Mai visto prima di questi Australian Open un Grigor Dimitrov così: efficace nel servizio e nella risposta, concentrato e paziente negli scambi, veloce negli spostamenti, elegante come nessun altro con il rovescio a una mano. Regge per cinque set il ritmo che Rafael Nadal preferisce, con lunghi scambi, continui movimenti al limite del perimetro, sfida di incrociati. Eppure non basta. Rafa vuole la finale di Melbourne con una determinazione che nemmeno quand'era soprannominato Wonder Boy, quindici anni fa, sapeva tirar fuori dalla bisaccia del futuro campione.
Match dalla trama thrilling. Nadal si prende di prepotenza il primo set (6-3), lascia per stanchezza dopo una faticosa rincorsa il secondo (5-7), dà prova di sicurezza nel terzo (7-6), lotta fino allo sfinimento e paga salatamente un solo errore nel quarto (6-7), riesce a mantenere freddezza nel quinto. La partita si decide all'ottavo game, quando Grigor ha due chance per andare sul 3-5 a favore ma si fa rimontare. Nel gioco successivo arriva il break a favore di Rafa. Finisce 6-4. In tutto, quattro ore e 56 minuti di fenomenale spettacolo. Azzardo: la partita più tesa, appassionante e perfino bella da parecchio tempo in qua. Onore, comunque, al bulgaro, che a 25 anni e 6 mesi appare finalmente all'altezza delle speranze che aveva suscitato qualche anno fa.
Dunque è fatta, domenica sarà il giorno della dream final Nadal-Federer alla quale nessuno sperava più di assistere. La loro ventiduesima: 14 vittorie finora nel carnet di Rafa, 7 in quello di Roger (6 contro 2 negli Slam). Presumibilmente alle 19.30 di Melbourne si troveranno a centro campo nella Rod Laver Arena, l'uno di fronte all'altro, per il sorteggio. In silenzio, dondolandosi sulle gambe, seguiranno con gli occhi i gesti rapidi dell'arbitro. Basterà uno scambio di sguardi per dirsi quel che dev'essere detto: "Dov'eravamo rimasti?". È una storia felice, la loro, fatta di vittorie e batoste reciproche, di stima e rispetto condivisi. Va avanti dal 28 marzo 2004 quando al Masters di Miami Nadal, testa di serie numero 32, elimina lo svizzero numero 1 del mondo, 23 anni. È il terzo turno, Roger è reduce dal suo primo titolo agli Australian Open e dai trionfi a Dubai e Indian Wells. Rafa deve ancora compiere 18 anni. Dopo poco più di un'ora, incassato un depressivo 3-6 3-6, Federer lascia il campo frastornato e consapevole che il suo regno, se mai si realizzerà, sarà messo sotto assedio da quel mancino forzato che non spiccica una parola d'inglese ma impone un tennis spaccatutto. Spagnolo delle Baleari, timido, un po' spaurito, tutt'altro che aggressivo fuori dal campo, Rafa è già famoso come "il cannibale" del circuito: colpa dell'esplosività fisica, dell'incontenibile energia, dell'evidente smania di bruciare le tappe della carriera. Colpa anche dei pinocchietti e delle canottiere Nike così lontani dalla tradizione compassata dei gesti bianchi. Per un certo tipo di pubblico, soprattutto giovanile, diventa un simbolo, un esempio. Scrivono Jaume Pujol-Galceran e Manuel Serras a pagina 18 del fondamentale tomo "Crónica de un fénomeno", RBA Libros, prima edizione, 2007, 16 euro: "C'è una componente di identificazione (tra Rafa e i suoi fan ndr) che non esiste con Federer. Lui si riconosce in loro, con passione, con incisività, dimostrando quello che sente e facendo capire che è molto vicino a tutti".
Che Nadal batta Federer è una sorpresa relativa per i cronisti calati a Miami. Chi lo segue sa che nell'aprile 2002 Rafa s'è meritato una "breve" su tutti i giornali del mondo per aver vinto a 15 anni e 10 mesi il suo primo match in un torneo ATP, com'era riuscito soltanto ad altri otto giocatori prima di lui. E che nel 2003 è stato il più giovane dai tempi di Boris Becker a raggiungere il terzo turno sull'erba di Wimbledon, anche se lui dice di preferire la terra rossa, come confermerà tra agosto 2004 e luglio 2005 con nove tornei vinti solo su quella superficie, compresi gli Internazionali d'Italia e il Roland Garros.
