✕

Venus la castigaventenni

3 minuti di lettura
La controrottamazione generazionale ha le fattezze della più longeva e titolata delle singolariste in attività, Venus Williams, 37 anni, titolare di sette Slam, finalista quest'anno a Melbourne. È lei a eliminare nei quarti di finale - faticando il giusto: 6-3 7-5 in un'ora e 13 minuti - la migliore under 21 del circuito, la lettone Jelena Ostapenko, vincitrice a sorpresa dell'ultimo Roland Garros.

In un match del quale l'americana non cede mai le redini, emerge con nettezza, scambio dopo scambio, come l'esperienza e l'intelligenza possono prevalere sull'entusiasmo e sulla freschezza. Anzi, per Venus è ormai una missione dare lezioni di tecnica e strategia alle emergenti della leva 1997, forse perché quell'anno lei raggiunse la prima finale a Flushing Meadows, cedendo 6-0 6-4 alla numero 1 WTA Martina Hingis (un'altra che, a 37 anni, continua a dominare nei doppi femminile e misto). Prima di Ostapenko (nata l'…
La controrottamazione generazionale ha le fattezze della più longeva e titolata delle singolariste in attività, Venus Williams, 37 anni, titolare di sette Slam, finalista quest'anno a Melbourne. È lei a eliminare nei quarti di finale - faticando il giusto: 6-3 7-5 in un'ora e 13 minuti - la migliore under 21 del circuito, la lettone Jelena Ostapenko, vincitrice a sorpresa dell'ultimo Roland Garros.

In un match del quale l'americana non cede mai le redini, emerge con nettezza, scambio dopo scambio, come l'esperienza e l'intelligenza possono prevalere sull'entusiasmo e sulla freschezza. Anzi, per Venus è ormai una missione dare lezioni di tecnica e strategia alle emergenti della leva 1997, forse perché quell'anno lei raggiunse la prima finale a Flushing Meadows, cedendo 6-0 6-4 alla numero 1 WTA Martina Hingis (un'altra che, a 37 anni, continua a dominare nei doppi femminile e misto). Prima di Ostapenko (nata l'8 giugno 1997), Venus ha infatti mandato a casa nel terzo turno degli Championships la giapponese Naomi Osaka (10 ottobre 1997) e nel quarto turno la croata Ana Konjuh (27 dicembre 1997). E' tutta qui la principale differenza tra il tennis femminile degli Ottanta e dei Novanta e quello di oggi (la notazione vale, in misura ridotta, anche per gli uomini): nessuno allora si stupiva se due diciassettenni raggiungevano la finale di uno Slam maltrattando esperte colleghe; adesso la Ostapenko fa notizia per aver incassato il suo primo Slam a vent'anni quasi suonati. Analogamente, è considerato normale che Williams Sr. sia tuttora tra le protagoniste mondiali di uno dei pochi sport che si praticano per l'intera esistenza.

Nell'altro quarto di finale che interessa direttamente Venus, la ungaro-australiana naturalizzata britannica Johanna Konta raggiunge il risultato che il Regno Unito s'attendeva da 29 anni: rivedere una di casa in semifinale. Era il 1978 quando Virginia Wade non riuscì a ripetere, per colpa di Chris Evert, l'exploit dell'anno prima con la vittoria in finale sull'olandese Betty Stove. La storia di Johanna e della sua lunga scalata al Gotha del tennis mondiale ha poco da spartire con quella di Venus: classe 1991, la ragazza nata a Sydney ha dovuto convincere molti scettici, perfino tra i vertici del tennis britannico, prima di avere qualche aiuto; aveva già 23 anni quando è entrata nelle Top 100; ha combattuto contro i pregiudizi di quanti la consideravano un'apolide, quasi una straniera. Oggi, in rimonta sull'aspirante numero 1 WTA Simona Halep (6-7 7-6 6-4) , Konta dà un'altra dimostrazione delle proprie caratteristiche più significative: la grinta, la perseveranza, il coraggio. Ripescando quando ho scritto poco sopra, sono convinto che con lei in semifinale salgano i tassi di esperienza e intelligenza e siano al massimo quelli di entusiasmo e freschezza. Per giovedì Venus dovrà impostare una strategia diversa, contro di lei. Una telefonata a Serena potrebbe esserle utile.

A Londra come a Roma ci sono dirigenti convinti che "il tennis femminile non fa audience tv e nemmeno vendere biglietti". Tra loro, azzardo, anche qualcuno che conta all'All England Lawn Tennis and Croquet Club: solo così si spiega la decisione di permettere agli uomini di sottrarre la scena alle donne nel giorno - il martedì della seconda settimana - che lo Slam sull'erba riserva per tradizione ai loro quarti di finale. Gli incolpevoli intrusi sono Novak Djokovic e Adrian Mannarino, che a mezzogiorno s'installano nella Centre Court in versione indoor e ci restano fino a quasi le due e mezza, mentre nel resto dell'impianto la pioggia tiene sgombri campi e tribune. Il loro match degli ottavi era in programma ieri in chiusura di serata, ma la durata smisurata del confronto tra Rafael Nadal e Gilles Müller aveva suggerito ai felicissimi organizzatori degli Championships a spostarlo a oggi.

La partita (6-2 7-6 6-4 per il serbo) ha divertito il pubblico perché Mannarino è un giocatore che predilige la qualità. Molto leggero (70 chili) e non altissimo (181 centimetri), il ventinovenne di Soisy-sous-Montmorency ha avuto anni fa come allenatore - e si vede - l'ultimo fuoriclasse del tocco leggero, Fabrice Santoro, anch'egli d'origine italiana. Il tennis francese deve molto i nostri immigrati di quando esportavamo braccia da lavoro: i Mannarino hanno radici calabresi, così come i Santoro sono campani o pugliesi, i Bartoli (antenati di Marion) toscani finiti in Corsica. Contro l'ex numero 1 ATP, Adrian ha sfoggiato la specialità di casa: l'elaborata preparazione sia di dritto sia di rovescio che prelude l'accelerazione angolata o la palla corta. Seppure con minore propensione all'attacco rispetto Müller, che ieri ha stroncato Nadal con le discese a rete, il francese ama variare il gioco e spezzare il ritmo dell'avversario. Funziona quando Djokovic ha una pausa tra il primo e il secondo set ma non basta a invertire il momentum: alla fine Nole torna a imporre la propria superiorità fisica e tecnica. Eppure l'ex numero 1 continua a non convincere: la cura della doppia A (Agassi + Ancic) deve ancora fare effetto.