Nel giorno del match-che-più-match-non-si-può è consentito dedicare poche righe ai testimonial del tennis come unico sport che si può praticare ai massimi livelli per decenni? Onore a Serena Williams, dunque, che a 34 anni tenterà sabato contro Angelique Kerber di prendersi il trentaseiesimo Slam tra singolari e doppi, 17 anni dopo i primi due trofei messi in cassaforte. A Daniel Nestor, canadese di natali serbi, che a 43 anni e 5 mesi raggiunge la finale di doppio degli Australian Open in compagnia di Radek Stepanek, immarcescibile ceco classe 1978. All'indiano Leander Paes che a 42 anni e 7 mesi lotta, senza riuscirci, per essere protagonista di un'altra semifinale di Slam (ne ha vinti 17) in coppia con il mostro sacro Martina Hingis, slovacca naturalizzata svizzera che a Melbourne ha trionfato in singolare quand'era teen ager (1997, 1998, 1999) e adesso è la regina dei doppi femminile e misto. Onore alla stessa Martina, che a settembre compirà 36 anni e un mese prima scenderà in campo alle Olimpiadi brasiliane in coppia con Roger Federer, che a quel punto di anni ne avrà 35. Lui ha conquistato 17 Slam, lei 20 (5 in singolare, 11 in doppio e 4 in misto). Sono ovviamente strafavoriti. La speranza di milioni di adoranti estimatori è che Roger segua i sentieri di Nestor e Leander dedicandosi tra un po' al doppio, così da riaverlo in campo per altri dieci anni.
Oggi però lo svizzero si deve inchinare allo strapotere di Novak Djokovic, che come suo solito riesce a dare il meglio di sé quando il gioco si fa duro. Primo set al limite dell'irrisione, con il serbo che concede un solo game in 22 minuti. Il secondo set dura dieci minuti di più, con Roger che riesce a strappare due game. La strategia dello svizzero messa a punto nei due anni di coaching con Stefan Edberg e mantenuta con Ivan Ljubicic - attacco sia al servizio sia alla risposta, massima riduzione della durata degli scambi - funziona con chiunque nel circuito ma diventa suicida contro il numero 1 al mondo. Accade così che la tensione provocata dalla sensazione di inefficienza provochi l'innalzamento del tasso di errore del numero 3 ATP, con troppi "non forzati". A pesare è più quanto Federer non riesce a fare che quello che fa Djokovic. Che si limita all'ordinaria amministrazione, di livello ovviamente eccelso. Per lui, sembra una manna senza fine.
Il terzo set ha una progressione più equilibrata, anche se per quattro game Nole dà l'impressione di poter andare in fuga quando vuole. Mentre tutto sembra perduto per Roger, con il pubblico che sta attrezzandosi per lasciare la Rod Laver Arena e milioni di tele e webspettatori che preferiscono tornare a dormire o raggiungere il posto di lavoro, la partita si riapre. Improvvisamente il campione cresciuto a Basilea - un ossimoro? - ritrova qualità, ritmo e precisione. Ottiene rocambolescamente il primo break e non consente più il recupero all'arcinemico. Il quale, come talvolta gli accade, soffre di un momentaneo appannamento.
Nel quarto set, come suggerisce il mio Personal Tennis Advisor Paolo, "adesso Roger mi sembra caricato dal successo parziale. È più aggressivo e meno falloso. Ma forse è troppo tardi". Ha ragione. A metà set lo svizzero sembra avere la possibilità di portarsi nuovamente avanti, però spreca più di un'occasione, sbagliando alcune risposte sulla seconda palla. Sul 4-3 Djokovic alza il livello, il più bel punto del torneo non basta a ridare sprint a Federer, sfortunato anche con un nastro a sfavore. Finisce 6-1 6-2 3-6 6-3 in due ore e 19 minuti.
