✕

Lo chiameremo "Andy il rosso"

3 minuti di lettura
Quanto possono cambiare le prestazioni di due avversari nel giro di una settimana? Chi gioca a tennis lo sa: moltissimo. Domenica scorsa nella finale del Masters madrileno Novak Djokovic aveva sofferto per sconfiggere Andy Murray in tre set (6-2 3-6 6-3), oggi a Roma si sono scambiati i ruoli con la differenza che lo scozzese ha sofferto poco e vinto facilmente: 6-3 6-3. Questo risultato è dovuto a due accadimenti che si sono combinati negli ultimi giorni. Il primo è frutto di un processo cominciato molto tempo fa: l'uomo che odiava la terra fino al 4 maggio 2015 (giorno del primo successo "rosso" a Monaco di Baviera con Philipp Kohlschreiber, bissato la domenica successiva a Madrid con Rafael Nadal) ha capito poco alla volta che nel Risiko tennistico globale i suoi territori non saranno solo coperti d'erba verde o sintetico multicolore.
 
Il secondo accadimento è conseguenza diretta del sorteggio per il tabellone degli Internazionali BNL d&…
Quanto possono cambiare le prestazioni di due avversari nel giro di una settimana? Chi gioca a tennis lo sa: moltissimo. Domenica scorsa nella finale del Masters madrileno Novak Djokovic aveva sofferto per sconfiggere Andy Murray in tre set (6-2 3-6 6-3), oggi a Roma si sono scambiati i ruoli con la differenza che lo scozzese ha sofferto poco e vinto facilmente: 6-3 6-3. Questo risultato è dovuto a due accadimenti che si sono combinati negli ultimi giorni. Il primo è frutto di un processo cominciato molto tempo fa: l'uomo che odiava la terra fino al 4 maggio 2015 (giorno del primo successo "rosso" a Monaco di Baviera con Philipp Kohlschreiber, bissato la domenica successiva a Madrid con Rafael Nadal) ha capito poco alla volta che nel Risiko tennistico globale i suoi territori non saranno solo coperti d'erba verde o sintetico multicolore.
 
Il secondo accadimento è conseguenza diretta del sorteggio per il tabellone degli Internazionali BNL d'Italia 2016 che ha riservato a Murray avversari di scarso peso mentre Djokovic ha penato negli ottavi con Thomaz Bellucci, nei quarti con Nadal e in semifinale con Kei Nishikori. A tutti, oggi, Nole è apparso sfinito, Andy pimpante.
 
La vittoria di Murray, che interrompo un duopolio che durava a Roma dal 2005, apre dunque scenari inediti già a cominciare dallo Slam di Francia: che non sarà un affare privato tra i due più forti sulla terra rossa, Novak Djokovic e Rafael Nadal, finora impegnati a guardarsi da Roger Federer e Stan Wawrinka, perché è lui, oggi, il terzo incomodo.
 
Una sconfitta, quella del serbo, non inattesa. In attesa del match, il mio amico Cedomir "Ceda",  doppista scarso (lo dico a ragion veduta), giornalista potente a Belgrado e autore della più poderosa storia del tennis balcanico (quattro chili, 842 pagine), si siede accanto a me e scuote la testa: "Oggi Nole perde in due set". Come lo sai, Ceda? "Non lo so, lo prevedo. C'è qualcosa che non gira nel verso giusto". È stanco? "Deve giocare e pensare troppo". In campo, intanto, Novak Djokovic e Andy Murray finiscono il riscaldamento. Si comincia. Ceda sembra averla azzeccata. Il numero 1 al mondo è lento e impreciso, lo scozzese, numero 2 da domani, è veloce ed efficace. Un altro amico, Carlo Annovazzi, mi manda un sms da Codogno: "Djokovic ha davanti uno che corre meglio di lui e fa meno fatica a spingere".  Ha ragione. I primi due game portano via 15 minuti, gli altri sette se ne prendono 29 e confermano nel punteggio, 6-3, la distanza che separa oggi Murray da Djokovic. Il secondo set si sblocca sul 2 pari quando lo scozzese strappa il break nonostante la rabbiosa difesa del serbo. Poi la partita non ha più storia. Nole è sincero come il solito: "Ha giocato meglio di me".
 
Non è epica né indimenticabile la finale "Serena Williams vs. Madison Keys", la prima tra afroamericane della storia degli Internazionali. Nonostante il blasone della numero 1 WTA e la voglia di emergere della numero 17 (da domani) il match è la fiera degli errori possibili e impossibili tra i quali trovano spazio rari intermezzi di gioco. A un certo punto GIanni Clerici comincia a contare gli errori: 37 nel solo secondo set, e nemmeno giustificati dalle rare folate di vento.
 
Serena è poco mobile, reagisce in ritardo, è prevedibile, non riesce a trovare gli stretti che di solito le fruttano quindici a grappoli. Soprattutto, è fallosa: non riuscendo ad anticipare, spesso colpisce quando la palla è bassa e l'affonda a rete. Si affida al servizio, peraltro poco incisivo. Madison, all'inizio, è tutta un'altra storia. Sfoggia un servizio tanto potente da mettere a segno tre ace dopo avere ottenuto il break a zero in apertura. Ha un diritto piatto scolastico e un rovescio a due mani che fa male. Sbaglia anche lei: con relativa spettacolarità, però, mentre gli errori di Serena sollevano cori di ooooh. Così, dopo mezz'ora, uno spettatore che non tenesse il conto dei punti e giudicasse in base all'impressione generale risponderebbe, ad opportuna domanda, che la ragazzina di Rock Island, Illinois, sta conducendo con ampio margine. Invece no, sono 4 pari. Perché il campione è quello che non si fa staccare nemmeno sulla salita più dura, che combatte e, alla fine, fa tesoro di un punticino o due sottratti all'avversario. Nole ha spiegato ieri a notte fonda: "Ho battuto Nishikori per un niente, 112 punti contro 111, questa è la verità". Serena ha fatto altrettanto oggi nel primo set, finito al tie break: il suo niente è di tre punti, 42 contro 39.
 
Il secondo set è una sorta di passeggiata per Williams, che deve solo preoccuparsi di sbagliare meno e di tenere a debita distanza Keys. Il 6-3 arriva dopo 1 ora e 23 minuiti e sancisce il diritto di Serena di appuntarsi virtualmente al petto la quarta medaglia al valore del Foro Italico. Non vinceva un torneo da Cincinnati, agosto 2015. Da oggi forse riprenderà a credere di più nei propri mezzi, come aveva fatto fino alla storica sconfitta per mano di Roberta Vinci a Flushing Meadows.
Twitter @claudiogiua