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L'amor patrio di Djokovic

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Nella formula della Coppa Davis c'è qualcosa che non va. Così com'è, schiacciata dai bilanci miliardari degli Slam e dei Masters 1000, l'antica competizione - fu inventata nel 1899 da quattro tennisti studenti di Harvard, tra i quali Dwight F. Davis - rischia di essere poco per volta declassata da annuale campionato mondiale per nazionali a rara passerella per i giocatori più popolari e pagati. Che da tempo accettano le convocazioni dei propri capitani solo quando c'è la chance di un risultato che dia loro lustro, dunque dalle semifinali in poi.

Accade così che nelle otto partite del primo turno del World Group l'unico Top Ten presente sia Novak Djokovic, numero 2 al mondo, che dà qualcosa più di una mano alla sua Serbia contro la rampante Russia dei ragazzini Karen Khachanov e Daniil Medvedev, eliminata prima ancora dei singolari di domani. Andy Murray, numero 1 ATP, non vola a Ottawa con il fratello Jamie e con Daniel Evans. Nemmeno il Canada, peraltro, convince il 4 ATP Milos Raonic a fare la sua parte. Forfait decisivi a Melbourne e a Tokyo: il ceco Tomas Berdych, ora 12 ATP ma tra i primi dieci al mondo per parecchi anni, guarda da lontano l'Australia di Nick Kyrgios travolgere (3-0) la sua nazionale; assente il 5 ATP Kei Nishikori, la Francia di Gilles Simon e Richard Gasquet dilaga (3-0) ai danni del Giappone. Da notare che i transalpini non schierano il numero 9 ATP Gael Monfils. Per la Svizzera privata degli apporti di Roger Federer, ATP 10, e Stan Wawrinka, 3, la trasferta americana è un inutile spreco di quattrini. Nemmeno il croato Marin Cilic, 7 ATP, è al fianco dei compagni che affrontano in casa, a Osijek, la Spagna, la cui formazione non comprende Rafael Nadal, ATP 6. E nonostante non disponga di David Goffin, ATP 11, il Belgio se la sta cavando a Francoforte conto la Germania dei fratelli Zverev.

Va dato atto a Djokovic dell'atto d'amore nei confronti della sua nazionale. Un unicum, in questo week end. C'è forse anche un po' di scaramanzia nella sua scelta: dopo aver portato la Serbia alla vittoria in Coppa Davis nel 2010, Nole inanellò una serie di successi che fecero di lui il più titolato giocatore del 2011 e, complessivamente, del quinquennio successivo. Il bagno di popolo nella Sportski Centar Cair di Nis è forse quel che gli serve per ripartire dopo la dolorosa eliminazione anzitempo all'Australian Open.

L'Italia impegnata al Parque Sarmiento di Buenos Aires sapeva in anticipo che non avrebbe trovato tra gli avversari alcun Top Ten: non ce ne sono in Argentina, anche se nel 2017 potrebbe ritentare la scalata Juan-Martin Del Potro, assente in questo turno del World Group dopo lo storico trionfo della sua nazionale in Davis l'autunno scorso a Zagabria. Avanti per 2-0 grazie alle belle vittorie ottenute ieri da Paolo Lorenzi e Andreas Seppi, Corrado Barazzutti ha puntato oggi sulla coppia formata da Fabio Fognini e Simone Bolelli, fino a due anni fa tra le più temute al mondo, poi divisa dai guai fisici del bolognese. Il capitano ha fatto bene a rischiare e a dare un giorno di riposo agli altri titolari. Ha perfino avuto l'occasione di fare il colpaccio della qualificazione anticipata quando, nel quinto set, Fognini ha servito per il match dopo una doppia rimonta: quella dal 2-0 nei set e quella dal 6-1 nel punteggio del tie break decisivo. Non gli è andata bene. Avessero vinto Fabio e Simone, saremmo ora qui a cantarne le lodi. 
 
I due ragazzi, che hanno penato e sbagliato troppo nelle prima ora e mezza, hanno poi dimostrato d'essere più coesi e saldi di nervi degli avversari. Il risultato (6-3 6-3 4-6 2-6 7-6) racconta di un match con il punto di svolta nel break ottenuto degli azzurri nel terzo set, il primo a loro favore, ma non può descrivere le difficili condizioni ambientali. Resta il fatto che è una piccola impresa aver raddrizzato un confronto che sembrava compromesso. Perdere così, dopo 4 ore e 8 minuti di lotta vera, fa sempre male. Tuttavia non c'è ragione perché il morale della squadra, in vista di domani, debba in alcun modo soffrirne.
Twitter@claudiogiua