I numeri non sempre rappresentano compiutamente la realtà. Novak Djokovic si libera in tre set di Joao Sousa, classe 1989, numero 59 del ranking ATP, e approda al terzo turno del Roland Garros. Eppure fa fatica: nel secondo e nel terzo set il portoghese riesce più volte a costringere il numero 2 ATP ai vantaggi, dilatando il match oltre le due ore (6-1 6-4 6-3 in 126 minuti). Non differisce di nemmeno un game il punteggio della partita, quasi contemporanea, tra Rafael Nadal e Robin Haase, 30 anni, 46 ATP. L'olandese - uno che carbura lentamente - soltanto nella seconda frazione riesce a contenere l'esuberanza dell'attuale numero 4 al mondo e numero 1 nella classifica Race to London che tiene conto dei risultati da gennaio. Per il resto, è un monologo dello spagnolo. I diciassette minuti in meno rispetto al serbo impiegati per chiudere la pratica con lo stesso 6-1 6-4 6-3 sono tuttavia eloquenti. Nole sta crescendo in sicurezza e continuità ma non ha raggiunto la forma psicofisica migliore, Rafa sta confermando le qualità mostrate in tutta la prima fase della stagione, con le finali a Melbourne e Miami, i successi consecutivi a Monte Carlo, Barcellona e Madrid e il solo passo falso a Roma, contro Dominic Thiem.
È distanza, anche un confronto tra coach. Nello spicchio di tribuna del campo Suzanne Langlen assegnato allo staff di Djokovic siede, serissimo, Andre Agassi, all'esordio come principale consigliere del campione uscente di Parigi. In quello dello stadio Philippe Chatrier è Carlos Moyá a osservare, senza apparenti emozioni, i movimenti e i tempi sulla palla di Nadal. L'americano al fianco del campione in astinenza di risultati è una delle novità degli Open francesi. Qualche giorno fa Nole ha detto all'Equipe: "Per gran parte della carriera Andre ha lavorato e si è allenato come se vincere sul campo fosse la sola cosa a contare, a soddisfarlo e a renderlo felice. Non era così, come ha rivelato quando ha confessato che in fondo non amava il tennis, che si sentiva spesso in gabbia, costretto a giocare, a primeggiare. Anche io ho basato tutto sul battere gli avversari".
Dopo i tentativi falliti del controverso guru Pepe Imaz nell'autunno scorso, adesso tocca ad Agassi convincere Djokovic che, a trent'anni appena compiuti e dodici Slam conquistati, si possono mettere in fila le proprie priorità di vita in un ordine differente e, tuttavia, continuare a essere vincente sui campi di quattro continenti. Andre lo sa meglio di chiunque altro. Nick Bollettieri, eccezionale formatore di campioni, ha raccontato così il ragazzo californiano appena arrivato nella sua Academy nel marzo 1984: "Non aveva soltanto un enorme talento per il tennis. Possedeva la genialità di chi cambia il gioco, comune a pochi nella storia della disciplina. Con la sua personalità sfrontata ed esuberante fece irruzione in uno sport che per certi versi molti consideravano timido e scialbo, diventando la prima rockstar del tennis. Quello che era un passatempo per gentiluomini a tinte pastello, con Andre diventò selvaggio ed elettrico. Lo catapultò nella sfera pubblica in un modo del tutto nuovo e lo rese sexy come nessuno prima e dopo di lui". E ancora: "Una volta eresse una torre di bottiglie di whisky vuote in camera sua pur sapendo delle frequenti ispezioni del personale. Noi non capivamo che si trattava di puro esibizionismo. Jim Courier e altri del mio gruppo di talenti si chiedevano perché non buttassi fuori dall'Academy quel ragazzino ribelle". Vent'anni dopo, a fine carriera, Agassi sarebbe stato il più corretto e compassato, oltre che vincente, protagonista del circuito. Djokovic ha lavorato molto su di sé da quand'era un teen ager molto arrogante. Ora deve fare un tagliando e ripartire: per riuscirci, ha rinunciato ad avere accando tre figure determinanti per i suoi successi, il coach Marian Vajda, il preparatore atletico Phil Gritsch e il fisioterapista Miljan Amanovic. E s'è affidato ad Andre.
Tutt'altra la storia di Rafa, che ha bisogno di stimoli tattici più che motivazionali. Moyá è stato il numero 1 ATP per due settimane nel 1999 pur disponendo di un bagaglio tecnico non paragonabile a quello del più giovane co-isolano. La sua caratteristica era sfruttare le proprie qualità senza sprecare nulla e risparmiando le energie. Per un decennio, invece, Nadal ha usato ogni spicchio di forza per combattere, nonostante i frequenti infortuni, alla pari con Djokovic, Roger Federer e Andy Murray. Al suo fianco, come coach e mentore, c'era allora solo zio Toni. La suddivisione delle responsabilità tra Nadal Sr. e Moyá, cominciata sei mesi fa, ha finora perfettamente funzionato. Parigi è la prova del fuoco.
Per non annoiare chi fosse arrivato fin qui, non commenterò le uscite di scena di Stefano Napolitano, Simone Bolelli e Sara Errani, che pure non hanno sfigurato nonostante le sconfitte. In particolare, il giovane biellese ha saputo tenere testa al tostissimo argentino Diego Schwartzman.
