Per Paolo Lorenzi mercoledì 5 luglio 2017 resterà per sempre il giorno memorabile del primo passaggio in carriera al secondo turno di Wimbledon, l'unico dei quattro major dal cui tabellone era regolarmente scomparso - sei volte! - il lunedì o il martedì della prima settimana. Il senese ci mette due giorni a ottenere il diritto all'iscrizione al club del Piccolo Grande Slam. Ieri il buio ferma sul 7-6 4 -6 7-6 2-2 lui e il coriaceo argentino Horacio Zeballos, ATP 52, sfiancati da tre ore e 9 minuti di scambi sul campo 8. Paolo dà il meglio nel tie break del terzo set, quando si ritrova sotto per 1-5, annulla tre set point sul 3-6 e poi va a prendersi il parziale per 10-8. Oggi, alla ripresa sempre sul campo 8, il più umile e regolare degli italiani impugnanti racchetta fa sfoggio di pazienza e intelligenza. In 33 minuti contiene Zeballos, accelera al servizio sul 5 pari e ottiene alla risposta il break nel dodicesimo game, l'unico senza possibilità di recupero.
Per prendersi un match nel quale i suoi punti complessivi risulteranno 148 contro i 147 dell'avversario, Paolo sfrutta ogni occasione decisiva, soprattutto nei due tie-break. La differenza la fa la sua capacità di concentrazione, affinata negli ultimi tre anni. Infatti, prima di invertire la tendenza agli UsOpen 2014, il numero 33 al mondo aveva inutilmente tentato tredici volte di superare un qualsivoglia primo turno di Slam. Domani tenterà di raddoppiare il miracolo, approdando al terzo turno alle spese dell'americano Jared Donaldson, ATP 67, classe 1996: alla sua portata, azzardo.
Furono e sono pochi i giocatori italiani capaci, nei decenni, di compiere la stessa impresa di Lorenzi. Con il rischio di dimenticarne qualcuno, gli altri che hanno avuto la chance di combattere almeno una volta per raggiungere il terzo turno di ciascuno dei quattro Slam (talvolta poi avanzando nel torneo fino ai quarti, alle semi e perfino alla finale) furono Nicola Pietrangeli e Sergio Tacchini in tempi di collegamenti intercontinentali ancora precari e avventurosi; l'australiano Martin Mulligan prima di prendere la cittadinanza italiana nel 1968; nell'era Open, Omar Camporese, Davide Sanguinetti, Stefano Pescosolido, Gianluca Pozzi, Renzo Furlan, Cristiano Caratti, Andrea Gaudenzi, Diego Nargiso e Filippo Volandri; dei contemporanei, Simone Bolelli, Andrea Seppi e Fabio Fognini. Non Adriano Panatta, che si spinse una sola volta fino agli antipodi, nel 1969, per buscarle subito. Non Uberto De Morpurgo, Giorgio De Stefani, Gianni Cucelli, Orlando Sirola, Fausto Gardini, Marcello Del Bello e Beppe Merlo che scendevano in campo in ere tennistiche più provinciali che globali. E non possono sfoggiare il fermacravatta del Piccolo Grande Slam nemmeno Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Tonino Zugarelli, Paolo Canè, Francesco Cancellotti o Potito Storace, che pure hanno giocato ai massimi livelli ATP.
Intanto Fognini passa il turno e s'appresta a incrociare di nuovo il cammino di Andy Murray, che tre volte su sei ha dovuto pagare pegno al suo talento: l'ultima a Roma meno di due mesi fa. Sarà una prima assoluta a Wimbledon. Il predominio di Fabio sul mancino ceco Jiri Vesely, 24 anni, ATP 48 e molto a proprio agio sull'erba (l'anno scorso raggiunse gli ottavi di finale eliminando in tre set Dominic Thiem), è stato nettissimo: 7-6 6-4 6-2 in un'ora e 57 minuti. Davvero impressionante la qualità dei vincenti (60 contro 20) sfoggiata dal signor Pennetta. Anche qui: venerdì partirà da underdog ma tutt'altro che sconfitto.
