Bene in vista sotto il marchio degli Internazionali 2017 c’è uno slogan - chi è cresciuto negli anni ’60 s’ostina a chiamarlo così, mica claim, payoff o chissà che altro - che è una constatazione e, insieme, un invito: “Che storia!”. Di storie ha sete il pubblico del tennis, così come ogni altro pubblico. Meglio se storie di successo e di riscatto, che sanno di fatica e sofferenza. A infastidire e annoiare sono la mediocrità o la supponenza. Del privilegio, se motivato, importa meno.
Prendete Juan Martin Del Potro, uno che prova presto il gusto inebriante del successo e poi quello di fiele della rovinosa caduta. Trionfatore degli UsOpen 2009 a nemmeno 21 anni, l’argentino fa mostra di qualità sufficienti a insidiare l’oligarchia di FNDM, Federer-Nadal-Djokovic-Murray. Non sa che la sfortuna l’ha già preso di mira. Nel 2010 deve operarsi al polso destro. La convalescenza dura quasi otto mesi. Da Top Ten che era, si ritrova a fine stagione numero 258. Lentamente riprende il cammino, ricomincia a vincere e si presenta al via dei tornei australi del 2012 da 11 al mondo. E’ un anno di grandi soddisfazioni, tra le quali la medaglia di bronzo olimpica a Londra conquistata ai danni di Djokovic. Totalmente recuperato, arriva in finale a Indian Wells nel marzo 2013. A fermarlo stavolta è un’infezione intestinale. Ritorna in campo solo a Wimbledon, dove perde in semifinale contro il serbo dopo quattro ore e mezza di gioco. Chiude la stagione con un bottino rilevante: 51 vittorie e soltanto sedici sconfitte, quattro trofei, quinta posizione nel ranking ATP. A meno di 26 anni è davvero pronto all’assalto al fortino dei Fab Four. Il 25 febbraio 2014, invece, è il polso sinistro a fare crac a Dubai. Esce dal campo piangendo. Per un virtuoso del rovescio a due mani è un guaio serissimo. Nell’anno successivo tenta inutilmente una prima volta il rientro nel circuito. Lo operano, ci riprova. Niente da fare.
Quando nel febbraio 2016 il polso smette di dolergli, a dare retta a molti osservatori Juan Martin non avrebbe chance di scalare di nuovo centinaia di posizioni nella classifica mondiale. Sbagliano. Il gigante di Tandil macina risultati e raggiunge due traguardi che fanno la storia del tennis argentino: la finale del torneo olimpico a Rio de Janeiro e la Coppa Davis.
A Roma 2017 Del Potro si presenta senza trofei conquistati in stagione e con una forma non perfetta. E’ il numero 34 ATP. Dall’altra metà del rettangolo, un giocatore finalmente costantee nelle prestazioni, il bulgaro Grigor Dimitrov, classe 1991, 11 ATP. Il match avrebbe meritato un quarto o una semifinale, tant’è alta la classe che i due assommano. Il primo set lo decide l’unico break che consente all’ex compagno di Maria Sharapova di prevalere 3-6. Il secondo set vede Del Potro, che vola leggerissimo sulla terra nonostante il metro e 98, portarsi sul 4-0 grazie a un quarto d’ora di obnubilamento dell’avversario. Dimitrov, al netto dei brevi black out, sfoggia il tennis più elegante del torneo come quasi sempre gli accade in assenza di Roger Federer. Una delizia per gli occhi. Gli scambi si prolungano nonostante la palla viaggi di norma sul filo dei 170 all’ora. L’argentino appare più concentrato, si fa recuperare un break ma non concede altro: 6-2. Nel terzo set si sprecano le preziosità, dalle demi volèe di Grigor ai passanti millimetrici di Juan Martin, preparati da incrociati che mandano l’avversario fuori campo. E' un doppio fallo del bulgaro a dare a Del Potro l'occasione di chiudere il match. Non la fallisce (6-3). La sua storia avrà un altro capitolo romano.