Qualche riga merita invece una giovane tunisina - classe 1994 - che si chiama Ons Jabeur ed era considerata una speranza del tennis dopo la vittoria al Roland Garros Junior del 2011. Invece, se ne erano perse le tracce nel circuito ITF, dove ha vinto parecchio tanto da arrampicarsi fino all'attuale posto numero 114 della classifica WTA. Opposta oggi alla testa di serie numero 6 Dominika Cibulkova, la ragazza di Ksa Hellal ha prevalso in due set, 6-4 6-3, con un'autorevolezza da veterana. Benvenuta nel circo di quelle che contano, Ons.
Twitter @claudiogiu
È distanza, anche un confronto tra coach. Nello spicchio di tribuna del campo Suzanne Langlen assegnato allo staff di Djokovic siede, serissimo, Andre Agassi, all'esordio come principale consigliere del campione uscente di Parigi. In quello dello stadio Philippe Chatrier è Carlos Moyá a osservare, senza apparenti emozioni, i movimenti e i tempi sulla palla di Nadal. L'americano al fianco del campione in astinenza di risultati è una delle novità degli Open francesi. Qualche giorno fa Nole ha detto all'Equipe: "Per gran parte della carriera Andre ha lavorato e si è allenato come se vincere sul campo fosse la sola cosa a contare, a soddisfarlo e a renderlo felice. Non era così, come ha rivelato quando ha confessato che in fondo non amava il tennis, che si sentiva spesso in gabbia, costretto a giocare, a primeggiare. Anche io ho basato tutto sul battere gli avversari".
Dopo i tentativi falliti del controverso guru Pepe Imaz nell'autunno scorso, adesso tocca ad Agassi convincere Djokovic che, a trent'anni appena compiuti e dodici Slam conquistati, si possono mettere in fila le proprie priorità di vita in un ordine differente e, tuttavia, continuare a essere vincente sui campi di quattro continenti. Andre lo sa meglio di chiunque altro. Nick Bollettieri, eccezionale formatore di campioni, ha raccontato così il ragazzo californiano appena arrivato nella sua Academy nel marzo 1984: "Non aveva soltanto un enorme talento per il tennis. Possedeva la genialità di chi cambia il gioco, comune a pochi nella storia della disciplina. Con la sua personalità sfrontata ed esuberante fece irruzione in uno sport che per certi versi molti consideravano timido e scialbo, diventando la prima rockstar del tennis. Quello che era un passatempo per gentiluomini a tinte pastello, con Andre diventò selvaggio ed elettrico. Lo catapultò nella sfera pubblica in un modo del tutto nuovo e lo rese sexy come nessuno prima e dopo di lui". E ancora: "Una volta eresse una torre di bottiglie di whisky vuote in camera sua pur sapendo delle frequenti ispezioni del personale. Noi non capivamo che si trattava di puro esibizionismo. Jim Courier e altri del mio gruppo di talenti si chiedevano perché non buttassi fuori dall'Academy quel ragazzino ribelle". Vent'anni dopo, a fine carriera, Agassi sarebbe stato il più corretto e compassato, oltre che vincente, protagonista del circuito. Djokovic ha lavorato molto su di sé da quand'era un teen ager molto arrogante. Ora deve fare un tagliando e ripartire: per riuscirci, ha rinunciato ad avere accando tre figure determinanti per i suoi successi, il coach Marian Vajda, il preparatore atletico Phil Gritsch e il fisioterapista Miljan Amanovic. E s'è affidato ad Andre.
Tutt'altra la storia di Rafa, che ha bisogno di stimoli tattici più che motivazionali. Moyá è stato il numero 1 ATP per due settimane nel 1999 pur disponendo di un bagaglio tecnico non paragonabile a quello del più giovane co-isolano. La sua caratteristica era sfruttare le proprie qualità senza sprecare nulla e risparmiando le energie. Per un decennio, invece, Nadal ha usato ogni spicchio di forza per combattere, nonostante i frequenti infortuni, alla pari con Djokovic, Roger Federer e Andy Murray. Al suo fianco, come coach e mentore, c'era allora solo zio Toni. La suddivisione delle responsabilità tra Nadal Sr. e Moyá, cominciata sei mesi fa, ha finora perfettamente funzionato. Parigi è la prova del fuoco.
Per non annoiare chi fosse arrivato fin qui, non commenterò le uscite di scena di Stefano Napolitano, Simone Bolelli e Sara Errani, che pure non hanno sfigurato nonostante le sconfitte. In particolare, il giovane biellese ha saputo tenere testa al tostissimo argentino Diego Schwartzman.
Qualche riga merita invece una giovane tunisina - classe 1994 - che si chiama Ons Jabeur ed era considerata una speranza del tennis dopo la vittoria al Roland Garros Junior del 2011. Invece, se ne erano perse le tracce nel circuito ITF, dove ha vinto parecchio tanto da arrampicarsi fino all'attuale posto numero 114 della classifica WTA. Opposta oggi alla testa di serie numero 6 Dominika Cibulkova, la ragazza di Ksa Hellal ha prevalso in due set, 6-4 6-3, con un'autorevolezza da veterana. Benvenuta nel circo di quelle che contano, Ons.
Twitter @claudiogiu