Milos Raonic ha compiuto 24 anni il 27 dicembre. È ancora giovane per gli standard del tennis di prima fascia: tra i Top Ten non c'è un giocatore nato negli anni novanta. Limitandoci ai titoli ottenuti, alla stessa età Andy Murray ne aveva vinti 17, tra cui sei in tornei ATP 1000 (che sono di un ordine di difficoltà sotto gli Slam) e due in ATP 500, e si accingeva a trionfare alle Olimpiadi e agli UsOpen entro poco più di un anno. Raonic è a quota otto tornei, tutti ATP 250 escluso Washington 2014, che è un 500. Il suo successo più significativo è di venti giorni fa, il 6-4 6-4 inflitto a Roger Federer in finale a Brisbane. Insomma, carriere non comparabili. Ma tre anni e mezzo di differenza d'età sono tanti e i miglioramenti che il ragazzo ha mostrato a Melbourne sono impressionanti. Naturalmente potentissimo al servizio, non punta più lì tutte le sue fiches. Nonostante la stazza (196 centimetri per oltre 98 chili), ha imparato a scattare e muoversi in verticale con efficacia, raggiunge le palle corte dell'avversario e, soprattutto, conquista spesso la rete sia al servizio sia - allo stile di Federer - alla risposta. Impressiona la capacità del canadese di cambiare costantemente ritmo, il che innervosisce chi, come Murray, preferisce un tennis senza rallentamenti.
Lo scozzese conferma le sue doti di combattente e difensore ad oltranza. Al servizio ha poco da invidiare a Raonic, alla risposta è attento e reattivo, negli scambi sbaglia poco e aspetta con pazienza gli errori altrui. Come ha dimostrato spesso in passato, condivide con Djokovic la qualità di adeguare il livello di gioco alla difficoltà del momento, nel senso che entrambi si esprimono al meglio quando il rischio è più forte. Come accade nel secondo set della semifinale agli Australian Open, quand'è alla risposta, avanti per 6-5. Consapevole che l'eventuale tie break lo vedrebbe sfavorito, alza in misura percettibile la pressione e costringe Raonic a esagerare. È così, facendo sbagliare il canadese, che pareggia il conto dei set. Analogamente, nel quarto set sul 3 pari lo scozzese approfitta cinicamente di due incertezze di Raonic al servizio, accelera e ottiene il break decisivo del match. Un'altra caratteristica di Milos è non mostrare alcun segno visibile di emozioni. Tanto imperscrutabile (ma nel quinto set distrugge, per pura frustrazione, la povera Wilson) da sconcertare chi sta dall'altra parte del campo. Nel caso di oggi, Andy. Il quale ha invece bisogno di rumoroso dialogo con tutti gli attori del match, che nell'ordine sono l'avversario, il giudice di sedia, quelli di linea, i raccattapalle e il pubblico. Se gliene manca qualcuno, soffre. Il numero 2 ATP è, nel circuito, forse secondo solo a Fabio Fognini e a Nick Kyrgios quanto a espressività nel corso dei match. A loro volta l'italiano e l'australiano sono figli minori di John McEnroe, che a suo tempo sosteneva di avere tre soli stati d'animo sul ground: arrabbiato, molto arrabbiato, arrabbiatissimo.
