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Le lacrime del gigante gentile

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Piange quando va a rispondere sotto per 5-2 nel quarto set. Juan Martin del Potro piange perché tutto l'Arthur Ashe Stadium lo sostiene con un coro che tiene sveglio, all'una e 18 della notte, Flushing Meadows e mezzo Queens. È un coro calcistico di forse quindicimila voci, guidato da centinaia con i colori dell'orgoglio argentino, il bianco e l'azzurro: olè, olè, olè, Delpo, Delpo. Ma anche i newyorkesi di origine ispanica, irlandese, italiana, tedesca urlano "Delpo, Delpo". Stan Wawrinka capisce e non protesta. Anche il giudice arbitro non interviene: non può far niente per fermare la slavina d'amore che dagli spalti scende a travolgere il ritrovato campione di Tandil.
 
Lo svizzero serve come sa e vince il match che gli apre la porta della semifinale degli UsOpen (7-6 4-6 6-3 6-2 in poco meno di quattro ore). Ma l'eroe omerico tornato finalmente a casa è del Potro. Scrisse di lui Peter Bodo, uno dei più stimati giornalisti di tennis: "Juan Martin ha talento nel farsi nuovi tifosi. Immagino accada perché sembra un gigante gentile, perché non è mai aggressivo, indipendentemente dalla violenza con la quale colpisce la palla". Quando trionfò a New York nel 2009, il gigante gentile venne individuato come l'unico in grado d'interrompere l'oligopolio del trio Federer-Nadal-Djokovic, fino ad allora minimamente disturbati solo dal rampante quarto uomo Andy Murray. L'argentino nemmeno ventunenne aveva strapazzato in semifinale Rafael Nadal con un perentorio 6-2 6-2 6-3, mentre nella parte alta del tabellone Roger Federer aveva superato Djokovic in tre set combattutissimi. Il risultato della finale (3-6 7-6 4-6 7-6 6-2) interruppe la serie di cinque vittorie consecutive dello svizzero nello Slam americano.
 
Numero 4 al mondo nel gennaio 2010, nei tre anni successivi Delpo vinse altri undici tornei ATP. A quel punto, secondo molti osservatori, me compreso, avrebbe legittimamente potuto tentare la scalata al trono ATP. Invece all'inizio del 2014 cominciò il suo personale calvario. Ufficialmente tutto ebbe origine da un infortunio al polso sinistro subito a Dubai, ma si sa di un pregresso danno forse sottovalutato. Per un virtuoso del rovescio a due mani, un guaio così vuol dire fermarsi. In meno due anni Delpo si sottopose a tre interventi chirurgici intervallati da speranze subito deluse, ma intanto uscì dal giro dei migliori e poi anche dei mediocri. Dove altri avrebbero rinunciato, l'ex numero 1 argentino non smise mai di credere nella resurrezione.
 
Quest'anno, in gennaio, ci riprova da numero 1045 del ranking mondiale. Affidandosi alle generose wild card degli organizzatori dei maggiori tornei, arriva in semifinale a Delray Beach, esce sempre al secondo turno a Indian Wells contro Tomas Berdych, a Miami contro Horacio Zeballos, a Monaco contro Philipp Kohlschreiber, a Madrid contro Jack Sock. Salta Roma e Roland Garros. Finalmente all'ATP 250 di Stoccarda Delpo si fa strada, autorevole, turno dopo turno; solo Kohlschreiber riesce a fermarlo in semifinale. A Wimbledon si spinge fino al terzo turno battendo proprio Stan Wawrinka; poi, a sorpresa, s'arrende per sfinimento (6-7 7-6 7-5 6-1) nel match contro il francese Lucas Pouille
 
Il ritorno di del Potro tra i grandi è sancito dalle Olimpiadi di Rio: al primo turno elimina Djokovic in due set al tie break. In semifinale annichilisce Nadal per 5-7 6-4 7-6. In finale costringe Murray al quarto set. Anche a New York, tuttavia, accede nel main draw di New York solo a una wild card. Lo ferma, nei quarti, il miglior Wawrinka degli ultimi mesi, che gli lascia volentieri la scena in cambio della vittoria. I risultati di questi otto mesi gli garantiscono, a oggi, il posto 63 nel ranking ATP.
 
Per descrivere la grande sorpresa di giornata, l'uscita di scena del favorito Andy Murray ai quarti di finale, si può usare la classica figura retorica della metonimia, cioè una parte per il tutto. Nel caso, l'ultimo set. Kei Nishikori sa che, se l'avversario è il numero 2 al mondo, non può né mollare né deludere. Nemmeno quand'è sotto al quinto set per 3-4 0-40 il campione di Wimbledon e la medaglia d'oro di Rio si perde d'animo: alla  risposta, conquista cinque punti consecutivi che gli servono per ottenere il controbreak e raggiungere il samurai Kei Nishikori. Poi, dopo 3 ore e 43 minuti di gioco, fa il sorpasso che ha rincorso per tutto il set: 5-4.
 
Se Andy è un  highlander, Kei è un samurai, però. Oggi, nell'Arthur Ashe, il tennis migliore è il suo. Il giapponese è così lucido e fresco da prendersi tutti i rischi che comporta un gioco più brillante, fatto di angoli, accelerazioni e cambiamenti di ritmo. Lo confermeranno le statistiche: nel quinto set i suoi attacchi a rete saranno il doppio di quelli dell'avversario (11 contro 6) e i suoi vincenti 14 contro 4.
 
Sul 5 pari Kei gioca il game perfetto, che lo porta a servire per chiudere il match. Sbaglia solo un passaggio, con il doppio fallo d'apertura, poi fa tutto al meglio. Con merito, si conquista la semifinale. Il risultato è una didascalia perfetta per un match in altalena: 1-6 6-4 4-6 6-1 7-5. Ha vinto il più tranquillo e regolare, ha perso il più nervoso e stanco. Ha commentato lo scozzese: "Ho pagato oggi la medaglia d'oro alle Olimpiadi". Ha ragione.
Twitter @claudiogiua