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È il tempo del sano realismo

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Nella storia del tennis italiano c'è un "prima" e un "dopo" il 12 settembre 2015. Trascorso un anno dalla finale tutta italiana di New York, si accumulano le prove a favore di questa lettura dei fatti. 

È che ogni storia, comprese quelle di ciascuno di noi, ha un momento di svolta, quando tutto cambia. Consiglio a chi s'interessa delle vicende del Novecento "Hammerstein o dell'ostinazione" di Hans Magnus Enzenberger, 287 pagine, Einaudi 2008, che ricostruisce la figura emblematica di Kurt von Hammerstein, comandante in capo del Reichswehr prima che la Germania affidasse le proprie sorti a "quel caporale austriaco di nome Hitler", come il presidente Paul von Hindenburg usava definire il futuro Führer. Il momento di svolta del generale arrivò tra il 27 e il 28 gennaio 1933, esattamente un mese prima dell'incendio del Reichstag. Spiegarne qui il perché sarebbe impossibile e fuori luogo. Piuttosto, nel libro trovano ampio spazio le vite (e dunque anche i passaggi che ne decisero lo svolgersi, talvolta drammatico) delle tre figlie più grandi di von Hammerstein, Maria Luise, Maria Therese ed Helga, eccezionali esempi di donne indipendenti e temerarie in tempi - gli anni Venti e Trenta - nei quali all'indipendenza e alla temeriarietà potevano legittimamente aspirare, nel comune sentire, solo gli uomini.

Indipendenza e temerarietà sono le qualità, in contesti diversi e meno tumultuosi, da attribuire alle quattro donne che hanno segnato il tennis italiano degli ultimi tre lustri, Francesca Schiavone, Flavia Pennetta, Roberta Vinci e Sara Errani, protagoniste di quattro finali e due vittorie negli Slam oltre che di memorabili successi nella FedCup e in tanti tornei WTA. La fase più entusiasmante della loro lunga era collettiva sono stati - l'avete capito - gli UsOpen 2015 con le cavalcate di Flavia e Roberta culminate nell'eliminazione di Serena Williams per mano della tarantina in semifinale e nell'epilogo tutto azzurro nel quale prevalse la brindisina. Uscita di scena Pennetta, le ragazze superstiti si sono trovate ieri a Flushing Meadows a tentare di smentire chi sostiene che lo spartiacque del tennis italiano sia stato quel fantastico sabato di settembre.

Non ci sono riuscite. Non è bastato che Roberta non si sia fatta intimorire dall'obbligo di inaugurare ufficialmente il torneo femminile nel campo principale, l'Arthur Ashe Stadium finalmente dotato di copertura mobile. Opposta ad Anna-Lena Friedman, 22 anni, 46 del ranking WTA, che l'inverno scorso l'aveva buttata fuori al terzo turno degli Australian Open, la numero 8 al mondo ha condotto senza tentennamenti il primo set (6-2) e ha appena mostrato qualche appannamento nel secondo, finito 6-4 in rimonta dopo aver subito un break. La tedesca ha confermato le difficoltà mostrate negli ultimi mesi, ma questo non toglie nulla ai meriti dell'italiana, che a 33 anni e mezzo ha un rendimento costante che le consente di restare stabilmente tra le Top 10.

Tutt'altra storia nel Louis Armstrong Stadium, impianto secondo solo all'Arthur Ashe in termini di importanza e fascino. Qui la sedicesima sfida tra Francesca Schiavone, classe 1980, WTA 97, e Svetlana Kuznetsova, classe 1985, WTA 10, s'è trasformata in una passerella per la russa, che l'anno scorso in un match da antologia al Roland Garros fu messa in notevole difficoltà dalla milanese, come poche altre ex vincitrici di Slam capace di divertire qualsiasi pubblico. Anche ieri Francesca ha fatto vedere qualche scampolo dell'antica classe accoppiata a un'aggresività rimasta intatta, ma Svetlana non le ha lasciato spazi. Come certificano le statistiche firmate IBM (23 vincenti contro 6, l'83 per cento di punti ottenuti con il servizio contro il 33 per cento), non c'è quasi stata partita: 6-2 6-2 in 57 minuti.

Brutta giornata anche per Sara Errani, che sta vivendo uno dei periodi più difficili della carriera. A Shelby Rogers, 23 anni, WTA 49, potente e precisa nei fondamentali, dotata di un servizio efficace, reduce dai sorprendenti quarti al Roland Garros e da una serie di match mal gestiti, è bastato un break per prendersi il primo set (6-4). Sotto 2-5 nel secondo, ha recuperato lo svantaggio e ha poi dominato il tie break (7-6). L'emiliana ha bisogno di ritrovare la sicurezza che le consentiva di limitare gli effetti delle lacune e, insieme, di esaltare le qualità che a lungo hanno fatto di lei la numero 1 d'Italia.

Karin Knapp e Monica Giorgi sono le ultime due italiane in tabellone, entrambe nella parte alta. Nemmeno il più ottimista può pensare che vadano oltre il terzo turno. Insomma, è venuto il tempo del realismo. Dopo dieci anni speciali, abituiamoci ad accontentarci.
Twitter @claudiogiua