Monday's Net

L'annus mirabilis di Angie

2 minuti di lettura
Se Angelique Kerber, classe 1988, e Karolina Pliskova, 1992, fossero coetanee, si equivarrebbero. A 24 anni d'età, nel 2012, la tedesca finì la stagione come numero 5 al mondo. Karolina, che i 24 li ha compiuti sei mesi fa, è già numero 6 e da qui a novembre può salire ancora. Kerber è sicuramente la giocatrice più efficace di questa stagione, con tre finali Slam di cui due vinte (Australian Open e UsOpen), più la finale olimpica clamorosamente persa a Rio contro Monica Puig e il titolo a Stoccarda. Da due giorni è matematicamente la capofila del ranking WTA. Pliskova ha peraltro conquistato il suo torneo più prestigioso il mese scorso a Cincinnati battendo 6-3 6-1 proprio la tedesca. Né l'una né l'altra sono giocatrici indimenticabili: a "Angie" manca la leggerezza incontenibile di Steffi Graf, "Kaja" non è lucida e spietata come la connazionale Martina Navratilova. Sono atlete moderne, dunque potenti, tecnicamente ben impostate e cresciute nella certezza forse genetica che il quotidiano lavoro duro dia frutti. La mancina di Brema è veloce e mobilissima, l'alta e tatuata ragazza di Louny ("...sono simboli tribali", risponde a chi le chiede cosa rappresentino i disegni sull'avambraccio e la coscia sinistri) dispone di una prima di servizio che, se passa, fa male.
 
Il match non fa alzare subito l'adrenalina collettiva dei 23mila dell'Arthur Ashe Stadium, corsi a tempo debito a comprare i biglietti della finale nella speranza di assistere alla risurrezione casalinga di Serena, maltrattata qui un anno fa da un'italiana conterranea di Rodolfo Valentino. Kerber propone i propri schemi collaudati, che si basano sull'eccellenza nella risposta al servizio e sull'abilità nel costruire angoli e traiettorie molto insidiosi. Il primo set (6-3 per la tedesca) viene deciso dai break ottenuti in apertura e in chiusura. Pliskova è più coraggiosa nelle discese a rete, con esiti però alterni. Funziona meglio quando spinge con i piedi due metri dentro il campo, rischiando però d'essere infilata dai passanti dell'avversaria.
 
Nel secondo set, incoraggiata dal pubblico che spera in una terza frazione che ammortizzi l'investimento fatto, Kaja aumenta la pressione e revisiona sia il rovescio sia il diritto, abbassando notevolmente il tasso di errore. Angie si difende bene ma al settimo gioco lascia all'avversaria per la prima volta il servizio. È il passaggio decisivo: spaventata, confusa, scurissima in volto, si scompone e non riesce a recuperare lo svantaggio: 4-6 per Pliskova.
 
 Il terzo set è costellato di errori. Ne fa di più Pliskova, che non mantiene il vantaggio acquisito con il break iniziale, si fa raggiungere e cede di fronte alla coriacea difesa di Kerber, che alla fine passa per 6-4.
 
Angie, come s'usava dire un tempo, è una solida realtà del tennis femminile. In un solo anno, una volta raggiunta la piena maturità, è riuscita a ottenere quello che tante colleghe sulla carta più forti non hanno saputo incassare in lustri di attività. Merito di un tennis non spettacolare ma redditizio e di una tenuta nervosa che diventa d'acciaio nei momenti che segnano la stagione agonistica.
 
Di Pliskova non si può che dir bene. Non ci sono precedenti recenti di una giocatrice che disputa la finale di uno Slam la prima volta che riesce ad andare oltre il terzo turno di uno dei quattro  tornei più importanti. Non sono convinto che sia nata una stella, né che Katarina in futuro riuscirà a prendersi un major. Sarà comunque una protagonista, considerati gli ampli margini di miglioramento a partire dal potenziamento fisico. In ogni caso, il suo formidabile torneo a Flushing Meadows le assicura una popolarità globale da monetizzare e le vale subito un premio - un milione 750 mila dollari - che pesa per oltre un quarto di quanto guadagnato in carriera. Per adesso, che s'accontenti. Per domani ha già un impegno: seguire in streaming la finale del torneo di Dalian, in Cina, che vede la sorella gemella Krystina opposta alla giapponese Misa Eguchi. Vincesse, le toccherebbero 125mila dollari. Anche lei s'accontenti.
Twitter @claudiogiua