Da Miami 2004 in poi la sua è una marcia trionfale, interrotta di tanto in tanto da Federer (che in carriera l'ha battuto 11 volte ma le ha buscate 23), spesso da Novak Djokovic (la sua bestia nera: 26 sconfitte, 23 vittorie), talvolta da Andy Murray (7 contro 17) e da qualche rarissimo outsider. A oggi i suoi Slam sono quattordici, tre meno di Roger, di cui nove a Parigi, due a Wimbledon, altrettanti a New York, uno solo a Melbourne.
Più frequenti, purtroppo, gli infortuni, dovuti soprattutto all'enorme dispendio fisico che il suo gioco comporta. Nel maggio 2003 Rafa si fa male al gomito prima del Roland Garros. Nel 2004 perde mezza stagione, compresi Parigi e Wimbledon, a causa di una frattura da stress alla caviglia sinistra. Nell'ottobre 2005 ha un problema al piede che lo costringe a rinunciare alla Masters Finals e a Melbourne in gennaio. Nel 2008 a Roma le telecamere impietose inquadrano i suoi piedi divorati dalle vesciche (perderà la finale degli Internazionali), poi in autunno gli salta il ginocchio a Bercy. Stagione finita anzitempo. Il 2009 e il 2010 sono cadenzati da guai alle ginocchia, dalla tendinite, da problemi muscolari all'addome. L'infortunio più grave si evidenzia nel 2012 dopo Wimbledon, con la lesione al tendine del ginocchio associata alla sindrome di Hoffa. Resta fermo 7 mesi. Nuovo stop di tre mesi, ancora per colpa del ginocchio, nell'estate del 2014, poi l'appendicite che anticipa la pausa invernale. L'anno scorso un episodio di disidratazione a Miami in marzo e un danno al polso sinistro a Madrid in maggio, con successiva uscita di scena al Roland Garros.
Federer ha una carriera meno spezzettata, solo negli ultimi anni ha avuto guai fisici. Ma a questo punto, quel che è stato conta davvero poco. Gli Australian Open del 2017 ci regalano una finale che entrerà nella storia del tennis. Chi può, non la perda. Di sicuro la seguirà Grigor Dimitrov. Con molti rimpianti per aver avuto la chance d'esserci lui su quel campo.
Twitter@claudiogiua
Match dalla trama thrilling. Nadal si prende di prepotenza il primo set (6-3), lascia per stanchezza dopo una faticosa rincorsa il secondo (5-7), dà prova di sicurezza nel terzo (7-6), lotta fino allo sfinimento e paga salatamente un solo errore nel quarto (6-7), riesce a mantenere freddezza nel quinto. La partita si decide all'ottavo game, quando Grigor ha due chance per andare sul 3-5 a favore ma si fa rimontare. Nel gioco successivo arriva il break a favore di Rafa. Finisce 6-4. In tutto, quattro ore e 56 minuti di fenomenale spettacolo. Azzardo: la partita più tesa, appassionante e perfino bella da parecchio tempo in qua. Onore, comunque, al bulgaro, che a 25 anni e 6 mesi appare finalmente all'altezza delle speranze che aveva suscitato qualche anno fa.
