Diciassette anni fa Serena si prendeva il suo primo Slam a Flushing Meadows battendo in finale la numero 1 al mondo Martina Hingis. Tre anni dopo trionfava a Wimbledon, dove poi avrebbe alzato altre cinque volte l'eccessivo piatto dorato e intarsiato che va alla vincitrice, battendo per 7-6 6-3 Venus, sorella amatissima. L'ultimo suo successo sull'erba dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club è dell'anno scorso. Da allora non ha più vinto uno dei grandi tornei. Avesse trionfato in settembre agli UsOpen, come tutto il mondo s'attendeva, avrebbe conquistato uno storico Grande Slam.
Uscire di scena in semifinale davanti al pubblico newyorkese è stato per Serena uno shock fortissimo. Il suo coach Patrick Mouratoglou lavora da allora per convincerla che le sconfitte subite per mano di Roberta Vinci a Flushing Meadows, Angelique Kerber in finale a Melbourne e Garbine Muguruza in quella di Parigi non sono affatto la prova che prima o poi una qualsiasi avversaria fermerà puntualmente la sua rincorsa al ventiduesimo Slam. Cosa fa il tecnico francese? Ce lo spiega, indirettamente, a pagina 153 del suo libro "Impara a vincere" (2016, Piemme, 27 euro) dove racconta come nel 2012 riportò Serena al successo a Wimbledon dopo la lunga sosta per l'infortunio al piede e, soprattutto, per la drammatica embolia polmonare subita nel 2010: "Il bisogno imperioso che ha di vincere per sentirsi sicura è malsano. E addirittura controproducente in questo momento della sua carriera. Decido quindi, per alleggerire il suo fardello, di porla in una prospettiva a medio termine. Lo scopo è di allentare la sua ansia. Proponendole degli obiettivi più lontani nel tempo, le concedo di perdere nel breve termine. (...) Questo diritto di perdere le permette di rilassarsi, mentalmente e fisicamente. Si concede di rischiare e di esprimersi sul campo. Accettare l'idea della sconfitta in modo provvisorio la libera dall'angoscia".
A mio giudizio, anche stavolta l'obiettivo di Mouratoglou è a portata di mano. Ieri ho visto Serena affrontare e battere nettamente (7-5 6-1) l'espertissima Svetlana Kuznetsova, classe 1985, WTA 14. Oggi, nei quarti di finale, ha replicato la prova di forza con un'altra russa, Anastasia Pavlyuchenkova, 25 anni compiuti l'altro ieri, 23 WTA. La mia impressione è che la qualità del suo gioco sia al top in una stagione per lei non sempre all'altezza delle sue aspettative. E che psicologicamente sia pronta a riprendersi lo scettro di Wimbledon.
Nel primo set la tennista di Samara si gioca subito le carte migliori, aggredendo l'avversaria soprattutto nei suoi turni di servizio. Serena si difende con attenzione e senza affanni, è incontenibile quando serve, ottiene il break al momento più opportuno, il nono game, e poi, al servizio, chiude senza concedere un solo punto ad Anastasia. Il secondo set è la fotocopia del precedente, con l'americana che si limita ad attendere, ancora sul 4 pari, l'occasione per prendere il largo e mettere fine al match (6-4 6-4).
Il problema prossimo futuro di Mouratoglou è che Serena non sopporterebbe di lasciarsi alle spalle Wimbledon o Flushing Meadows senza almeno un titolo in tasca. Vero è che nel 2004, nel 2007 e nel 2011 la più giovane delle sorelle Willliams finì la stagione senza nemmeno uno Slam in più nel curriculum. Ma in quei frangenti la sua prospettiva agonistica era lunga, quasi infinita. Adesso non è così.
Sta molto bene anche Venus, tredici Slam vinti, WTA 8, che oggi ha affrontato con il piglio degli anni migliori (lei è del giugno 1980, Serena del settembre 1981) la moscovita naturalizzata kazaka Yaroslava Shvedova, 28 anni, già 25 al mondo, attualmente numero 96 del ranking WTA. L'ha controllata nel primo set (7-6) e dominata nel secondo (6-2). In semifinale troverà la tedesca Kerber, che a sua volta ha eliminato a fatica la romena Simona Halep (7-5 7-6).
Se entrambe sorelle passassero il prossimo turno, s'affronterebbero in finale replicando per la tredicesima volta in uno Slam il confronto che entrambe odiano di più. L'ultima occasione che le vide l'una contro l'altra schierate in uno Slam fu sempre a Wimbledon, edizione 2009, e Serena prevalse per 7-6 6-2. Ci fu, prima, un periodo in cui il loro dominio sul tennis mondiale fu assoluto: tra il 2002 e il 2003, per esempio, si scontrarono in cinque finali di Slam, e Serena prevalse sempre. Non sono quelli, credo, i migliori ricordi di entrambe. Comunque sia andata e andrà, niente le ha mai divise né le dividerà.
