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Le belle storie del tennis

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E adesso chi avrà più il coraggio di definire "vecchietto" (l'ho fatto io l'altroieri) Andreas Seppi, 33 anni tra un mese esatto, che manda a casa mogi mogi gli australiani che gremiscono la Hisense Arena? Al termine di uno dei migliori match mai giocati dall'ex numero 1 italiano, reduce da un 2016 deludente e di sofferenza, Nicholas Hilmy "Nick" Kyrgios, greco-malese-australiano di 21 anni, già pronosticato dai media locali come probabile semifinalista, deve lasciare il campo a testa bassa. Una dura lezione, per lui.
 
A dire il vero, dopo mezz'ora sembra che il Giovin Arrogante abbia da sistemare una pratica poco più che ordinaria. Perso malamente il primo set, Andreas comincia invece a ribattere colpo su colpo nel secondo set, che perde di misura, e poi si prende con autorevolezza il terzo e il quarto set. Mi impressiona la tranquillità con la quale l'azzurro sostiene il tifo contrario dell'intero s…
E adesso chi avrà più il coraggio di definire "vecchietto" (l'ho fatto io l'altroieri) Andreas Seppi, 33 anni tra un mese esatto, che manda a casa mogi mogi gli australiani che gremiscono la Hisense Arena? Al termine di uno dei migliori match mai giocati dall'ex numero 1 italiano, reduce da un 2016 deludente e di sofferenza, Nicholas Hilmy "Nick" Kyrgios, greco-malese-australiano di 21 anni, già pronosticato dai media locali come probabile semifinalista, deve lasciare il campo a testa bassa. Una dura lezione, per lui.
 
A dire il vero, dopo mezz'ora sembra che il Giovin Arrogante abbia da sistemare una pratica poco più che ordinaria. Perso malamente il primo set, Andreas comincia invece a ribattere colpo su colpo nel secondo set, che perde di misura, e poi si prende con autorevolezza il terzo e il quarto set. Mi impressiona la tranquillità con la quale l'azzurro sostiene il tifo contrario dell'intero stadio. Il quinto set è una battaglia durissima e ansiogena che sembra non finire mai, ma che l'italiano suggella vittoriosamente con uno spettacolare ace dopo 3 ore e otto minuti. Una  prestazione che, oltre a proiettarlo al terzo turno, candida il sudtirolese per un posto da titolare nella nazionale che affronterà l'Argentina a Buenos Aires tra due settimane. Il risultato finale non ha bisogno di commenti: 1-6 6-7 6-4 6-2 10-8. La bella storia di Seppi continua. Il tennis racconta sempre belle storie. Eccone un'altra.
 
È il 2007 quando a Eric Rubin toccano le decisioni più difficili: può continuare a lasciare ogni posto di lavoro - tre in pochi anni - per stare dietro a quel figlio che già gioca a tennis meglio di lui? Come convincere amici e parenti a fargli ancora prestiti per le lezioni - 130 dollari l'ora - nella speranza che Noah diventi presto un professionista e si mantenga da sé? Può consentire che sua moglie Melanie dia gratis una mano ai circolo pur di non perdere mai d'occhio il ragazzo, 11 anni, in campo ogni giorno per ore e ore? C'è poi il problema delle racchette: ne consuma a decine e i Rubin non sanno proprio dove trovare i soldi per comprarle. Insomma, Eric non sa come tirare avanti.
 
In qualche modo ce la fa. Ma il prezzo è salato. Nel 2009 mandare Noah a farsi le ossa nei tornei giovanili costa 40mila dollari, metà di quanto entra - non sempre - nelle casse familiari. La pressione è troppa, Eric e Melanie non la reggono e nel 2010 divorziano. Altre spese, tensione alle stelle, i figli annichiliti. Noah però continua ad allenarsi e a fare gare, prima tra New York e Long Island, poi in giro per gli Stati Uniti. Sa che l'unico modo di restituire ai genitori l'enorme investimento economico e umano è crescere in fretta e diventare un top player. Quello stesso anno arriva in finale al Les Petits a Tarbes in Francia, dove in passato avevano trionfato Rafael Nadal e Michael Chang. È la prima svolta. A 18 anni, nel 2014, arriva il successo al torneo Junior di Wimbledon, con la finale strappata a Stefan Klozov. "Più che per me, sono felice per la soddisfazione che ho dato oggi ai miei genitori", dice dopo la partita. È già talmente maturo da raccontare che, per tranquillizzarlo, al padre ha assicurato che "...sarò io la tua pensione".
 
