Lo confesso: ieri m'era sfuggito. Poco incoraggiante, direte, per un vecchio cronista. Le mie uniche esimenti sono: a) stavo seguendo i match degli italiani; b) sull'ubiquità devo ancora esercitarmi parecchio. Così, a mia insaputa, il piccolo dramma umano e sportivo consumato sul campo 2 s'è trasformato - grazie ai social, a YouTube, al sito ufficiale del Roland Garros e ai giornali online - in un caso mediatico globale con pochi precedenti per il tennis. Milioni di persone hanno infatti visualizzato, nelle ore successive all'episodio, il video dell'infortunio di Nicolas Almagro, lo spagnolo che stava con efficacia giocandosi l'accesso al terzo turno contro Juan Martin del Potro: hanno tutti notato la sua immobilità al momento di rispondere al servizio del campione di Flushing Meadows 2009 (il risultato era in perfetto equilibrio: 6-3 3-6 1-1), si sono spaventati quando s'è afflosciato a terra, hanno capito che piangeva, irrefrenabile, poi l'hanno seguito nel lento ritorno all'angolo per ritirarsi mentre la rabbia cresceva per quel ginocchio di nuovo dolente e le lacrime non si placavano.
Ma a colpire sono stati soprattutto l'attenzione, il tatto, direi addirittura l'amore con i quali l'argentino ha seguito passo passo l'inatteso crollo fisico e nervoso del giocatore nato a Murcia 32 anni fa, numero 69 del ranking ATP (fu 9 nel 2011). Il gigante di Tandil va considerato uno degli otto giocatori più forti dell'ultimo decennio, ma è soprattutto quello che ha sofferto più di chiunque altro a causa degli infortuni. Sa dunque cosa comporta doversi fermare proprio quando è riapparsa la speranza che la carriera possa tornare vincente: "Dopo il troppo dolore del recente passato, ho sviluppato una sensibilità speciale. Anch'io ho ancora problemi fisici. Per me è stata dunque dura vedere dall'altra parte del campo un amico in lacrime". Juan Martin ha sussurrato a Nicolas che in momenti così bisogna "pensare alle cose più importanti, che sono la sua famiglia e suo figlio". Il tennis ha bisogno di persone che non siano solo macchine da game e da set.
Parigi s'addice agli argentini. Durante il regime dei colonnelli si rifugiarono qui in centinaia. Letterati e intellettuali di fama mondiale - come Jorge Luis Borges ed Hector Bianciotti - hanno considerato la capitale francese la propria seconda patria. E oggi sul campo centrale del Roland Garros, il Philippe Chatrier, tocca a Diego Schwartzman, il migliore dei giovani cresciuti nel paese di Vilas, Sabatini, Nalbandian e tanti altri, guadagnarsi uno spicchio di notorietà per aver messo a lungo alle corde Novak Djokovic.
Il piccolo porteño (170 centimetri), destrorso, quasi 25 anni, numero 35 del ranking ATP in tempo reale, è una delle sorprese degli Open sulla terra rossa. La sua storia è simile a quella di altri ottimi tennisti senza fortune alle spalle. Gli Schwartzman, commercianti di origine ebree, ebbero un tracollo economico nel corso dell'era del presidente Menem, dopo la dittatura militare. Prima stavano bene, passavano lunghe vacanze a Punta del Este, "e pensavamo che la vita fosse una pacchia", ha raccontato Ricki, il padre. "Avessimo avuto più soldi, probabilmente il tennis non avrebbe avuto Diego". Il quale, ultimo di quattro fratelli, pensò già da allievo che sul rettangolo con la rete potessero esserci più opportunità di avere fortuna: "A casa mia sono tutti matti per il calcio, ma io ho scoperto che con la racchetta ero più a mio agio che con il pallone". Come per Messi e Maradona, il suo problema era il fisico (adesso pesa 63 chili, distribuiti su 170 centimetri). Per far partecipare al figlio a molti tornei, Ricky e la moglie Silvana cercavano gli hotel più a buon mercato e posti dove pranzo e cena costassero poco: "Avremmo fatto qualsiasi sacrificio per lui", hanno raccontato. Guadagnati un po' di chili sotto forma di muscoli, i primi successi arrivarono quand'era un junior. A vent'anni vinse un Challenger a Buenos Aires, battendo in finale il francese Guillaume Rufin. Fu allora che molti tecnici locali pronosticarono Diego come futuro numero 1 d'Argentina. L'anno scorso il primo successo il un torneo ATP, sulla terra rossa di Istanbul ai danni di Grigor Dimitrov.