Da queste premesse e piccole notazioni capite che la seconda semifinale maschile di Melbourne tra il britannico e il montenegrino-canadese è stata godibile e incerta per quattro set. Il tie break del terzo set è una sorta di trailer dell'intera partita vista dall'angolo di Milos, che attacca e rischia forte mentre Andy si difende e contiene i danni; alla fine la differenza la fa la potenza del servizio del numero 14 ATP. Dal punto di vista di Amelie Mauresmo e del clan Murray, i game sineddoche, quelli che rappresentano il tutto, sono l'ottavo e il decimo del quarto set, quando lo scozzese rischia per due volte di restituire il break strappato ma riesce con la grinta e il coraggio a recuperare e a mantenere il vantaggio acquisito. Prendendosi il set e di fatto chiudendo il match. Perché il quinto set è un trionfale soliloquio dello scozzese: 4-6 7-4 6-7 6-4 6-2 in 4ore e 2 minuti. Alla fine troppi gli errori di Raonic (78), solo in parte equilibrati dai vincenti (72). Murray invece sbaglia pochissimo (28) e assomma i vincenti che gli servono, non di più (38). Come dice il mio amico Giovanni, la cura Piatti-Ljubicic-Moya sta creando un campione vero, al quale i recentissimi consigli dello spagnolo hanno aggiunto qualcosa dal punto di vista psicologico. Ma con Murray non basta. Solo David Ferrer gli può contendere il titolo di più coriaceo Top Ten, ma la qualità del gioco dello scozzese è infinitamente superiore. Lo mostrerà anche domenica nel trentunesimo confronto con Novak Djokovic, tentando di raggiungere quota dieci vittorie nei testa a testa e quota tre negli Slam
Twitter@claudiogiua
Lo scozzese conferma le sue doti di combattente e difensore ad oltranza. Al servizio ha poco da invidiare a Raonic, alla risposta è attento e reattivo, negli scambi sbaglia poco e aspetta con pazienza gli errori altrui. Come ha dimostrato spesso in passato, condivide con Djokovic la qualità di adeguare il livello di gioco alla difficoltà del momento, nel senso che entrambi si esprimono al meglio quando il rischio è più forte. Come accade nel secondo set della semifinale agli Australian Open, quand'è alla risposta, avanti per 6-5. Consapevole che l'eventuale tie break lo vedrebbe sfavorito, alza in misura percettibile la pressione e costringe Raonic a esagerare. È così, facendo sbagliare il canadese, che pareggia il conto dei set. Analogamente, nel quarto set sul 3 pari lo scozzese approfitta cinicamente di due incertezze di Raonic al servizio, accelera e ottiene il break decisivo del match. Un'altra caratteristica di Milos è non mostrare alcun segno visibile di emozioni. Tanto imperscrutabile (ma nel quinto set distrugge, per pura frustrazione, la povera Wilson) da sconcertare chi sta dall'altra parte del campo. Nel caso di oggi, Andy. Il quale ha invece bisogno di rumoroso dialogo con tutti gli attori del match, che nell'ordine sono l'avversario, il giudice di sedia, quelli di linea, i raccattapalle e il pubblico. Se gliene manca qualcuno, soffre. Il numero 2 ATP è, nel circuito, forse secondo solo a Fabio Fognini e a Nick Kyrgios quanto a espressività nel corso dei match. A loro volta l'italiano e l'australiano sono figli minori di John McEnroe, che a suo tempo sosteneva di avere tre soli stati d'animo sul ground: arrabbiato, molto arrabbiato, arrabbiatissimo.
Da queste premesse e piccole notazioni capite che la seconda semifinale maschile di Melbourne tra il britannico e il montenegrino-canadese è stata godibile e incerta per quattro set. Il tie break del terzo set è una sorta di trailer dell'intera partita vista dall'angolo di Milos, che attacca e rischia forte mentre Andy si difende e contiene i danni; alla fine la differenza la fa la potenza del servizio del numero 14 ATP. Dal punto di vista di Amelie Mauresmo e del clan Murray, i game sineddoche, quelli che rappresentano il tutto, sono l'ottavo e il decimo del quarto set, quando lo scozzese rischia per due volte di restituire il break strappato ma riesce con la grinta e il coraggio a recuperare e a mantenere il vantaggio acquisito. Prendendosi il set e di fatto chiudendo il match. Perché il quinto set è un trionfale soliloquio dello scozzese: 4-6 7-4 6-7 6-4 6-2 in 4ore e 2 minuti. Alla fine troppi gli errori di Raonic (78), solo in parte equilibrati dai vincenti (72). Murray invece sbaglia pochissimo (28) e assomma i vincenti che gli servono, non di più (38). Come dice il mio amico Giovanni, la cura Piatti-Ljubicic-Moya sta creando un campione vero, al quale i recentissimi consigli dello spagnolo hanno aggiunto qualcosa dal punto di vista psicologico. Ma con Murray non basta. Solo David Ferrer gli può contendere il titolo di più coriaceo Top Ten, ma la qualità del gioco dello scozzese è infinitamente superiore. Lo mostrerà anche domenica nel trentunesimo confronto con Novak Djokovic, tentando di raggiungere quota dieci vittorie nei testa a testa e quota tre negli Slam
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