Neanche fosse l'effetto di una RedBull superconcentrata, la possibilità di riprendersi subito il primo posto nella classifica mondiale mette le ali a Novak Djokovic. Siamo sempre lì: nel tennis le motivazioni contano più della condizione fisica, che nel caso del campione uscente delle World Tour Finals è al settanta per cento. Forse meno. Con il risicato e sofferto successo a spese di Milos Raonic, canadese nato a Podgorica e dunque suo cuginetto balcanico, il serbo ottiene in anticipo l'accesso alle semifinali del torneo londinese dei Top Eight, che chiude la stagione ATP, e si appresta con ogni probabilità a sfidare Andy Murray, che pochi giorni fa gli ha sottratto lo scettro legittimamente suo per due anni e quattro mesi.
Partita di qualità pari alla tensione, finalmente. Il divario motivazionale tra Djokovic e Raonic appare evidente solo nel tie break del primo set, fino a quel momento molto equilibrato, quando il serbo recupera da 1-3, poi non riesce a trasformare il primo match point mentre alla seconda occasione gli basta stare a guardare da fondo campo il bombardiere, già allievo di Ivan Ljubicic, commettere un incredibile doppio fallo (8-6).
Il secondo set è un'altra storia per sei game, durante i quali Djokovic si prende due break, ne restituisce uno e, sul 4-2, s'appresta a limitarsi a controllare che Raonic non gli si riavvicini: non gli serve far di più, pensiamo tutti. Invece subisce un black out tanto incomprensibile quanto prolungato che consente a Milos di portarsi avanti per 5-6 30-40. Ma il numero 2 ATP ritrova la forza e la concentrazione per rifarsi sotto e conquistare di nuovo il diritto a disputare il tie-break. Come un'ora prima, a fare la differenza sono le motivazioni. Nole lotta, non si perde mai d'animo, recupera il ritardo e trasforma positivamente il primo match point a disposione. Dirà nell'intervista di fine partita: bisogna saper capitalizzare ogni opportunità, Raonic è il giocatore che è più cresciuto negli ultimi due anni, non gli si può concedere nulla. Condivido parola per parola. A mio giudizio, da almeno tre mesi Djokovic non si esprimeva a questi livelli. Merito di un avversario in grande spolvero (Milos è stasera, virtualmente, il numero 3 al mondo) e dei tre numi tutelari appollaiati in tribuna, Boris Becker, Marian Vajda e la new entry Pepe Imaz, versione molto particolare di mental coach, ex tennista spagnolo che ha come motto "Amor y Paz".
Sempre di più queste Finals, come da tradizione partecipatissime dal pubblico della O2 Arena, sembrano un affare privato tra Djokovic e Murray. Non sappiamo, ovviamente, se lo scozzese approderà subito alle semifinali e nemmeno se gli toccherà Djokovic. Ma siamo certi che gli gnomi dell'ATP stanno accendendo i ceri e facendo le macumba perché i santi e i santoni del tennis concedano la grazia di una finale tra i due mattatori del 2016, vincitori di tre Slam (Melbourne e Parigi per Nole, Wimbledon per Andy, che s'è preso anche l'oro olimpico a Rio). Mai, a mia memoria, l'ultima partita della stagione ha deciso il numero 1 di fine anno, quello che viene regolarmente citato come tale nelle antologie specializzate. Va detto che la questione è statisticamente irrilevante, se si tiene conto che dal 2 febbraio 2004, giorno in cui venne detronizzato Andy Roddick, al 7 novembre scorso solo tre giocatori sono stati in cima alla classifica mondiale, alternandosi: Roger Federer (per 302 settimane complessive, record assoluto), Djokovic (223) e Rafael Nadal (141). Con le sue due settimane da leader ATP ancora da concludere, Murray è al momento poco più di una comparsa nella lista storica dei numeri 1, alla pari con Carlos Moyà, attuale coach di Raonic insieme a Riccardo Piatti. Per conquistare la semifinale in anticipo e lottare per mantenere il primato, Murray dovrà battere domani pomeriggio Kei Nishikori, avversario ostico almeno quanto lo è stato Raonic per Djokovic oggi. Poi, via di gran carriera verso il gran finale.
Partita di qualità pari alla tensione, finalmente. Il divario motivazionale tra Djokovic e Raonic appare evidente solo nel tie break del primo set, fino a quel momento molto equilibrato, quando il serbo recupera da 1-3, poi non riesce a trasformare il primo match point mentre alla seconda occasione gli basta stare a guardare da fondo campo il bombardiere, già allievo di Ivan Ljubicic, commettere un incredibile doppio fallo (8-6).
Il secondo set è un'altra storia per sei game, durante i quali Djokovic si prende due break, ne restituisce uno e, sul 4-2, s'appresta a limitarsi a controllare che Raonic non gli si riavvicini: non gli serve far di più, pensiamo tutti. Invece subisce un black out tanto incomprensibile quanto prolungato che consente a Milos di portarsi avanti per 5-6 30-40. Ma il numero 2 ATP ritrova la forza e la concentrazione per rifarsi sotto e conquistare di nuovo il diritto a disputare il tie-break. Come un'ora prima, a fare la differenza sono le motivazioni. Nole lotta, non si perde mai d'animo, recupera il ritardo e trasforma positivamente il primo match point a disposione. Dirà nell'intervista di fine partita: bisogna saper capitalizzare ogni opportunità, Raonic è il giocatore che è più cresciuto negli ultimi due anni, non gli si può concedere nulla. Condivido parola per parola. A mio giudizio, da almeno tre mesi Djokovic non si esprimeva a questi livelli. Merito di un avversario in grande spolvero (Milos è stasera, virtualmente, il numero 3 al mondo) e dei tre numi tutelari appollaiati in tribuna, Boris Becker, Marian Vajda e la new entry Pepe Imaz, versione molto particolare di mental coach, ex tennista spagnolo che ha come motto "Amor y Paz".
Sempre di più queste Finals, come da tradizione partecipatissime dal pubblico della O2 Arena, sembrano un affare privato tra Djokovic e Murray. Non sappiamo, ovviamente, se lo scozzese approderà subito alle semifinali e nemmeno se gli toccherà Djokovic. Ma siamo certi che gli gnomi dell'ATP stanno accendendo i ceri e facendo le macumba perché i santi e i santoni del tennis concedano la grazia di una finale tra i due mattatori del 2016, vincitori di tre Slam (Melbourne e Parigi per Nole, Wimbledon per Andy, che s'è preso anche l'oro olimpico a Rio). Mai, a mia memoria, l'ultima partita della stagione ha deciso il numero 1 di fine anno, quello che viene regolarmente citato come tale nelle antologie specializzate. Va detto che la questione è statisticamente irrilevante, se si tiene conto che dal 2 febbraio 2004, giorno in cui venne detronizzato Andy Roddick, al 7 novembre scorso solo tre giocatori sono stati in cima alla classifica mondiale, alternandosi: Roger Federer (per 302 settimane complessive, record assoluto), Djokovic (223) e Rafael Nadal (141). Con le sue due settimane da leader ATP ancora da concludere, Murray è al momento poco più di una comparsa nella lista storica dei numeri 1, alla pari con Carlos Moyà, attuale coach di Raonic insieme a Riccardo Piatti. Per conquistare la semifinale in anticipo e lottare per mantenere il primato, Murray dovrà battere domani pomeriggio Kei Nishikori, avversario ostico almeno quanto lo è stato Raonic per Djokovic oggi. Poi, via di gran carriera verso il gran finale.