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Andy fa a pezzi l'orso bianco

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La nonna mi raccontava la favola del re che si fa rivelare con le cattive il segreto per trasformare il piombo in oro. Prima di volare lontano, libero in sella a un grifone, l'alchimista minacciato raccomanda al re di "non pensare mai all'orso bianco quando applichi la mia formula perché altrimenti il piombo resta così com'è". Ovviamente, il re riprova mille e altre mille volte: mai otterrà l'oro. Colpa dell'orso bianco.
 
La favola mi torna in mente ogniqualvolta un evento viene condizionato da un fattore psicologico spurio. È il caso delle semifinali delle World Tour Finals londinesi di oggi: dopo essersi appena scambiati i posti in cima al ranking ATP, sia Andy Murray, sia Novak Djokovic sono in campo contro avversari diversi ma con identico doppio scopo: raggiungere la finale che assegnerà il titolo di "supermaestro" 2016 e - questo è l'elemento spurio, l'orso bianco - stabilire chi sarà ricordato su Wikipedia come il numero 1 di fine 2016.
 
Va da sé che l'orso del serbo è un orsacchiotto di peluche buono al massimo per vigilare sui sonni del figlio Stefan, due anni appena compiuti. Quello dello scozzese è un grizzly gigantesco, perché Andy non ha mai vinto le Finals (prima di oggi non era nemmeno mai approdato all'ultimo atto) e ha accumulato finora tredici miseri giorni da numero 1 al mondo. Nole ha alzato la coppa londinese delle Finals cinque volte e ha guidato il ranking ATP per 223 settimane, di cui 122 consecutive dal 6 luglio 2014 al 6 novembre scorso. Grazie alla sofferta vittoria di oggi (5-7 7-6 7-6), Murray resta avanti al rivale. Per adesso.
 
Il grizzly mentale di Murray assume in semifinale le fattezze di un canadese di origine montenegrine alto 195 centimetri per 98 chili di peso. Si chiama Milos Raonic  ha 25 anni e sta esprimendo da qualche mese il miglior tennis della carriera. È lui, nel nono game del primo set, ad avere tre occasioni per ottenere il primo break. Andy rintuzza, recupera e va avanti. Il suo gioco però è molto meno scintillante di quello visto in settimane. Altre due chance per Raonic spuntano all'undicesimo game, sul 5 pari. Stavolta non deve nemmeno affannarsi: due errori banali e un doppio fallo dell'avversario lo mandano a servire per il set. Si prende i rischi necessari, serve e va a rete, sventaglia passanti rasoterra impossibili da tirar su. Il 5-7 si concretizza dopo 58 minuti che i diciassettemila della O2 Arena avrebbero voluto con ben altra conclusione. 
 
Il secondo set dura un'ora e 20 minuti. È battaglia furibonda e sfiancante, Raonic appare sicuro dei propri mezzi e libero da condizionamenti, Murray è, insieme, concentrato e disturbato dal gioco senza sbavature del canadese e dall'obbligo di non deludere un torvo lvan Lendl, la folta famiglia e la foltissima falange di fan calata a East Greenwich. Stavolta lo scozzese non si fa breakkare (pessimo neologismo: una tantum ci sta) a un passo dal tie break, sul 6 Andy dimentica il grizzly e per qualche minuto gioca da numero 1 al mondo. Qual è. Violento da fondo campo e delicato sotto rete, trasforma il primo set point a disposizione.
 
Terzo set più veloce e troppo nervoso per essere bello. Entrambi sono stanchi e meno lucidi. Lo scozzese ritrova il servizio, grazie al quale risolve più di un frangente. Si ripropone la situazione del primo set, però a parti invertite. È lui, stavolta, a ottenere il break - a zero! - nel momento più favorevole, quando sta servendo Raonic sul 4 pari. Il match sembra non avere più nulla da offrire, e invece il canadese ottiene il controbreak. Ormai si gioca fuori da ogni schema, sul filo di una tensione altissima. Un altro break rimette Murray nelle condizioni di servire e chiudere, ma non ci riesce: 6 pari. Il tie break è per cuori forti. Il grizzly bianco tende l'ultimo agguato ad Andy. Gli fa sprecare tre set point. Ma la quarta volta è quella buona: 11-9. L'highlander va in finale, un intero paese esulta: almeno fino a quando la Scozia non se ne andrà per conto suo, contraria com'è alla Brexit.