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Fabio, una volta l'anno

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Soltanto in due possono riempire all'inverosimile il Centrale a tarda sera, quando l'umidità cala da Monte Mario sui campi del Foro Italico. Uno è Roger Federer, ma quest'anno ha deciso che la terra rossa non fa per lui tanto da saltare persino il Roland Garros. L'altro è Fabio Fognini, l'ultimo talento globale rimasto al tennis italiano. Ovviamente l'avversario deve essere di massimo livello: meglio di tutti Andy Murray che dal 2007, nei cinque precedenti, ha ceduto due volte al ligure. In un clima da corrida che ricorda la semifinale di Davis a Napoli di tre anni fa quando Fabio prevalse in tre set (6-3 6-3 6-4), il numero 29 ATP scatta come centometrista alle Olimpiadi e va sul 4-0 grazie a due break che non restituisce più (6-2 in 39 minuti).
 
E' la versione di Fognini che abbiamo la ventura di ammirare una o due volte a stagione: concentrato, mai polemico, in pieno controllo del proprio gioco, con un tasso d'errore…
Soltanto in due possono riempire all'inverosimile il Centrale a tarda sera, quando l'umidità cala da Monte Mario sui campi del Foro Italico. Uno è Roger Federer, ma quest'anno ha deciso che la terra rossa non fa per lui tanto da saltare persino il Roland Garros. L'altro è Fabio Fognini, l'ultimo talento globale rimasto al tennis italiano. Ovviamente l'avversario deve essere di massimo livello: meglio di tutti Andy Murray che dal 2007, nei cinque precedenti, ha ceduto due volte al ligure. In un clima da corrida che ricorda la semifinale di Davis a Napoli di tre anni fa quando Fabio prevalse in tre set (6-3 6-3 6-4), il numero 29 ATP scatta come centometrista alle Olimpiadi e va sul 4-0 grazie a due break che non restituisce più (6-2 in 39 minuti).
 
E' la versione di Fognini che abbiamo la ventura di ammirare una o due volte a stagione: concentrato, mai polemico, in pieno controllo del proprio gioco, con un tasso d'errore infinitesimo e una precisione chirurgica nel piazzare i colpi. Soprattutto, in questi casi è la sua capacità di cambiare ritmo a spiazzare l'avversario, che - va detto - conferma di faticare a ricostruire pezzo per pezzo il gioco scintillante che l'anno scorso l'ha issato in cima alla classifica mondiale.
 
Più volte Fabio delizia lo stadio con drop shot che minano il morale di Murray, spesso lo sposta a destra o sinistra e lo infila dalla parte opposta. Anche qui, botte psicologiche. Sul 5-1 sembra finita. Invece, come ogni tennista sa, è a un passo dal trionfo che arriva la crisi di panico. Lo scozzese si riprende uno dei break e si rifà sotto, ma non gli basta. L'azzurro chiude il secondo set per 6-4 in 54 minuti: una dimostrazione impressionante di superiorità. Quando Fabio stasera al telefono chiamerà Flavia Pennetta, vicina al parto, potrebbe citarle proprio Federer, che ebbe a dire tempo fa: "Le vittorie ti dicono sempre la verità. Certificano se sei bravo o no". E poi concentrarsi sul prossimo match, giovedì, contro Sascha Zverev o Viktor Troicki.   
 
Di citazione in citazione. "All the leaves are brown and the sky is grey/I've been for a walk on a winter's day/I'd be safe and warm if I was in L.A.", cantava Mama Cass cinquant'anni fa. Le foglie gialle e il cielo grigio delle città del nord America, il caldo di Los Angeles come miraggio. Tommy Haas è nato nel 1978 ad Amburgo, profondo glaciale nord tedesco: forse per lui, da bambino, la California era un luogo mitico. Lo era sicuramente per i futuri genitori di Ernesto Escobedo III, messicani, emigrati a L.A. quando Ernesto II (l'importanza di chiamarsi Ernesto: si chiamava così anche il nonno dell'attuale numero 5 della classifica ATP Race to Milan) aveva optato per un lavoro da autista della United Parcels Service dopo aver girato il mondo in lungo e largo nel tentativo di guadagnarsi la pagnotta con il tennis (raggiunse quota 727 nel ranking ATP di doppio: troppo poco). L'impresa di diventare un top player era invece riuscita a Tommy, già protagonista del circuito ATP quando Cristina, moglie di Ernesto II, nell'Indipendence Day 1996 partoriva Ernesto III a Los Angeles. "Neto", come la mamma lo chiama, vive ancora a West Covina, periferia di Los Angeles, mentre Tommy, decano del circuito professionistico, dispone di un secondo lavoro - pagatissimo, credo - come direttore del Masters 1000 a Indian Wells, 100 miglia più a est, nel deserto del Joshua Tree. California dreaming.
 
Tommy ed Ernesto si sono sfidati oggi pomeriggio al Foro Italico. Il tedesco con nazionalità anche americana conta quasi il doppio degli anni, vanta una carriera con una medaglia d'argento a Sydney 2000, un secondo posto nel ranking ATP nel 2002, quindici vittorie in grandi tornei, quattro semifinali e otto quarti negli Slam, ha una moglie attrice e una figlia amatissima; più modestamente, l'ambizione dell'americanino che continua ad amare il Messico è arrivare tra gli otto ragazzi che a novembre si contenderanno, con regole rivoluzionarie di cui avremo modo di ragionare in futuro, il titolo di campione della Next Gen alla Fiera di Rho.
 
È stato un match che, per significati e gioco, avrebbe meritato il Centrale. Invece - e per fortuna - l'hanno potuto seguire da vicino qualche migliaio di appassionati con il biglietto ground, stretti come sardine sui gradoni del campo numero 1. Ernesto III, sconfitto nelle qualificazioni da Ken Anderson e rientrato nel tabellone principale degli IBI in qualità di lucky loser, non ha praticamente toccato palla nel primo set (0-6), stranito dal carisma di Tommy. S'è ripreso nel secondo set (6-4) grazie a un servizio sempre più efficace e alla capacità di prolungare scambi tesi e faticosi. Nel terzo set Haas ha sfoggiato l'intero repertorio dei suoi colpi, sostenuti da una forma fisica eccellente, a cominciare dallo stop volley, un po' il suo marchio di fabbrica. Ernesto ha tenuto il punto ma è approdato al tie break svuotato. Per Tommy è stato un gioco da ragazzi ottenere il 7-6 che lo manda ad affrontare il canadese Milos Raonic.