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La sofferenza di Rafa e Roberta

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Scrisse Lev Tolstoi: la sofferenza è necessaria alla conservazione della nostra anima. Soffre molto ma non conserva l'anima Rafael Nadal che fallisce l'obiettivo dei quarti di finale degli UsOpen per mano di Lucas Pouille, il Carneade degli ultimi Internazionali di Roma - una serie di colpi di fortuna lo sospinsero, da lucky loser, fino alla semifinale persa contro Andy Murray - via via diventato in questi mesi l'emergente più interessante del circuito. La partita si sviluppa con un'impressionante alternanza di rendimento dei duellanti e si risolve solo al tie break del quinto set (6-1 2-6 6-4 3-6 7-6). Per lunghi tratti il ragazzo del profondo nord di Francia, 22 anni, impone le sue regole che contemplano un servizio debordante e un rovescio bimane potente e preciso. Il quinto set ha i ritmi del thriller, con il numero 3 al mondo che prima s'invola in forza del break d'apertura e poi si fa raggiungere sul 4 pari e non riesce più a evitare il tie break. Che vede l'imminente numero 18 ATP (ma forse anche più su, dipende da lui) trasformare in vincente la quarta match ball a disposizione grazie a uno spettacolare rovescio lungolinea. Rafa applaude, confermandosi un esempio di fair play che tutti, dai ragazzini delle scuole tennis ai vecchi lupi dei circoli, dovrebbero imitare. In nessuno Slam, quest'anno, Nadal ha raggiunto la semifinale. Un segnale molto preoccupante per il suo ampio clan.

Soffre quel che basta e va avanti nel torneo Novak Djokovic, che demolisce le speranze del giovane inglese Kyle Edmund, 21 anni, inglese di origini sudafricane. Il match che chiude la giornata dell'Arthur Ashe Arena dura poco meno di due ore ed è più "giocato" di quanto non dica il risultato, 6-1 6-2 6-4. Il serbo vuole rifarsi del tempo e dell'allenamento sottrattigli nel secondo e terzo turno dai forfait di Vesely e Youzhny: mette alla prova tutti i fondamentali, scendendo anche più spesso del solito a rete. Si capisce che ha bisogno di spendere energie agonistiche, forse anche per soffocare con le prestazioni in campo il chiacchiericcio mediatico - per il quale dicono soffra molto - sulle difficoltà tra lui e la moglie, madre del piccolo Stefan.

La sofferenza può essere salutare. Molti anni fa un anziano autostoppista raccolto tra Padova e Brescia mi raccontò la sua storia di jazzista che, solcato l'Oceano negli anni Cinquanta per abbeverarsi alle fonti della musica nera, scoprì che i colleghi americani suonavano a un ritmo e con un'intensità per lui impensabili. Per riuscirci usavano droghe: "Così cominciai a farmi anch'io. Finché mi resi conto che, suonando tutti alla stessa velocità supersonica, non c'era più gusto. Eravamo sì più veloci ma disperati come prima. Non ci divertivamo, prevaleva la sofferenza personale e collettiva. E poi ogni sera gonfiavamo di banconote il portafogli del pusher. Allora ho preferito tornare a fare la fame in Italia, senza coca né ero. La mia musica va di nuovo lenta, adesso, ma m'accontento perché c'è qualcuno che paga per sentirmi".

Sono trascorsi trent'anni da quel fortuito incontro autostradale. Il barbuto jazzista mi torna in mente alla metà del match tra Roberta Vinci e Lesia Turenko: non per analogia, ci mancherebbe!, ma per contrasto. Reduci da tre eccellenti turni, l'italiana e l'ucraina non mostrano stavolta il loro tennis migliore. Anzi. La prima per colpa di una tendinite alla gamba sinistra e di un conseguente dolore alla schiena che la condizionano nel servizio, privato dei corretti appoggio e spinta, nel diritto spesso scentrato, negli spostamenti ritardati e faticosi. L'altra, numero 80 del ranking mondiale, appare incostante, fallosa, incapace di reggere la tensione accumulata per raggiungere per la prima volta in carriera il quarto turno di uno Slam. Il match dunque non esprime nulla di rilevante se non la voglia di Roberta di far parte una volta di più delle otto migliori degli UsOpen. Ce la fa, vincendo per 7-6 6-2 in un’ora e 39 minuti, conquistando i quarti di finale per la quarta volta begli ultimi cinque anni. Come per quel jazzista, ci sono situazioni ambientali e personali nelle quali bisogna reagire e, insieme, accontentarsi: il pubblico intuisce la fatica e il dolore, condivide lo sforzo per averne ragione, apprezza chi soffre per raggiungere comunque il risultato. Anche questo è spettacolo.
Twitter @claudiogiua