Monday's Net

NeI giorno della variabile Wawrinka per Djokovic c'è lo stop inatteso

3 minuti di lettura
Basta una giornata storta per cambiare una stagione che sembrava nel segno di Novak Djokovic. Il serbo esce ridimensionato dalla finale del Roland Garros che invece conferma la capacità, seppure saltuaria, di Stan Wawrinka di essere il più forte nelle finali che fanno la storia: quelle degli Slam. C'è arrivato due volte, ha vinto due volte.

Lo svizzero, trent'anni, da domani ufficialmente numero 4 del ranking ATP, ha disputato la partita perfetta, perfino più delle finali dell'anno scorso a Melbourne contro Nadal e a Monte Carlo contro Federer. Sempre all'attacco, ha perso il primo set (4-6) per un nonnulla, ha conquistato il secondo grazie a un break voluto fortissimamente quand'era avanti 5-4, ha controllato il terzo (6-3) dopo aver ottenuto il break al sesto game. Nel quarto game Nole ha preso il largo fino allo 0-3 ma poi, a corto di vincenti, ha consentito a Stan di recuperare. Ha avuto tre nuove occasioni di break ma se l'è viste annullare. La partita è virtualmente finita lì, perché lo svizzero non ha più sbagliato nulla - avendo peraltro sbagliato pochissimo nel corso dell'intera partita - ed è andato a conquistare il suo break per poi chiudere sul 6-4.

Un cavallo pazzo, come ripeteva il vecchio signore che ha seguito la partita davanti a me. Reduce dalla separazione via comunicato stampa dalla moglie Ilham Vuilloud, inseguito dai magazine gossippari per la relazione con la campioncina croata Donna Vekic, Wawrinka era sbarcato a Roma in condizioni disastrate. Nella settimana del Foro s'era visibilmente impegnato per mettere a punto i fondamentali che sembravano essere usciti dal suo repertorio, fino all'approdo alla semifinale persa malamente contro Roger Federer 4-6 2-6. A Parigi, rinfrancato, ha via via eliminato Ilhan, Lajovic, Johnson, Simon, proprio Federer e infine Tsonga, idolo casalingo. Una progressione impressionante. La sua vittoria di oggi non è affatto una sorpresa, se analizzata con questi dati sott'occhio.

Così come i risultati della stagione e la classifica ATP confermano che il tennis ha comunque un padrone, seppure fragile: è Djokovic, ha 28 anni appena compiuti, una moglie molto bella e un figlio di pochi mesi, s'avvicina agli ottanta milioni di dollari incassati grazie alle vittorie in otto Slam, in ventiquattro Masters 1000 e in quattro Masters Finals. Anche quest'anno lascia però Parigi a mani vuote e deve rinviare a chissà quando il sogno del Grande Slam.

Nei piani nobili del grande tennis maschile si crea una situazione inedita perché dal 2005 in poi ci sono sempre stati almeno due e fino a quattro giocatori in grado di competere per il primato. A Roger Federer e Rafael Nadal si sono negli anni aggiunti l'attuale numero 1 e, subito dopo, lo scozzese Andy Murray. Per un po' li abbiamo chiamati "Fab Four," quasi fossero il corrispettivo tennistico di John, Paul, George e Ringo, dominatori della musica pop a metà degli anni Sessanta. Per due lustri se la sono vista fra di loro in tutti i tornei che contano, concedendo a tre soli colleghi di prendersi quattro Slam, gli Us Open andati a Juan Martin Del Potro nel 2009, gli Australian Open e il Roland Garros a Stan Wawrinka l'anno scorso e oggi, di nuovo gli UsOpen a Marin Cilic (la supereccezione) il settembre scorso. La variabile Wawrinka, appunto: non ha mai fatto parte della formazione ufficiale dei Fab Four ma adesso potrebbe avanzare seriamente la propria candidatura a sostituire qualcuno (Nadal?), se esistessero ancora. Per loro, però, molto è cambiato e sta cambiando. Prima di oggi, quest'anno Djokovic aveva vinto ogni torneo fuorché Quatar e Dubai (nel primo era stato sconfitto nei quarti da Ivo Karlovic per 7-6 6-7 4-6, nel secondo da Roger Federer in finale per 6-3 7-5). Federer, che sta per compiere 34 anni, si esprime bene nei primi turni ma non ha più il killer instinct nelle fasi successive dei tornei, soprattutto se al meglio dei cinque set. Riesce a mantenere la seconda posizione nel ranking ATP perché i confronti dei risultati anno su anno non lo penalizzano. Nadal appare logorato da quasi quindici anni di tennis fisicamente maciullante e non ha combinato granché nella stagione sulla terra rossa, che è la sua, tanto da ritrovarsi ora al confine dei Top Ten. Oltre, hic sunt leones. Andy Murray, ATP 3, ha le caratteristiche che potrebbero consentirgli di fare quello che riesce talvolta a Wawrinka, ma il coaching di Amelie Mauresmo si sta dimostrando un po' meno efficace di quello di Ivan Lendl, che l'ha preceduta, e di Magnus Norman, che segue lo svizzero.

Vedremo a Wimbledon se il predominio di Djokovic tornerà assoluto. Dipende da più condizioni personali e ambientali particolari. Che la prima volta giunsero a maturazione nel 2011, quando Nole vinse 43 match consecutivi e tre Slam. Conosciamo tutti il serbo. È tecnicamente completo pur nell'imperfezione stilistica (il diritto colpito con l'asse dei piedi parallela alla linea di fondo è un marchio di fabbrica non copiabile). Ha un fisico elastico e resistente come nessun altro. Ha un'insaziabile fame di affermazione che trasforma in determinazione agonistica. Quando ne ha bisogno, attinge a una riserva di concentrazione che pochi altri hanno: di certo, uno è Wawrinka. È talmente sicuro di sé da gestire un team con due coach di qualità e personalità come lo slovacco Marian Vajda e il tedesco Boris Becker. Eppure, dal trionfo all'amara disfatta il passo è brevissimo.

Soprattutto, Djokovic ha un gioco che esalta quello dell'avversario, cosicché ogni suo match ripaga il prezzo del biglietto. È accaduto anche oggi con Stan Wawrinka. Che ne ha approfittato al meglio.
Twitter @claudiogiua