Nelle vicende dei Rubin, Philip Roth troverebbe spunti sufficienti per un racconto. Con quei nomi e luoghi Woody Allen potrebbe scrivere una spumeggiante sceneggiatura. Non manca nessuno degli ingredienti che entrambi usano a piene mani: la East Coast e New York, gli ebrei americani di seconda o terza generazione e la loro fissazione per lo sport, la coppia di genitori in perenne conflitto, la smania di successo. Noah Rubin nasce il 21 febbraio 1996 a Long Island, dove si sublima un certo modo d’essere newyorkesi piuttosto che americani, ebrei - osservanti o agnostici cambia poco - ma mai immigrati senza radici. È orgogliosamente ebreo. "Voglio che la gente lo sappia. Mi piace rappresentare il popolo eletto”, dice quand'è ancora un teenager. Mentre frequenta il Merrick Jewish Center lancia una raccolta di racchette da regalare ai centri di formazione per il tennis in Israele: è il suo impegno speciale per il bar mitzvah, che a 13 anni e un giorno per i maschi, a 12 anni e un giorno per le femmine celebra il momento a partire dal quale ogni individuo risponde direttamente alla legge ebraica. Con un padre che fu il miglior giocatore di tennis alla Martin Van Buren High School nel Queens e una sorella leader del tennis team della Binghamton University, frequenta da quand’è in fasce i circoli di tennis. Dotato e puntiglioso, esce presto dal gruppo. Nel 2011 John McEnroe lo definisce "il giocatore più talentuoso che abbia mai incontrato". Giudizio interessato: Noah è il miglior allievo della sua Tennis Academy a Randall's Island. Dopo Wimbledon, che nella precedente edizione ha visto trionfare la meteora italiana Gianluigi Quinzi, di tre settimane più giovane di lui, si trasferisce alla Wake Forest University di Winston-Salem nel North Carolina con una borsa di studio come punta di diamante della squadra di tennis. Nel 2014 calca per la prima volta il palcoscenico di uno Slam, a casa propria, Flushing Meadows. Nel 2015 sospende gli studi per dedicarsi allo sport professionistico a tempo pieno ma ottiene di poter rientrare nell'ateneo e terminarli quando vuole.
 
Da allora Noah vince il Challenger di Charlottesville e approda alle finali di Plantation e Stockton. Grazie al secondo turno conquistato a Melbourne, da lunedì sarà più o meno a quota 200 del ranking ATP. Da oggi può vantarsi di aver combattuto senza timori reverenziali contro il supermito del tennis contemporaneo, Roger Federer: ovviamente, nella Rod Laver Arena. A festeggiare con lui, i suoi due coach: Lawrence Kleger e, ca va sans dire, il raggiante Eric.
 
Sotto il metro e ottanta, secco secco, Noah è velocissimo nell'esecuzione di ogni colpo (ricorda Dolgopolov). Ha un servizio efficace perché sempre piazzato e lavorato. La caratteristica più evidente del suo gioco è il continuo cambiamento di traiettoria che imprime alle palle, così da costringere l'avversario a fare lo stantuffo. Poiché gli piace il ritmo forsennato, gli scambi sono inevitabilmente brevissimi e gli errori frequenti. Dà spettacolo con le discese a rete, talvolta avventate. Chiede sbracciandosi il sostegno del pubblico: ama il contatto quasi fisico con chi ha pagato per vederlo giocare.
 
La partita, finita 7-5 6-3 7-6 per lo svizzero, dura due ore e strappa decine di ovazioni. Nel terzo set Noah prende addirittura il largo fino a 2-5 dopo aver ottenuto il break, ma poi l'ex numero 1 si rifà sotto e chiude con sicurezza al tie break. Per Roger è la conferma della forma ritrovata, per Noah una consacrazione e un viatico per una carriera ancora da costruire.
 
Purtroppo non avremo Paolo Lorenzi al terzo turno degli Open austroasiatici. Il senese ha ceduto al quinto set (6-3 1-6 7-6 3-6 6-3) contro il rinato serbo Victor Troicki, testa di serie numero 29. Comunque bravo, ha ben difeso il suo posizionamento nel ranking ATP che per ora lo mantiene numero 1 d'Italia.
 
L'altra sorpresa di giornata è Micha Zverev (ATP 50) che da quando il fratello minore Alexander (ATP 24) è diventato il più accreditato under 20 ha ritrovato lo smalto perso da tempo. Il tedesco quasi trentenne ha eliminato, in rimonta, il numero 1 d'America e 19 del mondo John Isner alla fine di cinque set in quattro ore e dieci risolti tutti sul filo di lana: 6-7 6-7 6-4 7-6 9-7.

Twitter @claudiogiua