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Federer santo subito

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Prima di ogni match un buon coach pone, instancabile, le stesse domande a sé e al proprio assistito: qual è il fondamentale meno sicuro dell'avversario? Ha un rovescio solo difensivo? Fatica a tenere in campo i passanti angolati che gli arrivano sul dritto? Oppure patisce le palle corte? Dalle risposte può dipendere l'andamento della partita. Ma non è sempre e solo questione di colpi sicuri o incerti - servizio, smash, dropshot, volée eccetera - nonostante Luca Bottazzi e Carlo Rossi scrivano in "Il codice del tennis. William Tatem Tilden: arte e scienza del gioco" (GueriniNext editore, 20 euro, 2015) che "è l'anello più debole di una catena a determinare la sua resistenza. Così, nel tennis moderno, è il colpo più debole di un giocatore a determinare la sua forza. I tempi dei giocatori di un solo colpo sono tramontati per sempre". Sono infatti parecchi i fattori che possono cambiare i…
Prima di ogni match un buon coach pone, instancabile, le stesse domande a sé e al proprio assistito: qual è il fondamentale meno sicuro dell'avversario? Ha un rovescio solo difensivo? Fatica a tenere in campo i passanti angolati che gli arrivano sul dritto? Oppure patisce le palle corte? Dalle risposte può dipendere l'andamento della partita. Ma non è sempre e solo questione di colpi sicuri o incerti - servizio, smash, dropshot, volée eccetera - nonostante Luca Bottazzi e Carlo Rossi scrivano in "Il codice del tennis. William Tatem Tilden: arte e scienza del gioco" (GueriniNext editore, 20 euro, 2015) che "è l'anello più debole di una catena a determinare la sua resistenza. Così, nel tennis moderno, è il colpo più debole di un giocatore a determinare la sua forza. I tempi dei giocatori di un solo colpo sono tramontati per sempre". Sono infatti parecchi i fattori che possono cambiare il corso di un confronto, e non tutti risultano individuabili in anticipo. L'imprevisto fa la differenza, com'è accaduto oggi in negativo ai due ultimi capifila della classifica mondiale. Prima, un deficit di mobilità ha ribaltato l'esito del match che sembrava nelle mani di Andy Murray, opposto a Sam Querrey nel quarto di finale più atteso dal pubblico di Wimbledon. Poi è toccato a Novak Djokovic, che s'è ritirato sul 6-7 0-2 a favore di Tomas Berdych dopo un'ora di sofferenza per l'infortunio all'avambraccio destro che s'era evidenziato ieri contro Adrian Mannarino.  
 
Mi sono reso conto nella zoppia del numero 1 ATP osservandolo deambulare faticosamente da fondo campo alla sua sedia al termine del vittorioso terzo set, dopo il tie break. Vedendolo, m'è venuto spontaneo immaginare che tra trent'anni, sessantenne, camminerà così, con la spalla destra più bassa della sinistra, lento e pesante. Sarà, allora, un perfetto baronetto dell'ex impero britannico come ce lo figuriamo noi del continente, un po' invidiosi. Adesso, però, Andy mastica amaro. Uscire così di scena nella Centre Court, dove ha vinto i Championships del 2013 e dell'anno scorso e le Olimpiadi del 2012, costituisce di sicuro lo smacco peggiore della sua stagione. Tutta colpa del riacutizzarsi dell'antico dolore all'anca: "Ho problemi al bacino da quand'ero piccolo", aveva dichiarato alla vigilia dello Slam sull'erba. "Di recente l'anca era indolenzita e mi rendeva difficile i movimenti in campo". Sembrava un problema risolto e invece oggi s'è riproposto dopo che il campione uscente aveva  controllato il primo set in scioltezza (3-6), lasciato per merito di Querrey il secondo (6-4) e incamerato con crescenti difficolta il terzo (6-7). Negli ultimi due set, con Murray quasi immobile,  ha maramaldeggiato (6-1 6-1) il trentenne californaino di San Francisco, ATP 28, che l'anno scorso aveva eliminato a Wimbledon Novak Djokovic, allora numero 1 ATP e vincitore dell'edizione 2015.
 
Del quarto di finale tra il serbo e il ceco sul campo numero 1 c'è poco da scrivere. Semplicemente, Nole ha verificato per quattordici game la possibilità di essere competitivo nelle condizioni date, oggettivamente molto condizionanti, poi ha gettato la spugna. Per un guerriero come lui, ritirarsi vale come una doppia sconfitta.
 
Ammirando Roger Federer umiliare per un'ora Milos Raonic, dal quale era stato sconfitto proprio qui un anno fa, tutti i fortunati possessori di un biglietto della Centre Court hanno pensato all'unisono: è di nuovo il suo anno, finalmente. Un pensiero collettivo che ho sentito più forte dell'urlo dei duecentomila di Modena quando Vasco ha attaccato "Albachiara", dieci giorni fa. Lo svizzero ha già alzato al cielo la coppa di Wimbledon sette volte, l'ultima nel 2012. Se gli riuscisse di ripetersi domenica, alla sua centoduesima partita sull'erba londinese, stabilirebbe un pacchetto di record che nessuno dei viventi nell'anno del Signore 2017 vedrà conseguire da altri in futuro. A impedirgli l'impresa potrebbero essere Tomas Berdych, suo avversario venerdì in semifinale, oppure, in finale, uno tra Sam Querrey e Marin Cilic, che ha eliminato Gilles Müller, il killer di Rafael Nadal. Oggettivamente, eventi entrambi improbabili. Oggi il canadese nato a Podgorica, 27 anni a dicembre, testa di serie numero 6, ha cominciato a giocare soltanto nel terzo set, dopo aver perso malamente il primo per 6-4 in 31 minuti e il secondo per 6-2 in 28. È riuscito a costringere Federer al tie break e perfino a far credere - avanti per 3-0 grazie a due minibreak - d'essere  grado di prendersi il set. Ma lo svizzero ha recuperato e chiuso con una determinazione che ha messo in piedi tutto il pubblico, in estasi. Da adesso l'edizione 2017 dello Slam londinese è affidato alle braccia, alle gambe e al cervello di Roger. Ovunque nel mondo lo vogliono santo. In vita.