Oggi Schwartzman ha mostrato per due ore e venti le proprie qualità, non comuni. Dotato di un buon servizio, mobile e potente, ha visione di gioco e capacità di mettere la palla dove vuole. I cinque set non sono però ancora alla sua portata. Dopo aver dominato il primo e terzo set, ha ceduto di schianto quando Djokovic ha realizzato che se non avesse alzato la qualità del suo gioco avrebbe potuto subire un'altra sconfitta con poche giustificazioni. È finita 4-6 6-3 3-6 6-1 6-1 in 3 ore e 18 minuti.
Twitter@claudiogiua
Ma a colpire sono stati soprattutto l'attenzione, il tatto, direi addirittura l'amore con i quali l'argentino ha seguito passo passo l'inatteso crollo fisico e nervoso del giocatore nato a Murcia 32 anni fa, numero 69 del ranking ATP (fu 9 nel 2011). Il gigante di Tandil va considerato uno degli otto giocatori più forti dell'ultimo decennio, ma è soprattutto quello che ha sofferto più di chiunque altro a causa degli infortuni. Sa dunque cosa comporta doversi fermare proprio quando è riapparsa la speranza che la carriera possa tornare vincente: "Dopo il troppo dolore del recente passato, ho sviluppato una sensibilità speciale. Anch'io ho ancora problemi fisici. Per me è stata dunque dura vedere dall'altra parte del campo un amico in lacrime". Juan Martin ha sussurrato a Nicolas che in momenti così bisogna "pensare alle cose più importanti, che sono la sua famiglia e suo figlio". Il tennis ha bisogno di persone che non siano solo macchine da game e da set.
Parigi s'addice agli argentini. Durante il regime dei colonnelli si rifugiarono qui in centinaia. Letterati e intellettuali di fama mondiale - come Jorge Luis Borges ed Hector Bianciotti - hanno considerato la capitale francese la propria seconda patria. E oggi sul campo centrale del Roland Garros, il Philippe Chatrier, tocca a Diego Schwartzman, il migliore dei giovani cresciuti nel paese di Vilas, Sabatini, Nalbandian e tanti altri, guadagnarsi uno spicchio di notorietà per aver messo a lungo alle corde Novak Djokovic.
Il piccolo porteño (170 centimetri), destrorso, quasi 25 anni, numero 35 del ranking ATP in tempo reale, è una delle sorprese degli Open sulla terra rossa. La sua storia è simile a quella di altri ottimi tennisti senza fortune alle spalle. Gli Schwartzman, commercianti di origine ebree, ebbero un tracollo economico nel corso dell'era del presidente Menem, dopo la dittatura militare. Prima stavano bene, passavano lunghe vacanze a Punta del Este, "e pensavamo che la vita fosse una pacchia", ha raccontato Ricki, il padre. "Avessimo avuto più soldi, probabilmente il tennis non avrebbe avuto Diego". Il quale, ultimo di quattro fratelli, pensò già da allievo che sul rettangolo con la rete potessero esserci più opportunità di avere fortuna: "A casa mia sono tutti matti per il calcio, ma io ho scoperto che con la racchetta ero più a mio agio che con il pallone". Come per Messi e Maradona, il suo problema era il fisico (adesso pesa 63 chili, distribuiti su 170 centimetri). Per far partecipare al figlio a molti tornei, Ricky e la moglie Silvana cercavano gli hotel più a buon mercato e posti dove pranzo e cena costassero poco: "Avremmo fatto qualsiasi sacrificio per lui", hanno raccontato. Guadagnati un po' di chili sotto forma di muscoli, i primi successi arrivarono quand'era un junior. A vent'anni vinse un Challenger a Buenos Aires, battendo in finale il francese Guillaume Rufin. Fu allora che molti tecnici locali pronosticarono Diego come futuro numero 1 d'Argentina. L'anno scorso il primo successo il un torneo ATP, sulla terra rossa di Istanbul ai danni di Grigor Dimitrov.
Oggi Schwartzman ha mostrato per due ore e venti le proprie qualità, non comuni. Dotato di un buon servizio, mobile e potente, ha visione di gioco e capacità di mettere la palla dove vuole. I cinque set non sono però ancora alla sua portata. Dopo aver dominato il primo e terzo set, ha ceduto di schianto quando Djokovic ha realizzato che se non avesse alzato la qualità del suo gioco avrebbe potuto subire un'altra sconfitta con poche giustificazioni. È finita 4-6 6-3 3-6 6-1 6-1 in 3 ore e 18 minuti.
Twitter@claudiogiua