Monday's Net

Nole e Kei, i superguerrieri

4 minuti di lettura
Pur sapendo che ogni generalizzazione è sbagliata (compresa questa appena scritta), azzardo blande ipotesi sui popoli di combattenti e tennisti. Discendenti degli slavi scesi nella penisola balcanica tra il sesto e settimo secolo dopo Cristo, i serbi furono guerrieri che per secoli difesero a fil di spada e colpi di mazza i propri territori e anche la purezza etnica" (purtroppo hanno continuato a farlo nell'era della globalizzazione). Anche i giapponesi ebbero il culto delle armi e del confronto fisico. Senza risparmi di sangue. I samurai furono la classe guerriera dominante di buona parte del secondo millennio. Più dei serbi, svilupparono una cultura e una politica imperialiste che culminarono nel disastro della seconda guerra mondiale.
 
Tutto ciò ha qualcosa a che fare con Novak Djokovic e Kei Nishikori? Sì, a vederli scambiarsi colpi  neanche fossero fendenti di sciabola o katana. Il serbo ha sconfitto il numero 6 del ranking ATP per 2-6 6-4 7-6 al termine di una partita di tre ore e due minuti d'eccezionale livello agonistico, che a lungo l'ha visto soccombere. Perché il ragazzo venuto dall'Oriente e cresciuto nel campus di Nick Bollettieri in Florida è senza dubbio il più forte dei '90s guys, di cui non farebbe cronologicamente parte per sole 48 ore: è nato il 29 dicembre 1989.
 
Kei ha accelerato nel primo set grazie alla precisione da fondo campo e ai delicati tocchi sotto rete, conquistando due break. Con una difesa sicura fatta di colpi piatti "alla Djokovic" e un tasso d'errore infimo, ha costretto Nole ad accorciare misure e tempi degli scambi, con effetti disastrosi. Dopo 42 minuti il numero 1 al mondo ha dovuto inchinarsi: 2-6. Secondo set più equilibrato, con Nole in costante crescita e impegnato colpo dopo colpo a frantumare le certezze di Kei. Senza riuscirci fino al break preso di forza sul 5-4 a favore, quando non ci sono più uscite di sicurezza. Nella terza frazione di gioco Djokovic ha cominciato incassando il risultato del precedente lavoro ai fianchi. Ha preso il largo al secondo game e poi, cinicamente, ha cercato di gestire il vantaggio. Sotto 4-1, il giapponese, incrollabile, è invece tornato a macinare gioco e ha recuperato fino al 4 pari. Da lì, un corpo a corpo, un incontro di sumo fino al tie break. Dove ha fatto la differenza l'abitudine alla tensione di Nole: 7-5. Onore a entrambi i superguerrieri.
 
Stirpi di guerrieri sono anche quelle francesi e scozzesi. Giovanna d'Arco s'è rivoltata nella tomba a vedere il superstite soldato francese Pouille abbattuto da quell'Andrew Murray detto Andy che ha concentrato su di sé l'orgoglio british dell'ultimo decennio. A meno che il francese e lo scozzese non abbiamo - come accade spesso sulle rive opposte della Manica - antenati comuni: per questo motivo, forse, giocano a specchio con la differenza che il secondo sa picchiare e far male, il primo no.
 
Ho fatto un rapido studio. In scozzese il suffisso "kirk" sta per "chiesa". "Dun" è un colore, il grigio-marrone opaco. La parola composta "dunkirk" segnala un luogo con una chiesa grigio-marrone. Ci sono parecchie Dunkirk, seppure non in Scozia: nel Cambridgeshire, nel Cheshire, nel Kent, nel Norfolk, nel South Gloucestershire, nel Wiltshire. Dall'altra parte del Canale chiamano Dunkirk anche la Dunquerke francese. Gli storici dicono che il toponimo più antico è quello anglosassone, che a sua volta deve qualcosa al fiammingo o all'olandese. Quei territori continentali sono stati contesi tra gli inglesi e francesi. Gli scozzesi erano però fedeli alleati del re di Francia, che nel quindicesimo secolo contò sulla Garde Écossaise come propria guardia personale. Dunque non è azzardato ipotizzare pezzi di DNA comuni tra la gente della città di cui è originario Pouille (per la precisione, è nato in comune metropolitano di Dunkerque, Grande-Synthe) e quella di Edinburgo, la città di Andy Murray, il massimo giocatore britannico degli ultimi ottant'anni.
 
Di cotante storia e geografia nulla sanno, ne sono certo, Andy e Lucas. Che si sono affrontati consapevoli dei propri ruoli di numero 2 al mondo e di fortunatissimo neo-numero 31. La resistenza di Pouille è durata il tempo di quattro game in entrambi i set, fino a quando Murray non s'è involato con un break che lo ha portato sul 3-1. Poi, un doppio assolo che nemmeno la pausa per pioggia ha interrotto. Per incassare il 6-2 6-1, in 59 minuti di gioco, Andy ha sudato meno che nella sessione d'allenamento mattutina. Dicono che Lucas, 22 anni, sia con Pierre-Hugues Herbert il più promettente francese della generazione tra il 1990 e il 1995. Sarà. A vederlo in campo oggi gli si darebbero scarse chance di emulare le gesta dei fratelli maggiori Tsonga, Monfils, Simon, Gasquet, Paire, Chardy, Mahut, Mathieu. Ma bisogna lasciargli il tempo di maturare, era la sua semifinale importante e l'emozione potrebbe averlo condizionato oltremisura.
 
Forse oggi Murray avrebbe preferito un avversario più impegnativo. Alla finale di domani lo scozzese - un esordio per lui - approda dopo un percorso quasi netto, con l'unico set lasciato al kazako Mikhail Kukushkin. Non sarà "carico", direbbe lo psicologo dello sport. Djokovic ha invece dovuto soffrire e combattere più duramente nei suoi quattro turni e quindi ha una scorta di adrenalina che doserà domani con sapienza. Sarà la loro terza finale in comune della stagione, dopo Melbourne in gennaio e Madrid domenica scorsa. Lo score è di 23 vittorie a 9 a favore del serbo.
 
Fascinosa la finale femminile, con in campo le due americane finora più deluse dalla propria stagione agonistica: Serena, classe 1981, numero 1 WTA ma quarta nella classifica da gennaio, e Madison Keys, 1995, 24 WTA e numero 38 della cosiddetta "road to Singapore". La più giovane delle Williams ha vinto l'ultimo torneo in agosto a Cincinnati, prima dell'eliminazione in semifinale agli UsOpen per mano di Roberta Vinci. Keys, considerata la più promettente giovane americana, ha un solo trofeo in bacheca, conquistato sull'erba di Eastbourne nel 2014 ai danni di Angelique Kerber. Negli ultimi mesi ha lavorato con Jesse Levine e Mats Wilander prima di accasarsi il mese scorso con lo svedese Tomas Hogstedt, che segue Eugenie Bouchard ed è stato coach di Caroline Wozniacki, Maria Sharapova, Li Na e Simona Halep. Dai risultati del Foro, una scelta giusta.
 
Serena ha penato appena un po' nel primo set contro la rumena Irina-Camelia Begu (6-4 6-1) mentre Madison ha dovuto giocare un eccellente match per liberarsi della favorita spagnola Garbine Muguruza (7-5 6-4). Domani all'ora di pranzo (telecronaca alle 14 su Supertennis) non ci sarà da annoiarsi.