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Leoni e leoncini al Foro in attesa dei dominatori

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Il 28 ottobre 1997 Radek Stepanek sta per compiere 19 anni quando nella sala parto di Rancho Santa Fe, a nord di San Diego, risuona acuto il primo vagito di Taylor Fritz. Diresti che i gradi di separazione tra i due siano ben più di sei, con quei diecimila chilometri che dividono il rampante teenager cecoslovacco dal poppante californiano. Invece i destini di "Steps" e Taylor s'incroceranno a Madrid una settimana fa e a Roma oggi davanti a tanta gente che forse ricorderà queste partite come la prima volta di un futuro campione in terra spagnola e italiana.
 
Radek, figlio di Vlastimil, coach di tennis in un satellite sovietico che per decenni privilegia gli sport per ragioni di propaganda, e di Hana, bibliotecaria, impugna la sua prima racchetta quando ha tre anni. Ci sarebbero molte buone ragioni, allora, per trovare il modo di scappare dalla Cecoslovacchia e da Karvina, la città mineraria al confine con la Polonia dove la famiglia Stepanek s&#…
Il 28 ottobre 1997 Radek Stepanek sta per compiere 19 anni quando nella sala parto di Rancho Santa Fe, a nord di San Diego, risuona acuto il primo vagito di Taylor Fritz. Diresti che i gradi di separazione tra i due siano ben più di sei, con quei diecimila chilometri che dividono il rampante teenager cecoslovacco dal poppante californiano. Invece i destini di "Steps" e Taylor s'incroceranno a Madrid una settimana fa e a Roma oggi davanti a tanta gente che forse ricorderà queste partite come la prima volta di un futuro campione in terra spagnola e italiana.
 
Radek, figlio di Vlastimil, coach di tennis in un satellite sovietico che per decenni privilegia gli sport per ragioni di propaganda, e di Hana, bibliotecaria, impugna la sua prima racchetta quando ha tre anni. Ci sarebbero molte buone ragioni, allora, per trovare il modo di scappare dalla Cecoslovacchia e da Karvina, la città mineraria al confine con la Polonia dove la famiglia Stepanek s'è stabilita. Il tennis sarebbe la scusa perfetta: l'ha già usata Martina Navratilova e la sta per usare Ivan Lendl, di Ostrava, 25 chilometri più a ovest, che nell'81, mentre Radek scambia i primi colpi con il padre, si trasferisce negli Stati Uniti da dove di fatto non tornerà più.
 
Alla fine degli anni Ottanta il crollo della cortina di ferro cambia anche il destino del ragazzino che vuole diventare il più forte tennista del mondo: la fine del regime comunista, la democrazia, la separazione dalla Slovacchia, l'affermazione del consumismo non rendono più necessario fuggire all'estero per cercare chissà cosa. Dieci anni più tardi Radek può, con il tennis, girare il mondo, guadagnare molto, permettersi storie di passione con tenniste ricche e famose come Martina Hingis, Nicole Vaidisova, Petra Kvitova. Fa molto bene in doppio e bene in singolare (è stato numero 8 ATP nel 2006, ora è 148) ed è lui l'uomo decisivo nella plurivittoriosa nazionale ceca di Davis. Adesso è considerato - a quasi 38 anni - tra i simboli del tennis mondiale.
 
La storia del giovane Taylor è talmente breve da poter essere raccontata in poche righe: figlio di Kathy May, classe 1956, tre volte nei quarti di finale degli Slam, e di Guy Fritz, 301 al mondo nel 1978, cresce a pane, servizi e rovesci. L'anno scorso vince il torneo junior degli UsOpen dopo avere raggiunto due mesi prima la finale al Roland Garros junior. È la grande sorpresa di questa stagione, con l'eccellente Masters 250 disputato a Memphis in febbraio, dove viene fermato solo in finale da Kei Nishikori. Poi i quarti di finale ad Acapulco e i due turni al 1000 di Miami lo proiettano fino a quota 71 del ranking ATP. Infine, l'Europa della terra rossa.
 
