Qualche anno fa Stephen Hawking, geniale scienziato e professore di matematica a Cambridge, confessò a un giornalista del New Scientist di trascorrere parte della giornata a pensare alle donne perché, spiegò, "sono un completo mistero". Lo scambio di battute fu letteralmente questo: "What do you think most about during the day?". "Women. They are a complete mystery". Fulminante. Come non essere d'accordo?
Anche le donne del tennis sono un inestricabile groviglio di determinazione e insicurezza, cocciutaggine nel perseverare nell'errore e capacità di adeguarsi alle circostanze, incontenibile entusiasmo e prolungata depressione. Un mistero, appunto. Due settimane fa scrivevo di Sara Errani dopo le sconfortanti sconfitte in FedCup a Marsiglia contro Caroline Garcia e Kiki Mladenovic: "Ha perso via via fiducia fino a rinunciare alla lotta. Solo un accurato mental coaching potrà risolvere questa crisi che va avanti da troppo tempo". Intendevo: ci vorranno mesi per ritrovare la campionessa per anni più rappresentativa del tennis femminile azzurro. Invece, a smentire me e molti altri critici eccessivamente severi, negli ultimi sei giorni la romagnola ha sfoggiato un'eccezionale forma fisica e mentale e ha conquistato il suo nono e più importante titolo in carriera: per capirci, prima che da lei il WTA Premier 5 Event del Golfo era stato vinto dal 2011 al 2015 da Caroline Wozniacki, Agnieszka Radwanska, Petra Kvitova, Venus Williams e Simona Halep; in termini di premi e punteggi Dubai è inferiore solo ai quattro Slam e a Indian Wells, Miami, Madrid, Pechino, Doha, Roma, Cincinnati, Toronto/Montreal e Wuhan.
La finale contro Barbora Strycova, ceca quasi trentenne, 47 del ranking WTA, è stata una passerella per Sara (6-0 6-2 in poco più di un'ora), di nuovo sicura di sé dopo le vittorie sulla cinese Zheng, la kazaka Shvedova, l'americana Brengle e, in semifinale, l'ucraina Svitolina. L'attuale numero 3 italiana, dietro Pennetta e Vinci, non ha concesso niente all'avversaria, presto in totale confusione e incapace di contromisure ai frequenti cambi di ritmo. La novità di oggi è risultata l'efficienza del servizio di Sara, meno barocco rispetto al recente passato: fino a Marsiglia, posizionava la testa della racchetta ben sotto la linea delle spalle, causando una sorta di vortice poco potente e comunque non in grado di imprimere alla palla rotazioni difficili da controllare. Il coach Pablo Lozano deve averla convinta a tornare alla precedente esecuzione, più tradizionale, che perlomeno produceva produce prime palle di qualche chilometro più veloci.
Al termine del match, Sara è scoppiata in lacrime ed ha lungamente abbracciato Lozano. M'è sembrato un punto di svolta, il segnale del ritorno in scena di una lottatrice come poche altre bel circuito. Che negli ultimi mesi era arrivata a dire che stare in campo non la divertiva come un tempo. E che "talvolta il tennis non ti segue".
A contribuire al miracolo della resurrezione della finalista del Roland Garros e semifinalista degli UsOpen nel 2012 sono state sia le batoste francesi sia la voglia di riprendersi il ruolo di primo piano perso dopo gli exploit americani di Flavia Pennetta e Roberta Vinci e, la scorsa settimana, il trionfo a San Pietroburgo della ex partner tarantina. Finalmente elaborato il lutto della rottura del sodalizio di doppio, Sara, da lunedì numero 14 WTA, si nutrirà d'ora in poi della rivalità con Roberta, da lunedì numero 12. E viceversa. Il confronto a distanza tra le ex Chichis, non disturbato da Flavia, fuori dai giochi pur essendo tuttora numero 8 WTA, diventerà uno del leitmotiv della stagione.
Nell'inedito duello proverà invece ad inserirsi Francesca Schiavone, che a quasi 36 anni disputerà domani a Rio de Janeiro la sua diciottesima finale WTA dopo aver sconfitto oggi la venticinquenne croata Petra Martic per 6-3 6-3. Le amicizie/inimicizie femminili sono tra i misteri senza spiegazione. Almeno per noi uomini.
