Il Middle Sunday di Wimbledon è di solito un giorno frustrante per chi è bulimico di tennis, con i cancelli chiusi, gli impianti affidati alle cure di squadre di giardinieri e muratori, i viali e i ristoranti deserti, nessun applauso da interpretare per chi s'attarda sui marciapiedi di Church Road o Somerset Road. Per me, invece, è una sosta utile a riprendere contatto con il mondo che non s'occupa di rovesci e drop shot, Federer e Djokovic. È dunque con attitudine tutt'altro che positiva che stamattina m'attrezzo psicologicamente a seguire i match domenicali programmati dall'organizzazione degli Championships al fine di rimettere in pari i tabelloni sconvolti dalla pioggia ossessiva dei giorni scorsi. Eppure sto per vivere un evento eccezionale: dal 1877 è accaduto solo altre tre volte, nel 1991, nel 1997 e nel 2004, che non venisse rispettato il riposo domenicale, mentre la finale si gioca di domenica dal 1982 in barba a qualsiasi tradizione o precetto religioso perché nel bilancio dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club allora pesavano molto i quattrini della NBC, il network americano che aveva l'esclusiva tv oltreoceano.
Il mio umore non migliora durante la partita d'apertura sulla Centre Court perché fa male vedere la numero 6 al mondo Roberta Vinci, finalista dieci mesi fa a Flushing Meadows, presa a pallate dalla convincente americana Coco Vandeweghe (6-3 6-4 in un'ora e 7 minuti). Peggiora quando uno dei miei giocatori preferiti per qualità di gioco e tenace sfiga, Juan Martin del Potro, cede le armi in quattro set (6-7 7-6 7-5 6-1) al francese Lucas Pouille, già noto per l'exploit della semifinale raggiunta agli ultimi Internazionali più per demeriti altrui che per meriti propri. Infine, scende ai minimi stagionali per l'uscita di scena, anche qui in quattro set (6-3 6-4 4-6 6-1 in due ore e 39 minuti), del giovane che considero più talentuoso, Alexander Zverev, 19 anni, testa di serie numero 24, per mano di un campione che invece giudico mancato come Tomas Berdych. Mi ha colpito negativamente soprattutto il modo con cui il tedesco di padre russo ha ceduto di schianto, nel quarto set, una volta sotto per 3-1: buttando via i punti, rinunciando a combattere, puntando solo alla rapida conclusione del piccolo calvario. Mica bene, ragazzo.
La seconda settimana di WImbledon comincia, tra gli uomini, senza il protagonista più atteso, Novak Djokovic, e con due giocatori chiamati a non tradire da qui a domenica prossima: Roger Federer e Andy Murray. Lo svizzero ha, sulla carta, la strada in discesa negli ottavi e in salita poi. Se domani eliminasse il sorprendente americano Steve Johnson, potrebbe infatti trovare Kei Nishikori (che sta giocando meglio di Marin Cilic) nei quarti e Milos Raonic o David Goffin in semifinale. Lo scozzese deve invece superare subito l'ostacolo più arduo, Nick Kyrgios. Per il resto lo vedo filare liscio verso la finale. Andasse come la stragrande maggioranza delle tifoserie si augura, sarebbe il loro quarto confronto sull'erba dell'All England, dopo le due finali del 2012 (Championsips a Federer, Olimpiadi a Murray) e la semifinale dell'anno scorso (Federer).
Tra le donne, ancora una volta Serena Williams deciderà, con il suo gioco e il suo mood, il destino di qualsiasi avversaria. Se s'esprime ai livelli dei primi otto mesi dell'anno scorso, nessuna avversaria è in grado di impensierirla. Sta di fatto che da settembre in qua qualcuna l'ha sempre messa in gravi difficoltà negli Slam, da Roberta Vinci ad Angelique Kerber a Garbine Muguruza. Delle tre, solo la tedesca è ancora in tabellone, seppure non al meglio della condizione. Dovessi puntare qualche scellino, lo farei su Simona Halep o Madison Keys. Ma non fidatevi, però.
Twitter @claudiogiua
Il mio umore non migliora durante la partita d'apertura sulla Centre Court perché fa male vedere la numero 6 al mondo Roberta Vinci, finalista dieci mesi fa a Flushing Meadows, presa a pallate dalla convincente americana Coco Vandeweghe (6-3 6-4 in un'ora e 7 minuti). Peggiora quando uno dei miei giocatori preferiti per qualità di gioco e tenace sfiga, Juan Martin del Potro, cede le armi in quattro set (6-7 7-6 7-5 6-1) al francese Lucas Pouille, già noto per l'exploit della semifinale raggiunta agli ultimi Internazionali più per demeriti altrui che per meriti propri. Infine, scende ai minimi stagionali per l'uscita di scena, anche qui in quattro set (6-3 6-4 4-6 6-1 in due ore e 39 minuti), del giovane che considero più talentuoso, Alexander Zverev, 19 anni, testa di serie numero 24, per mano di un campione che invece giudico mancato come Tomas Berdych. Mi ha colpito negativamente soprattutto il modo con cui il tedesco di padre russo ha ceduto di schianto, nel quarto set, una volta sotto per 3-1: buttando via i punti, rinunciando a combattere, puntando solo alla rapida conclusione del piccolo calvario. Mica bene, ragazzo.
La seconda settimana di WImbledon comincia, tra gli uomini, senza il protagonista più atteso, Novak Djokovic, e con due giocatori chiamati a non tradire da qui a domenica prossima: Roger Federer e Andy Murray. Lo svizzero ha, sulla carta, la strada in discesa negli ottavi e in salita poi. Se domani eliminasse il sorprendente americano Steve Johnson, potrebbe infatti trovare Kei Nishikori (che sta giocando meglio di Marin Cilic) nei quarti e Milos Raonic o David Goffin in semifinale. Lo scozzese deve invece superare subito l'ostacolo più arduo, Nick Kyrgios. Per il resto lo vedo filare liscio verso la finale. Andasse come la stragrande maggioranza delle tifoserie si augura, sarebbe il loro quarto confronto sull'erba dell'All England, dopo le due finali del 2012 (Championsips a Federer, Olimpiadi a Murray) e la semifinale dell'anno scorso (Federer).
Tra le donne, ancora una volta Serena Williams deciderà, con il suo gioco e il suo mood, il destino di qualsiasi avversaria. Se s'esprime ai livelli dei primi otto mesi dell'anno scorso, nessuna avversaria è in grado di impensierirla. Sta di fatto che da settembre in qua qualcuna l'ha sempre messa in gravi difficoltà negli Slam, da Roberta Vinci ad Angelique Kerber a Garbine Muguruza. Delle tre, solo la tedesca è ancora in tabellone, seppure non al meglio della condizione. Dovessi puntare qualche scellino, lo farei su Simona Halep o Madison Keys. Ma non fidatevi, però.
Twitter @claudiogiua