Appena arrivato a Roma, Taylor chiede agli organizzatori degli Internazionali un giro turistico in città: non la conosco, spiega sorridendo. Ragazzo intelligente. Poi tanto allenamento. Il sorteggio per il primo turno delle qualificazioni gli deve sembrare una beffa: riecco il Vecchio Leone ceco, come a Madrid. Il match sul campo numero 4 è avvincente, con il californiano che mette sotto pressione l'ex giovanotto di Karvina superandolo in forza e precisione nel primo set (6-4), contenendone il ritorno nel secondo set fino al tre break (6-7), cedendo per affaticamento nervoso nel terzo (1-6). Folla strabocchevole, difficile trovare un posto sulle tribune di marmo. Tanto tifo soprattutto a sostegno di Radek, mai domo nonostante i problemi iniziali. A Fritz non manca quasi nulla per diventare un Top 10 entro il 2017: tassi d'errore più contenuti, meno emotività nei momenti che contano. È educato e senza eccessi, un Federer in sedicesimo. Può farcela.
 
A proposito di Grandi Vecchi e Grandi (con le debite proporzioni) Giovani: i soli due italiani a passare il primo turno delle qualificazioni sono Filippo Volandri, classe 1981, opposto oggi al tunisino Malek Jaziri, e Matteo Donati, classe 1995, che bissa il successo dell'anno scorso in tre set contro il colombiano Santiago Giraldo al primo turno del main draw. Il sabato tennistico vive anche delle notizie provenienti da Madrid, dove sono in programma le semifinali del Masters 1000. Il match che nel pomeriggio oppone Rafael Nadal e Andy Murray risulta tra i più incerti dei 24 (17 vittorie a 7 per lo spagnolo) di una sfida cominciata quasi dieci anni fa - era il gennaio 2007 - a Melbourne. Molto più combattuto della finale a Madrid dell'anno scorso, quando lo scozzese prevalse per 6-3 6-2 mettendo in evidenza i crescenti problemi del beniamino del pubblico di casa. Dopo tredici vittorie primaverili consecutive il maiorchino, ATP 5, stavolta trova un avversario in grado di rallentare la sua corsa sulla terra rossa, culminata nei trionfi a Montecarlo e Barcellona. Il risultato di oggi, 7-5 6-4, racconta di Andy in costante fuga e di Rafa all'inseguimento, con entrambi i break decisivi conquistati dal numero 2 al mondo quand'è avanti per 6-5 nel primo set e per 5-4 nel secondo. A dimostrazione di una tenuta nervosa ritrovata dopo la sconfitta patita nel Principato tre settimane fa, sempre in semifinale, per 6-2 4-6 2-6 per mano di Nadal.
 
In serata l'altra semifinale tra il numero 1 Novak Djokovic e Nishikori, numero 6. Nel primo set il serbo risulta il solito di questa stagione, mai appariscente né dominante eppure in grado di mantenere il controllo della partita. Il giapponese è solido. Il cinismo fa la differenza: Nole non concede agli avversari il minimo errore, mai. Nel primo set approfitta di un breve appannamento di Kei per prendersi il game di risposta sul 4-3 a favore, poi serve e chiude (6-3 in 39 minuti). Nel secondo set il copione sembra ripetersi fino al 5-3 30-15 per Djokovic, che improvvisamente patisce l'aggressività del giapponese e si fa raggiungere. Riesce a contenere i danni e ottiene di giocare il tie break. Qualcosa sembra essersi infilato tra gli ingranaggi perfetti della macchina da tennis costruita a Belgrado: che girano ancora, tuttavia, almeno quanto basta per conservare il minibreak che gli serve. E così soffre, fatica, non incanta e conquista la finale.
Twitter @claudiogiua