Twitter@claudiogiua
Uscire di scena in semifinale davanti al pubblico newyorkese è stato per Serena uno shock fortissimo. Il suo coach Patrick Mouratoglou lavora da allora per convincerla che le sconfitte subite per mano di Roberta Vinci a Flushing Meadows, Angelique Kerber in finale a Melbourne e Garbine Muguruza in quella di Parigi non sono affatto la prova che prima o poi una qualsiasi avversaria fermerà puntualmente la sua rincorsa al ventiduesimo Slam. Cosa fa il tecnico francese? Ce lo spiega, indirettamente, a pagina 153 del suo libro "Impara a vincere" (2016, Piemme, 27 euro) dove racconta come nel 2012 riportò Serena al successo a Wimbledon dopo la lunga sosta per l'infortunio al piede e, soprattutto, per la drammatica embolia polmonare subita nel 2010: "Il bisogno imperioso che ha di vincere per sentirsi sicura è malsano. E addirittura controproducente in questo momento della sua carriera. Decido quindi, per alleggerire il suo fardello, di porla in una prospettiva a medio termine. Lo scopo è di allentare la sua ansia. Proponendole degli obiettivi più lontani nel tempo, le concedo di perdere nel breve termine. (...) Questo diritto di perdere le permette di rilassarsi, mentalmente e fisicamente. Si concede di rischiare e di esprimersi sul campo. Accettare l'idea della sconfitta in modo provvisorio la libera dall'angoscia".
A mio giudizio, anche stavolta l'obiettivo di Mouratoglou è a portata di mano. Ieri ho visto Serena affrontare e battere nettamente (7-5 6-1) l'espertissima Svetlana Kuznetsova, classe 1985, WTA 14. Oggi, nei quarti di finale, ha replicato la prova di forza con un'altra russa, Anastasia Pavlyuchenkova, 25 anni compiuti l'altro ieri, 23 WTA. La mia impressione è che la qualità del suo gioco sia al top in una stagione per lei non sempre all'altezza delle sue aspettative. E che psicologicamente sia pronta a riprendersi lo scettro di Wimbledon.
Nel primo set la tennista di Samara si gioca subito le carte migliori, aggredendo l'avversaria soprattutto nei suoi turni di servizio. Serena si difende con attenzione e senza affanni, è incontenibile quando serve, ottiene il break al momento più opportuno, il nono game, e poi, al servizio, chiude senza concedere un solo punto ad Anastasia. Il secondo set è la fotocopia del precedente, con l'americana che si limita ad attendere, ancora sul 4 pari, l'occasione per prendere il largo e mettere fine al match (6-4 6-4).
Il problema prossimo futuro di Mouratoglou è che Serena non sopporterebbe di lasciarsi alle spalle Wimbledon o Flushing Meadows senza almeno un titolo in tasca. Vero è che nel 2004, nel 2007 e nel 2011 la più giovane delle sorelle Willliams finì la stagione senza nemmeno uno Slam in più nel curriculum. Ma in quei frangenti la sua prospettiva agonistica era lunga, quasi infinita. Adesso non è così.
Sta molto bene anche Venus, tredici Slam vinti, WTA 8, che oggi ha affrontato con il piglio degli anni migliori (lei è del giugno 1980, Serena del settembre 1981) la moscovita naturalizzata kazaka Yaroslava Shvedova, 28 anni, già 25 al mondo, attualmente numero 96 del ranking WTA. L'ha controllata nel primo set (7-6) e dominata nel secondo (6-2). In semifinale troverà la tedesca Kerber, che a sua volta ha eliminato a fatica la romena Simona Halep (7-5 7-6).
Se entrambe sorelle passassero il prossimo turno, s'affronterebbero in finale replicando per la tredicesima volta in uno Slam il confronto che entrambe odiano di più. L'ultima occasione che le vide l'una contro l'altra schierate in uno Slam fu sempre a Wimbledon, edizione 2009, e Serena prevalse per 7-6 6-2. Ci fu, prima, un periodo in cui il loro dominio sul tennis mondiale fu assoluto: tra il 2002 e il 2003, per esempio, si scontrarono in cinque finali di Slam, e Serena prevalse sempre. Non sono quelli, credo, i migliori ricordi di entrambe. Comunque sia andata e andrà, niente le ha mai divise né le dividerà.
Twitter@claudiogiua