-40); servizio, risposta fuori (40 pari); ace (vantaggio); servizio, risposta incerta, vincente. In tutto 23 colpi, di cui 13 durante lo scambio prolungato. "Hai torto e ragione insieme. Perché il tennis è anche questo, sì, ma non è divertente", dico senza riuscire ad essere convincente.
Fatto sta che alla fine di tre ore e 46 minuti molto equilibrati la spunta Wawrinka (6-3 6-7 7-6 6-4), che conquista così la sua la seconda finale di Slam in carriera: nell'altra, l'anno scorso a Melbourne, si prese il successo planetario ai danni di Rafael Nadal, sua vittima anche l'altro ieri qui al Roland Garros, nei quarti.

Poi scendono in campo Novak Djokovic e Andy Murray e il cielo del Philippe Chartier torna tennisticamente luminoso. (Nel frattempo, nubi nere e vere si addensano sul Bois de Boulogne). Peccato che per un'ora lo sciovinismo francese porti molti spettatori fuori dallo stadio, a riprendersi con birra e chips dalla sconfitta di Tsonga. Peccato per loro, intendo. All'inizio della seconda semifinale i numeri 1 e 3 a mondo sfoggiano splendide variazioni di ritmo durante scambi che preludono quasi sempre a un colpo vincente o talmente estremo da costringere l'avversario all'errore. In mezz'ora la gerarchia emerge però netta. Djokovic s'impone in forza di un tasso d'errore quasi azzerato e di continui piccoli aggiustamenti di strategia: per esempio, alterna slice a colpi piatti, drittoni sulla linea di fondo campo a drop shot paralleli alla rete (tuttavia passano). La progressione si ripete senza che Murray trovi i modi e le misure per controbattere. Siano le conseguenze del suo servizio potente o della risposta lunga, appena possibile il serbo guadagna un metro di campo e, di solito, piazza il vincente alla prima palla corta.  

Attento, mobile ed elastico, Nole tesse la trama di colpi con lucidità e freddezza. Al contempo (o di conseguenza) s'annebbiano le idee dello scozzese che con gli occhi chiede disperatamente qualche indicazione ad Amelie Mauresmo e al suo staff. Il primo e il secondo set si chiudono sul 6-3, con tre break complessivi che lo scozzese non prova nemmeno a recuperare.
Il terzo set trova Djokovic determinato a chiudere al più presto la pratica. Come noto, il tennis si gioca in due, però. Andy, alla disperazione, torna ad essere competitivo sul proprio servizio mentre Nole s'innervosisce con sé e con il pubblico. Sul 5-5 con Djokovic alla battuta avanti 15-0, lo scozzese fa tre miracoli di freschezza atletica più che d'intelligenza tennistica e riesce a ottenere le sue prime palle break, che sfrutta subito. Va a servire per il set e lascia Djokovic a zero: 4-6. E' il solo parziale negativo nel torneo del serbo.

Il quarto set propone un nuovo equilibrio basato sulla prevalenza della risposta rispetto al servizio. La qualità degli scambi sale, nessuno dei contendenti si rassegna a cedere, ottengono i break e combattono per non concederne altri. Fino al 3 pari quando a tutti appare opportuno rinviare la partita a domani, tant'è imminente la pioggia e immanente il buio Djokovic è al massimo della forma, persino più di quattro anni fa, nella stagione dei record delle 43 vittorie consecutive: a fermarlo allora fu Roger Federer proprio nella semifinale del Roland Garros. Murray nell'ultima ora di gioco conferma di essere l'unico che, a determinate condizioni, può fare altrettanto. Si vedrà a partire dalle 13.
Twitter @claudiogiua