Anche le vicende recenti di Maria Sharapova girano intorno a una lunga sosta. il 7 marzo 2016 , la più ammirata e corteggiata tennista dell’ultimo quindicennio annuncia di essere stata trovata positiva a un controllo antidoping effettuato due mesi prima a Melbourne. L’accusa è pesante: durante lo Slam d’Australia l’ex numero 1 WTA avrebbe assunto una sostanza, il Meldonium, tra quelle proibite a partire dal Capodanno precedente. Le perizie e le controperizie costellano le cronache dei mesi successivi, fino alla sentenza di ottobre che condanna la russa cresciuta in Florida a 24 mesi di squalifica, poi ridotta a 1 anno e 3 mesi. Il bando di oltre 12 mesi comporta un automatico precipizio di oltre 500 posti del ranking mondiale, con la conseguente impossibilità d’iscrizione ai grandi tornei: bene che vada, bisogna passare dalle qualificazioni. Ma Maria è Maria. Qualsiasi organizzatore di torneo la vuole in campo, perché lei ha lo stesso effetto di Doris Duranti sui cartelloni del cinema dei telefoni bianchi: la gente corre a vederla. Piovono le wild card, ossia l’accesso diretto al tabellone principale su invito. A nessuno importa un accidente del doping forse perché ritiene che la ragazza sia stata vittima, per ingenuità, di un sistema di controlli vessatorio. O forse perché convinto che ciascun atleta nasconda un tubetto di qualche Meldonium nel cassetto. I giudizi di Eugenie Bouchard, canadese, finalista a Wimbledon nel 2014 (“Non doveva tornare perché è un’imbrogliona. La Wta manda un messaggio sbagliato ai giovani”), di Kristina Mladenovic, francese, finalista l’altro ieri a Madrid (“Se ha preso quella roba per dieci anni allora tutto quello che ha vinto non è meritato”) e di Roberta Vinci, finalista a Flushing Meadows 2015 (“Mi dispiace che Francesca non a Roma quest’anno. Al posto degli organizzatori, avrei dato una wild card a lei, mica a Maria Sharapova”), non interpretano affatto quel che il pubblico sente. Non si può che prenderne atto, come fa oggi sul Centrale del Foro Italico quando festeggia Sharapova che regola in scioltezza (6-4 6-2) l’americana Christina McHale. Intanto, dopo la vittoria di oggi Maria è già a quota 171 della classifica mondiale e se trionfasse per la quarta volta a Roma entrerebbe tra le Top 50.
Prendete Juan Martin Del Potro, uno che prova presto il gusto inebriante del successo e poi quello di fiele della rovinosa caduta. Trionfatore degli UsOpen 2009 a nemmeno 21 anni, l’argentino fa mostra di qualità sufficienti a insidiare l’oligarchia di FNDM, Federer-Nadal-Djokovic-Murray. Non sa che la sfortuna l’ha già preso di mira. Nel 2010 deve operarsi al polso destro. La convalescenza dura quasi otto mesi. Da Top Ten che era, si ritrova a fine stagione numero 258. Lentamente riprende il cammino, ricomincia a vincere e si presenta al via dei tornei australi del 2012 da 11 al mondo. E’ un anno di grandi soddisfazioni, tra le quali la medaglia di bronzo olimpica a Londra conquistata ai danni di Djokovic. Totalmente recuperato, arriva in finale a Indian Wells nel marzo 2013. A fermarlo stavolta è un’infezione intestinale. Ritorna in campo solo a Wimbledon, dove perde in semifinale contro il serbo dopo quattro ore e mezza di gioco. Chiude la stagione con un bottino rilevante: 51 vittorie e soltanto sedici sconfitte, quattro trofei, quinta posizione nel ranking ATP. A meno di 26 anni è davvero pronto all’assalto al fortino dei Fab Four. Il 25 febbraio 2014, invece, è il polso sinistro a fare crac a Dubai. Esce dal campo piangendo. Per un virtuoso del rovescio a due mani è un guaio serissimo. Nell’anno successivo tenta inutilmente una prima volta il rientro nel circuito. Lo operano, ci riprova. Niente da fare.
