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Roberta può farci sognare

Roberta Vinci contro Christina McHale (ansa)
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Un tempo si davano di gomito, preoccupati, i dirigenti della Federazione Italiana Tennis: sul cemento i nostri terraioli sono come i piccioni del tiro a volo. Li abbattono subito. Non è più così. Roberta Vinci, in teoria (rovescio in back, strategie elaborate, preferenza per le palle da raggiungere scivolando sul campo) la più terraiola delle azzurre, sta confermando che si può imparare a dare il massimo su qualsiasi superficie. Flushing Meadows la esalta. Sta esprimendosi ai livelli di un anno fa, quando qui a New York giocò il suo miglior torneo di sempre. E' mobile lateralmente e in avanzamento, implacabile sotto rete, micidiale al servizio, meticolosa e, insieme, fantasiosa nell'applicazione degli schemi messi a punto in migliaia di ore di allenamento con il suo coach Francesco Cinà. Lo stesso che poco prima dello Slam newyorkese del 2015 - quello della trionfale semifinale con Serena Williams - le fece un "certo discorsetto" di cui non ha mai rivelato i particolari. Ma che, assicura Cinà, "funzionò" al punto da sospingerla verso la finale.

Dopo la vittoria in due set al primo turno a spese di Anna Lena Friedman, nel secondo turno la tarantina ha concesso a Christina McHale quattro game (6-1 6-3) in un'ora e quattro minuti di gioco. L'americana di madre cubana e d'infanzia cinese, 24 anni, numero 51 WTA e 6 USA, non ha trovato le necessarie contromisure né al servizio, sempre piazzato al limite, né ai frequenti attacchi della vicecampionessa degli UsOpen, che ha chiuso il match con uno spettacolare passante di diritto lungolinea sottolineato dalla standing ovation del pubblico del Louis Armstrong Stadium.

Roberta è l'unica italiana rimasta in tabellone, dunque stavolta non deve dividere i riflettori con altre azzurre, né con Sara Errani, né con Camila Giorgi, uscite di scena all'esordio. E' la condizione psicologicamente ottimale per chi, come lei, chiede sempre il sostegno tonante del suo pubblico, sugli spalti o dall'altra parte dell'Atlantico. Decisa - pare - a chiudere la carriera agonistica prima di compiere, in febbraio, 34 anni, la numero 1 d'Italia intende mostrare d'essere capace di un altro Slam da protagonista. Intanto, domani, al terzo turno, troverà un'altra tedesca, Carina Witthoeft, 21 anni, WTA 105, che ieri ha disposto agevolmente, seppure in tre set, della kazaka - nata a Mosca, dunque un'altra esule della racchetta - Yulia Putintseva, 21 anni, WTA 42. (Non abbiate timore, Roberta sa quanto sono pericolose le giovani rampanti).

Chiamato in chiusura di giornata ad affrontare un peso massimo del tennis - Rafael Nadal - dal quale in passato le ha buscate otto volte su nove, Andreas Seppi non ha modo di seguire le orme di Roberta. Il suo Flushing Meadows finisce qui, con un netto 0-6 5-7 1-6 alla fine di un match che ha il momento di massima eccitazione collettiva quando il preziosissimo tetto mobile dell'Arthur Ashe Stadium si chiude per la prima volta nella storia degli UsOpen. Sono le 22.39 locali e l'intera operazione dura 5 minuti e 35 secondi, scanditi dal count-down del foltissimo pubblico. Quando sette anni fa, anche allora in sessione notturna, venne azionato per la prima volta il tetto mobile del centrale di Wimbledon (era in corso il match Murray-Wawrinka), ci fu solo un applauso nel momento in cui pistoni e martinetti finirono di spingere le mastodontiche strutture. Ma il pubblico di New York sta a quello di Londra come gli affezionati della stagione musicale di Salisburgo stanno alle fan di Marco Mengoni o Fedez.
Twitter @claudiogiua