Dunque è fatta, domenica sarà il giorno della dream final Nadal-Federer alla quale nessuno sperava più di assistere. La loro ventiduesima: 14 vittorie finora nel carnet di Rafa, 7 in quello di Roger (6 contro 2 negli Slam). Presumibilmente alle 19.30 di Melbourne si troveranno a centro campo nella Rod Laver Arena, l'uno di fronte all'altro, per il sorteggio. In silenzio, dondolandosi sulle gambe, seguiranno con gli occhi i gesti rapidi dell'arbitro. Basterà uno scambio di sguardi per dirsi quel che dev'essere detto: "Dov'eravamo rimasti?". È una storia felice, la loro, fatta di vittorie e batoste reciproche, di stima e rispetto condivisi. Va avanti dal 28 marzo 2004 quando al Masters di Miami Nadal, testa di serie numero 32, elimina lo svizzero numero 1 del mondo, 23 anni. È il terzo turno, Roger è reduce dal suo primo titolo agli Australian Open e dai trionfi a Dubai e Indian Wells. Rafa deve ancora compiere 18 anni. Dopo poco più di un'ora, incassato un depressivo 3-6 3-6, Federer lascia il campo frastornato e consapevole che il suo regno, se mai si realizzerà, sarà messo sotto assedio da quel mancino forzato che non spiccica una parola d'inglese ma impone un tennis spaccatutto. Spagnolo delle Baleari, timido, un po' spaurito, tutt'altro che aggressivo fuori dal campo, Rafa è già famoso come "il cannibale" del circuito: colpa dell'esplosività fisica, dell'incontenibile energia, dell'evidente smania di bruciare le tappe della carriera. Colpa anche dei pinocchietti e delle canottiere Nike così lontani dalla tradizione compassata dei gesti bianchi. Per un certo tipo di pubblico, soprattutto giovanile, diventa un simbolo, un esempio. Scrivono Jaume Pujol-Galceran e Manuel Serras a pagina 18 del fondamentale tomo "Crónica de un fénomeno", RBA Libros, prima edizione, 2007, 16 euro: "C'è una componente di identificazione (tra Rafa e i suoi fan ndr) che non esiste con Federer. Lui si riconosce in loro, con passione, con incisività, dimostrando quello che sente e facendo capire che è molto vicino a tutti".
Che Nadal batta Federer è una sorpresa relativa per i cronisti calati a Miami. Chi lo segue sa che nell'aprile 2002 Rafa s'è meritato una "breve" su tutti i giornali del mondo per aver vinto a 15 anni e 10 mesi il suo primo match in un torneo ATP, com'era riuscito soltanto ad altri otto giocatori prima di lui. E che nel 2003 è stato il più giovane dai tempi di Boris Becker a raggiungere il terzo turno sull'erba di Wimbledon, anche se lui dice di preferire la terra rossa, come confermerà tra agosto 2004 e luglio 2005 con nove tornei vinti solo su quella superficie, compresi gli Internazionali d'Italia e il Roland Garros.
Da Miami 2004 in poi la sua è una marcia trionfale, interrotta di tanto in tanto da Federer (che in carriera l'ha battuto 11 volte ma le ha buscate 23), spesso da Novak Djokovic (la sua bestia nera: 26 sconfitte, 23 vittorie), talvolta da Andy Murray (7 contro 17) e da qualche rarissimo outsider. A oggi i suoi Slam sono quattordici, tre meno di Roger, di cui nove a Parigi, due a Wimbledon, altrettanti a New York, uno solo a Melbourne.
Più frequenti, purtroppo, gli infortuni, dovuti soprattutto all'enorme dispendio fisico che il suo gioco comporta. Nel maggio 2003 Rafa si fa male al gomito prima del Roland Garros. Nel 2004 perde mezza stagione, compresi Parigi e Wimbledon, a causa di una frattura da stress alla caviglia sinistra. Nell'ottobre 2005 ha un problema al piede che lo costringe a rinunciare alla Masters Finals e a Melbourne in gennaio. Nel 2008 a Roma le telecamere impietose inquadrano i suoi piedi divorati dalle vesciche (perderà la finale degli Internazionali), poi in autunno gli salta il ginocchio a Bercy. Stagione finita anzitempo. Il 2009 e il 2010 sono cadenzati da guai alle ginocchia, dalla tendinite, da problemi muscolari all'addome. L'infortunio più grave si evidenzia nel 2012 dopo Wimbledon, con la lesione al tendine del ginocchio associata alla sindrome di Hoffa. Resta fermo 7 mesi. Nuovo stop di tre mesi, ancora per colpa del ginocchio, nell'estate del 2014, poi l'appendicite che anticipa la pausa invernale. L'anno scorso un episodio di disidratazione a Miami in marzo e un danno al polso sinistro a Madrid in maggio, con successiva uscita di scena al Roland Garros.
Federer ha una carriera meno spezzettata, solo negli ultimi anni ha avuto guai fisici. Ma a questo punto, quel che è stato conta davvero poco. Gli Australian Open del 2017 ci regalano una finale che entrerà nella storia del tennis. Chi può, non la perda. Di sicuro la seguirà Grigor Dimitrov. Con molti rimpianti per aver avuto la chance d'esserci lui su quel campo.
Twitter@claudiogiua