Nella scorsa stagione Nole aveva vinto 5 volte su 8 contro Roger. Quest'anno avranno forse qualche occasione di meno di scontrarsi, perché lo lo svizzero andrà in vacanza tra Indian Wells e Parigi. Il conto totale dei testa a testa dà ora il serbo in vantaggio per 23 a 22. Inoltre, prevale per 3 a 1 nei match disputati a Melbourne e per 9 a 6 in quelli che li hanno visti affrontarsi negli Slam.
Per Djokovic quella di domenica sarà la sesta finale a Melbourne, un record assoluto. Nole ha sempre vinto qui quand'è approdato alla finale. Cinque su cinque. Non vedo ragioni per cui, chiunque sarà il suo avversario, Milos Raonic o Andy Murray, non possa accadere anche stavolta.
Twitter @claudiogiua
Oggi però lo svizzero si deve inchinare allo strapotere di Novak Djokovic, che come suo solito riesce a dare il meglio di sé quando il gioco si fa duro. Primo set al limite dell'irrisione, con il serbo che concede un solo game in 22 minuti. Il secondo set dura dieci minuti di più, con Roger che riesce a strappare due game. La strategia dello svizzero messa a punto nei due anni di coaching con Stefan Edberg e mantenuta con Ivan Ljubicic - attacco sia al servizio sia alla risposta, massima riduzione della durata degli scambi - funziona con chiunque nel circuito ma diventa suicida contro il numero 1 al mondo. Accade così che la tensione provocata dalla sensazione di inefficienza provochi l'innalzamento del tasso di errore del numero 3 ATP, con troppi "non forzati". A pesare è più quanto Federer non riesce a fare che quello che fa Djokovic. Che si limita all'ordinaria amministrazione, di livello ovviamente eccelso. Per lui, sembra una manna senza fine.
Il terzo set ha una progressione più equilibrata, anche se per quattro game Nole dà l'impressione di poter andare in fuga quando vuole. Mentre tutto sembra perduto per Roger, con il pubblico che sta attrezzandosi per lasciare la Rod Laver Arena e milioni di tele e webspettatori che preferiscono tornare a dormire o raggiungere il posto di lavoro, la partita si riapre. Improvvisamente il campione cresciuto a Basilea - un ossimoro? - ritrova qualità, ritmo e precisione. Ottiene rocambolescamente il primo break e non consente più il recupero all'arcinemico. Il quale, come talvolta gli accade, soffre di un momentaneo appannamento.
Nel quarto set, come suggerisce il mio Personal Tennis Advisor Paolo, "adesso Roger mi sembra caricato dal successo parziale. È più aggressivo e meno falloso. Ma forse è troppo tardi". Ha ragione. A metà set lo svizzero sembra avere la possibilità di portarsi nuovamente avanti, però spreca più di un'occasione, sbagliando alcune risposte sulla seconda palla. Sul 4-3 Djokovic alza il livello, il più bel punto del torneo non basta a ridare sprint a Federer, sfortunato anche con un nastro a sfavore. Finisce 6-1 6-2 3-6 6-3 in due ore e 19 minuti.
Nella scorsa stagione Nole aveva vinto 5 volte su 8 contro Roger. Quest'anno avranno forse qualche occasione di meno di scontrarsi, perché lo lo svizzero andrà in vacanza tra Indian Wells e Parigi. Il conto totale dei testa a testa dà ora il serbo in vantaggio per 23 a 22. Inoltre, prevale per 3 a 1 nei match disputati a Melbourne e per 9 a 6 in quelli che li hanno visti affrontarsi negli Slam.
Per Djokovic quella di domenica sarà la sesta finale a Melbourne, un record assoluto. Nole ha sempre vinto qui quand'è approdato alla finale. Cinque su cinque. Non vedo ragioni per cui, chiunque sarà il suo avversario, Milos Raonic o Andy Murray, non possa accadere anche stavolta.
Twitter @claudiogiua