Twitter @claudiogiua
Anche le donne del tennis sono un inestricabile groviglio di determinazione e insicurezza, cocciutaggine nel perseverare nell'errore e capacità di adeguarsi alle circostanze, incontenibile entusiasmo e prolungata depressione. Un mistero, appunto. Due settimane fa scrivevo di Sara Errani dopo le sconfortanti sconfitte in FedCup a Marsiglia contro Caroline Garcia e Kiki Mladenovic: "Ha perso via via fiducia fino a rinunciare alla lotta. Solo un accurato mental coaching potrà risolvere questa crisi che va avanti da troppo tempo". Intendevo: ci vorranno mesi per ritrovare la campionessa per anni più rappresentativa del tennis femminile azzurro. Invece, a smentire me e molti altri critici eccessivamente severi, negli ultimi sei giorni la romagnola ha sfoggiato un'eccezionale forma fisica e mentale e ha conquistato il suo nono e più importante titolo in carriera: per capirci, prima che da lei il WTA Premier 5 Event del Golfo era stato vinto dal 2011 al 2015 da Caroline Wozniacki, Agnieszka Radwanska, Petra Kvitova, Venus Williams e Simona Halep; in termini di premi e punteggi Dubai è inferiore solo ai quattro Slam e a Indian Wells, Miami, Madrid, Pechino, Doha, Roma, Cincinnati, Toronto/Montreal e Wuhan.
La finale contro Barbora Strycova, ceca quasi trentenne, 47 del ranking WTA, è stata una passerella per Sara (6-0 6-2 in poco più di un'ora), di nuovo sicura di sé dopo le vittorie sulla cinese Zheng, la kazaka Shvedova, l'americana Brengle e, in semifinale, l'ucraina Svitolina. L'attuale numero 3 italiana, dietro Pennetta e Vinci, non ha concesso niente all'avversaria, presto in totale confusione e incapace di contromisure ai frequenti cambi di ritmo. La novità di oggi è risultata l'efficienza del servizio di Sara, meno barocco rispetto al recente passato: fino a Marsiglia, posizionava la testa della racchetta ben sotto la linea delle spalle, causando una sorta di vortice poco potente e comunque non in grado di imprimere alla palla rotazioni difficili da controllare. Il coach Pablo Lozano deve averla convinta a tornare alla precedente esecuzione, più tradizionale, che perlomeno produceva produce prime palle di qualche chilometro più veloci.
Al termine del match, Sara è scoppiata in lacrime ed ha lungamente abbracciato Lozano. M'è sembrato un punto di svolta, il segnale del ritorno in scena di una lottatrice come poche altre bel circuito. Che negli ultimi mesi era arrivata a dire che stare in campo non la divertiva come un tempo. E che "talvolta il tennis non ti segue".
A contribuire al miracolo della resurrezione della finalista del Roland Garros e semifinalista degli UsOpen nel 2012 sono state sia le batoste francesi sia la voglia di riprendersi il ruolo di primo piano perso dopo gli exploit americani di Flavia Pennetta e Roberta Vinci e, la scorsa settimana, il trionfo a San Pietroburgo della ex partner tarantina. Finalmente elaborato il lutto della rottura del sodalizio di doppio, Sara, da lunedì numero 14 WTA, si nutrirà d'ora in poi della rivalità con Roberta, da lunedì numero 12. E viceversa. Il confronto a distanza tra le ex Chichis, non disturbato da Flavia, fuori dai giochi pur essendo tuttora numero 8 WTA, diventerà uno del leitmotiv della stagione.
Nell'inedito duello proverà invece ad inserirsi Francesca Schiavone, che a quasi 36 anni disputerà domani a Rio de Janeiro la sua diciottesima finale WTA dopo aver sconfitto oggi la venticinquenne croata Petra Martic per 6-3 6-3. Le amicizie/inimicizie femminili sono tra i misteri senza spiegazione. Almeno per noi uomini.
Twitter @claudiogiua