Quando nel febbraio 2016 il polso smette di dolergli, a dare retta a molti osservatori Juan Martin non avrebbe chance di scalare di nuovo centinaia di posizioni nella classifica mondiale. Sbagliano. Il gigante di Tandil macina risultati e raggiunge due traguardi che fanno la storia del tennis argentino: la finale del torneo olimpico a Rio de Janeiro e la Coppa Davis.
A Roma 2017 Del Potro si presenta senza trofei conquistati in stagione e con una forma non perfetta. E’ il numero 34 ATP. Dall’altra metà del rettangolo, un giocatore finalmente costantee nelle prestazioni, il bulgaro Grigor Dimitrov, classe 1991, 11 ATP. Il match avrebbe meritato un quarto o una semifinale, tant’è alta la classe che i due assommano. Il primo set lo decide l’unico break che consente all’ex compagno di Maria Sharapova di prevalere 3-6. Il secondo set vede Del Potro, che vola leggerissimo sulla terra nonostante il metro e 98, portarsi sul 4-0 grazie a un quarto d’ora di obnubilamento dell’avversario. Dimitrov, al netto dei brevi black out, sfoggia il tennis più elegante del torneo come quasi sempre gli accade in assenza di Roger Federer. Una delizia per gli occhi. Gli scambi si prolungano nonostante la palla viaggi di norma sul filo dei 170 all’ora. L’argentino appare più concentrato, si fa recuperare un break ma non concede altro: 6-2. Nel terzo set si sprecano le preziosità, dalle demi volèe di Grigor ai passanti millimetrici di Juan Martin, preparati da incrociati che mandano l’avversario fuori campo. E' un doppio fallo del bulgaro a dare a Del Potro l'occasione di chiudere il match. Non la fallisce (6-3). La sua storia avrà un altro capitolo romano.
Anche le vicende recenti di Maria Sharapova girano intorno a una lunga sosta. il 7 marzo 2016 , la più ammirata e corteggiata tennista dell’ultimo quindicennio annuncia di essere stata trovata positiva a un controllo antidoping effettuato due mesi prima a Melbourne. L’accusa è pesante: durante lo Slam d’Australia l’ex numero 1 WTA avrebbe assunto una sostanza, il Meldonium, tra quelle proibite a partire dal Capodanno precedente. Le perizie e le controperizie costellano le cronache dei mesi successivi, fino alla sentenza di ottobre che condanna la russa cresciuta in Florida a 24 mesi di squalifica, poi ridotta a 1 anno e 3 mesi. Il bando di oltre 12 mesi comporta un automatico precipizio di oltre 500 posti del ranking mondiale, con la conseguente impossibilità d’iscrizione ai grandi tornei: bene che vada, bisogna passare dalle qualificazioni. Ma Maria è Maria. Qualsiasi organizzatore di torneo la vuole in campo, perché lei ha lo stesso effetto di Doris Duranti sui cartelloni del cinema dei telefoni bianchi: la gente corre a vederla. Piovono le wild card, ossia l’accesso diretto al tabellone principale su invito. A nessuno importa un accidente del doping forse perché ritiene che la ragazza sia stata vittima, per ingenuità, di un sistema di controlli vessatorio. O forse perché convinto che ciascun atleta nasconda un tubetto di qualche Meldonium nel cassetto. I giudizi di Eugenie Bouchard, canadese, finalista a Wimbledon nel 2014 (“Non doveva tornare perché è un’imbrogliona. La Wta manda un messaggio sbagliato ai giovani”), di Kristina Mladenovic, francese, finalista l’altro ieri a Madrid (“Se ha preso quella roba per dieci anni allora tutto quello che ha vinto non è meritato”) e di Roberta Vinci, finalista a Flushing Meadows 2015 (“Mi dispiace che Francesca non a Roma quest’anno. Al posto degli organizzatori, avrei dato una wild card a lei, mica a Maria Sharapova”), non interpretano affatto quel che il pubblico sente. Non si può che prenderne atto, come fa oggi sul Centrale del Foro Italico quando festeggia Sharapova che regola in scioltezza (6-4 6-2) l’americana Christina McHale. Intanto, dopo la vittoria di oggi Maria è già a quota 171 della classifica mondiale e se trionfasse per la quarta volta a Roma entrerebbe tra le Top 50.