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Andy ridà coraggio ai British

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Alle prese con gli effetti inattesi dell'annunciata Brexit - c'è l'imbarazzo della scelta, dall'impoverimento della sterlina al crollo dei valori immobiliari - la Gran Bretagna s'affida per qualche ora a Andy Murray, che nel 2014 votò per l'indipendenza della sua Scozia dal resto del Regno e che al referendum di due settimane fa ha optato, si dice, per il "remain". Tocca a lui, nella domenica della finale di Wimbledon con il canadese Milos Raonic, tenere insieme e ridare un momentaneo sorriso a un paese che mai s'è sentito tanto diviso e incerto sul proprio futuro (in tribuna c'è anche il premier Cameron che, citato nell'intervista del dopo-match da Murray, si prende una sonora dose di buuuu). Ci riesce nell'unico modo possibile date le caratteristiche da bombardiere dell'avversario: alzando al massimo l'attenzione durante i propri turni di servizio e, alla risposta, sfruttando il pur minimo errore altrui.
 
Tecnicamente, dunque, si vede davvero poco di nuovo rispetto agli ultimi cinque testa-a-testa, tutti vinti dal numero 2 al mondo di strettissima misura (con l'eccezione del quarto di finale a Montecarlo in aprile, finito 6-2 6-0). Una minima novità, probabilmente suggerita o imposta dal temporary advisor John McEnroe, è il frequente tentativo di Milos di chiudere scendendo a rete. Ma non gli basta. Invece conta eccome la qualità delle risposte di Andy al servizio, che si rivela decisiva nell'unico break e nei tie break. Infatti, i primi due set si risolvono a favore di Murray, rispettivamente, al settimo game e al tie break. Le prime due palle consecutive di break per Raonic arrivano soltanto nel terzo set sul 2 pari, ma Murray le annulla. Poi si procede di conserva, servizio vincente dopo servizio vincente, fino al tie break, che Murray domina. Finisce 6-4 7-6 7-6, come da copione. Un trionfo scaccia-malinconia e lima-paure per i britannici, come accadde con Bartali quando l'Italia era scossa dall'attentato a Palmiro Togliatti.
 
Da quando due settimane prima del via allo Slam sull'erba Ivan Lendl è tornato nel suo staff, Murray ha vinto dodici match consecutivi e due tornei. Un segnale inequivocabile del fatto che il sodalizio da straordinari frutti. Il ceco ha ripreso a tessere il filo dell'eccellente lavoro fatto nei primi due anni insieme, tra il 2012 e il 2014, che fruttarono allo scozzese i successi alle Olimpiadi di Londra 2012 e a Wimbledon 2013, la storica prima volta di un britannico dal 1936, più altri cinque tornei compresi gli UsOpen 2012. Forse anche per questo, prima della cerimonia di premiazione, Murray appare quasi più emozionato e commosso di tre anni fa. Lo stesso Lendl perde l'impassibilità di sempre: addirittura, sorride. Ma è un attimo.
 
Nulla, nemmeno i precedenti storici wimbledoniani, dava invece qualche chance a Milos Raonic: l'ultima volta di una finale nella Centre Court con in campo le teste di serie numero 2 e numero 6 fu nel 2009 e vide prevalere il meglio classificato Roger Federer su Andy Roddick per 5-7 7-6 7-6 3-6 16-14; per rintracciare una vittoria di un numero 6 agli Championships bisogna risalire al 1991, quando il tedesco Michael Stich batté il favoritissimo connazionale Boris Becker per 6-4 7-6 6-4.
 
I canadesi delusi da Raonic si consolano con la vittoria di un diciassettenne, Daniel Shapovalov, nel torneo junior. Il ragazzo di origine russa, nato a Tel Aviv ma residente a Ontario - dunque di tutti e di nessuno come si conviene nel tennis, che è sport più meticcio e globalizzato - ha sconfitto in finale il pari età australiano Alex De Minaur, che s'allena ad Alicante in Spagna. Dei giovanissimi italiani si erano perse le tracce già nei primi turni. 

Twitter @claudiogiua