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Roberta, Fabio, Simone, Andreas è davvero una questione di fiducia

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"Ho fiducia nei pazzi. I miei amici la chiamano fiducia in me stesso". Non credo che Fabio Fognini abbia mai letto questa citazione di Edgar Allan Poe e anch'io, peraltro, ho antichi ricordi dei racconti truculenti che
mi tenevano sveglio quand'ero ragazzo. Secondo l'amico tedesco che mi siede accanto, la frase di Poe descrive assai bene il comportamento in campo del ligure. Quel comportamento che tanto dispiace ai giudici di
sedia e gli ha procurato non pochi guai. Non sono però d'accordo con Max: al nostro numero 1 non fa difetto la fiducia nei propri mezzi - anzi! - ma preferisce avere al proprio fianco qualcuno che meriti fiducia non perché altrettanto "pazzo" ma in quanto capace di smorzare i suoi eccessi. Come Corrado Barazzutti in Davis, come Flavia Pennetta nella vita e come fa di regola Simone Bolelli, oggi in campo con lui nell'esordio del torneo di doppio a Melbourne. Campioni uscenti degli Australian Open (l'anno scorso sconfissero in finale per 6-4 6-4 i francesi Nicolas Mahut e Pierre-Hugues Herbert 56 anni anni dopo lo Slam parigino di Pietrangeli e Sirola) e opposti all'australiano di origine pakistana Rameez Junaid e al kazako di natali russi Mikhail Kukushkin, gli italiani hanno prevalso in due ore e due minuti per 7-6 3-6 6-3 grazie alla serenità che il bolognese ha saputo trasmettere al compagno.

Palesemente ancora convalescente dopo la dolorosa sconfitta subita ieri per mano del lussemburghese Gilles Muller - a metterlo fuori tabellone dopo quattro ore di battaglia sono bastati due soli game di differenza, 27 a 25 - Fognini è stato decisivo nel primo set, risolto al tie break, si è demoralizzato nel secondo, ha ritrovato spunto e gioco nel terzo. Bolelli non ha mai avuto tentennamenti, a conferma del suo eccellente momento anche psicologico. In alcuni momenti ho però temuto che Fabio mandasse tutto all'all'aria, come quando nel secondo set ha urlato "…non funziona, lo vedi che non funziona!" dopo aver messo fuori di millimetri un cross. Simone non ha battuto ciglio, poi con calma gli ha sussurrato qualcosa e l'amico ha sorriso.

Funziona così, tra loro, così come per anni ha funzionato tra Sara Errani e Roberta Vinci, la coppia più vincente del tennis azzurro. Unica italiana approdata al secondo turno, Roberta oggi ha faticato appena il giusto, 6-2 6-3 in poco più di un'ora, contro l'americana Irina Falconi, 25 anni, 74 WTA, troppo fallosa per competere con la finalista degli UsOpen. A proposito di fiducia in se stessi, la tarantina non ne ha mai avuta tanta prima del successo nell'Arthur Ashe Stadium su Serena Williams, nel suo personale 11 settembre all'incontrario. L'ho riconosciuta tutta, questa fiducia, anche oggi all'Hisense Arena nel repertorio di delizioni rovesci in back, volée e passanti che hanno mandato in confusione la ragazza di origine ecuadoriana. Il terzo turno, venerdì, mette a confronto la tarantina con la tedesca Anna-Lena Friedsam, quasi 22 anni, 82 ATP, l'anno scorso finalista a Linz. Nessun precedente tra le due, ma sulla carta un ostacolo superabile.

Andreas Seppi ha cominciato a giocare alle 21 di Melbourne sul campo 2 perché su quello precedentemente assegnato al suo match contro Denis Kudla, il 3, le coriacee Niculescu e Kulichkova non davano segno di volerla smettere. L'americano, 23 anni, 69 ATP, è un ragazzone potente che dall'Ucraina s'è trasferito in Florida con la famiglia quand'aveva pochi mesi. E' stato il padre Vladimir, architetto, a insegnargli i primi rudimenti tennistici. Veloce e potente, specialista dell'erba, è stato finalista in dieci tra Future e Challenge e ne ha vinti sette. Fu una delle sorprese l'anno scorso a Wimbledon, dove approdò grazie a una wild card e raggiunse il quarto turno dopo aver eliminato Pablo Cuevas, Alexander Zverev, Santiago Giraldo. La sua corsa fu fermata solo da Marin Cilic. Anche il suditolese, numero 28 del seed, non sembra affatto in carenza di fiducia nei propri mezzi. Sicuro quando si tratta di annullare parecchie le palle break, nel primo set ha accelerato nel momento giusto, sul 5 pari, approfittando dei troppi errori dell'americano, e poi ha chiuso in tranquillità. Usando con efficace regolarità i cross sia di diritto sia di rovescio, nel secondo set ha preso il largo alla prima occasione sul 4 pari e non s'è fatto più nemmeno avvicinare. Nel terzo set ha di nuovo anticipato il break, stavolta strappandolo sul 3 pari Gli è bastato così, 7-5 6-4 6-4 in due ore e sei minuti. Al terzo turno gli tocca in sorte Djokovic, fin qui devastante. Roba forte.
Twitter@claudiogiua