Niente da fare invece per gli altri due italiani del club del Piccolo Grande Slam in campo oggi a Londra, perché Jo-Wilfried Tsonga non è al momento alla portata di Simone Bolelli, in recupero dopo gli infortuni (6-1 7-5 6-2), mentre il sudafricano Ken Anderson riesce a spremere lo spremibile dal suo devastante servizio nel match con Andreas Seppi (6-3 7-6 6-3). Il bolognese non ha nulla da rimproverarsi ("Non ho più dolori, e questo mi basta", ha detto dopo la partita) e continuerà a lavorare per rientrare tra i Top 100: che significa tanti tornei, dai Challenger ai Masters 1000, da qui a novembre. Il sudtirolese farà lo stesso se vuole rimanere nel Gotha del tennis. Ma il suo futuro dipende anche dall'efficacia dell'acido ialuronico, con il quale prova ad attenuare l'intensità dei dolori all'anca.
Per prendersi un match nel quale i suoi punti complessivi risulteranno 148 contro i 147 dell'avversario, Paolo sfrutta ogni occasione decisiva, soprattutto nei due tie-break. La differenza la fa la sua capacità di concentrazione, affinata negli ultimi tre anni. Infatti, prima di invertire la tendenza agli UsOpen 2014, il numero 33 al mondo aveva inutilmente tentato tredici volte di superare un qualsivoglia primo turno di Slam. Domani tenterà di raddoppiare il miracolo, approdando al terzo turno alle spese dell'americano Jared Donaldson, ATP 67, classe 1996: alla sua portata, azzardo.
Furono e sono pochi i giocatori italiani capaci, nei decenni, di compiere la stessa impresa di Lorenzi. Con il rischio di dimenticarne qualcuno, gli altri che hanno avuto la chance di combattere almeno una volta per raggiungere il terzo turno di ciascuno dei quattro Slam (talvolta poi avanzando nel torneo fino ai quarti, alle semi e perfino alla finale) furono Nicola Pietrangeli e Sergio Tacchini in tempi di collegamenti intercontinentali ancora precari e avventurosi; l'australiano Martin Mulligan prima di prendere la cittadinanza italiana nel 1968; nell'era Open, Omar Camporese, Davide Sanguinetti, Stefano Pescosolido, Gianluca Pozzi, Renzo Furlan, Cristiano Caratti, Andrea Gaudenzi, Diego Nargiso e Filippo Volandri; dei contemporanei, Simone Bolelli, Andrea Seppi e Fabio Fognini. Non Adriano Panatta, che si spinse una sola volta fino agli antipodi, nel 1969, per buscarle subito. Non Uberto De Morpurgo, Giorgio De Stefani, Gianni Cucelli, Orlando Sirola, Fausto Gardini, Marcello Del Bello e Beppe Merlo che scendevano in campo in ere tennistiche più provinciali che globali. E non possono sfoggiare il fermacravatta del Piccolo Grande Slam nemmeno Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Tonino Zugarelli, Paolo Canè, Francesco Cancellotti o Potito Storace, che pure hanno giocato ai massimi livelli ATP.
Intanto Fognini passa il turno e s'appresta a incrociare di nuovo il cammino di Andy Murray, che tre volte su sei ha dovuto pagare pegno al suo talento: l'ultima a Roma meno di due mesi fa. Sarà una prima assoluta a Wimbledon. Il predominio di Fabio sul mancino ceco Jiri Vesely, 24 anni, ATP 48 e molto a proprio agio sull'erba (l'anno scorso raggiunse gli ottavi di finale eliminando in tre set Dominic Thiem), è stato nettissimo: 7-6 6-4 6-2 in un'ora e 57 minuti. Davvero impressionante la qualità dei vincenti (60 contro 20) sfoggiata dal signor Pennetta. Anche qui: venerdì partirà da underdog ma tutt'altro che sconfitto.
Niente da fare invece per gli altri due italiani del club del Piccolo Grande Slam in campo oggi a Londra, perché Jo-Wilfried Tsonga non è al momento alla portata di Simone Bolelli, in recupero dopo gli infortuni (6-1 7-5 6-2), mentre il sudafricano Ken Anderson riesce a spremere lo spremibile dal suo devastante servizio nel match con Andreas Seppi (6-3 7-6 6-3). Il bolognese non ha nulla da rimproverarsi ("Non ho più dolori, e questo mi basta", ha detto dopo la partita) e continuerà a lavorare per rientrare tra i Top 100: che significa tanti tornei, dai Challenger ai Masters 1000, da qui a novembre. Il sudtirolese farà lo stesso se vuole rimanere nel Gotha del tennis. Ma il suo futuro dipende anche dall'efficacia dell'acido ialuronico, con il quale prova ad attenuare l'intensità dei dolori all'anca.