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Andy in versione supermaestro

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Il tennis non è una disciplina esatta. L'esattezza è tuttavia il suo costante obiettivo. Può accadere che due underdog come David Nalbandian nel 2005 e Nikolaj Davydenko nel 2009 si laureino campioni delle ATP World Tour Finals, ma sono le eccezioni, i cigni neri, le scarpe spaiate regalate a Natale: dal 2003 tutte le altre edizioni del supertorneo di fine anno sono state affare di Roger Federer (sei volte) e Novak Djokovic (cinque), ossia i due che con Rafael Nadal - mai efficace sul veloce quando la stagione è in esaurimento - hanno dominato per un infinito e irripetibile quindicennio.

Ora che quegli equilibri non ci sono più, Nole continua con qualche pit stop la sua corsa e Andy Murray diventa tennisticamente un fuoriclasse che intende essere legittimato dal titolo di "supermaestro"; in più s'affacciano talenti che non ci faranno consumare di nostalgia dello svizzero e dello spagnolo, che a loro volta potrebbero in futuro ripetere qualche exploit. Domani lo scozzese e il serbo affrontano in semifinale, rispettivamente, Milos Raonic e Kei Nishikori. Che nel ranking live ATP sono i numeri 1, 2, 3 e 5. Di meglio gli organizzatori londinesi non avrebbero potuto chiedere.

Se oggi contro Stan Wawrinka, una delle sue bestie nere, dal quale finora le aveva buscate sette volte su sedici, Andy Murray impiega 49 minuti per mettere in sicurezza l'accesso alla semifinale, vuole dire che ha nelle gambe, nelle braccia e soprattutto nella testa quanto gli serve per giocarsi le Finals e per confermarsi numero 1 al mondo a fine stagione. Dopo il 6-4 che grazie alla formula del doppio round robin a quattro - quand'ero ragazzo li chiamavano "gironi all'italiana" - gli garantisce il passaggio del turno, il resto del match risulta una passeggiata per il vincitore di Wimbledon e delle Olimpiadi di Rio. Merito del suo stato di forma e di grazia, esaltato dalla presenza di Ivan Lendl alla guida dello staff, ma anche colpa di Wawrinka, che stacca il piede dall'acceleratore nel secondo set. 




Con il successo di oggi Murray supera definitivamente quella sorta di sudditanza psicologica nei confronti di Stan "the Man" che l'aveva messo in difficoltà da Monte Carlo 2013 all'edizione 2015 della ATP World Tour Finals, passando per gli UsOpen 2013. Tre sconfitte molto nette per mano dello svizzero: 1-6 2-6 nel principato, 4-6 3-6 2-6 a Flushing Meadows, 6-7 4-6 a Londra. Poi era arrivata la vittoria di Andy all'ultimo Roland Garros, in parte inattesa dato il suo altalenante rapporto con la terra rossa: 6-4 6-2 4-6 6-2. Ma il divario attuale tra i due è abbastanza impressionante, perfettamente rappresentato dal risultato, 6-4 6-2. 




Dall'ultima partita dei due gironi, quella in serata tra Kei Nishikori e Marin Cilic, è arrivata la sorpresa: il giapponese s'è fatto rimontare dal croato, ormai certo di non poter entrare in semifinale, perdendo di brutto (3-6 6-2 6-3). Non ho seguito  il match, quindi m'astengo dal commentare quant'è avvenuto in campo. I malpensanti, che talvolta ci azzeccano, ipotizzano che il pupillo di Nick Bollettieri si sia risparmiato per la durissima semifinale di domani, ma mi pare che rinunciare così a 179mila dollari - tanto va al vincitore di un turno di qualificazione - sarebbe poco rispettoso degli spettatori paganti. Cercheremo di indovinare da come si comporterà in campo con Djokovic se Kei le ha prese davvero da Marin o se è stata solo una ritirata tattica.




Domani si passa all'eliminazione diretta, che è una delle caratteristiche del tennis che prediligo. Troppe formule e calcoli non servono allo spettacolo, anche se agli Andy-dipendenti della O2 Arena importa solo che il loro beniamino se la batta fino all'ultimo colpo con Djokovic, domenica. A meno che i rampanti canadese (che potrebbe far male allo scozzese) e giapponese (che mi sta deludendo) non facciano loro uno sgambetto.