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Se l'eroe si chiama Giannessi

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Quattro anni fa Alessandro Giannessi sfiorò l'impresa che gli avrebbe garantito il diritto alla ricorrente citazione nei ristoranti dei circoli: "Te lo ricordi? Dai, arrivò tra i Top 100 qualche anno fa!". Lo spezzino, che allora doveva ancora compiere ventidue anni, si fermò però a quota 126 a causa di guai sia fisici (muscolari e respiratori), sia di tenuta nervosa. Nel tentativo di riguadagnare posizioni nel ranking ATP, si sottopose anche alle cure di Fabrizio Fanucci, esperto nei recuperi impossibili, che nel suo team fiorentino l'affiancò a Volandri, Starace e qualche altra vecchia gloria. Niente da fare.

Quanto gli è accaduto successivamente è un copione visto cento volte con altrettanti colleghi di Giannessi. Per stare a galla, il forte mancino - al quale anch'io, a suo tempo, avevo pronosticato un futuro tra i cinque italiani migliori - ha dovuto rassegnarsi a remare nei ben organizzati Challenger europei e in quelli polverosi nel Maghreb e Sudamerica che solo il mio amico Giovanni e pochi altri seguono con assiduità via streaming. È la vita grama dei tanti che non s'affacciano mai sotto quota 130 al mondo.

Alessandro ha tentato più volte di entrare nei main draw degli Slam e dei Masters 1000. Testardo, la scorsa settimana ha azzeccato la serie esaltante per la quale ha lavorato duro in anni oscuri: le vittorie nelle "quali" degli UsOpen su Ramanathan, Sugita e Kamke, un solo set ceduto, l'ingresso tra i magnifici 128 di New York, il salto in avanti di settanta posizioni nel ranking mondiale (ora è 193). Merito anche della recente collaborazione con il tecnico palermitano Paolo Cannova, che allena Salvatore Caruso.

Ieri, seconda occasione in carriera per lasciare un segno duraturo nella storia del tennis azzurro: primo turno a Flushing Meadows contro Denis Kudla, americano nato a Kiev 24 anni fa, picchiatore temuto nel circuito, quarto turno un anno fa a Wimbledon, attualmente ATP 128 ma a quota 53 poco più di tre mesi fa. Tra i due unico precedente nelle qualificazioni agli ultimi Internazionali, con l'italiano eliminato con onore (3-6 6-7).

È la partita perfetta di Alessandro. Primo set con troppa emozione da smaltire (0-6), secondo gestito con intelligenza (6-4), terzo conquistato di forza (6-1), quarto strategicamente lasciato per non sprecare le forze rimaste (1-6), quinto condotto come fanno i campioni, non dando mai il tempo all'avversario di capire cosa sta accadendo (6-0). Punteggio quasi palindromo. Il game da incorniciare è il quinto del quinto set, con Giannessi avanti per 4-0 che combatte per un quarto d'ora per riuscire ad andare a servire per il match. Alla fine, Alessandro non si rende conto che il suo sogno s'è avverato a New York: non fosse che lo sloggiano di forza per il match successivo, rimarrebbe lì a bordo campo a gustarsi i colori, i rumori, gli odori della Court 12, magari insieme agli italotifosi che l'hanno incoraggiato senza sosta. Adesso può seriamente ritentare l'assalto ai Top 100.

Se Giannessi è il nostro eroe di giornata, i bocciati sono i due italiani più dotati eppure meno costanti, Fabio Fognini e Camila Giorgi. Con la differenza che il numero 1 d'Italia ha passato il turno, la numero 3 no. Entrambi hanno offerto nuovi saggi dei propri difetti caratteriali. Il ligure s'è esibito nel consueto show di proteste, improperi, bestemmie, strafottenze, colpi sublimi ed errori marchiani. Atti e atteggiamenti inaccettabili in un professionista di lungo corso. Anche il veterano russo d'origine georgiane Teymuraz Gabashvili, ATP 105, s'è adeguato all'avversario e ha sfoggiato discreti esempi d'esibizionismo extratennistico.

Per quasi quattro ore Fognini ha fatto il possibile per forgiare la propria sconfitta e, se non c'è riuscito, è perché l'avversario s'è procurato problemi alla gamba destra. Sotto 2-5 nel quarto set, ha momentaneamente fatto pace con sé stesso e con il mondo, ha rimontato e poi superato Gabashvili senza nemmeno bisogno di affidarsi al tie break. Nemmeno il set finale, risolto al secondo set a disposizione, è stata una passeggiata. Risultato finale 6-7 3-6 7-6 7-5 6-4, ma il mio voto a Fognini resta un 3.

L'indecifrabile e glaciale ragazza di Macerata ha mostrato di avere quanto servirebbe per battere un mostro sacro come Sam Stosur - qui campionessa nel 2011 - e, nello stesso tempo, quanto basta per perdere invece da lei malamente (5-7 7-6 1-6). C'è da chiedersi se talvolta i match di Camila non siano altro che messaggi subliminali a papà Sergio, quasi a dirgli: hai ragione, posso fare polpette di chiunque, ma oggi non voglio.
Twitter @claudiogiua