La serenità di Venus
Nello sport più transnazionale - come testimoniato nei quattro tornei junior di Wimbledon dai giovani tennisti svedesi e norvegesi di colore, dagli americani di origine cinese e coreana, dai canadesi figli d'immigrati dai Balcani - Garbine Muguruza Blanco è il risultato di un mix significativo: nata a Caracas da padre basco e madre locale, ha scelto da adulta la nazionalità spagnola anziché quella venezuelana e s'è infine trasferita a Ginevra, forse perché lì le banche sono tante e riservate. Anche Johanna Konta non scherza in quanto a propensione, forse genetica, all'adattamento: nata in Australia da genitori ungheresi, deve il proprio salto di qualità al lungo soggiorno nell'accademia Sanchez-Casal a Barcellona; poi ha deciso tra qualche titubanza che "casa", per lei, è Eastbourne sulla Manica e che la sua bandiera è la Union Jack.
Il duello a distanza tra le due globetrotter…
Il duello a distanza tra le due globetrotter…
Nello sport più transnazionale - come testimoniato nei quattro tornei junior di Wimbledon dai giovani tennisti svedesi e norvegesi di colore, dagli americani di origine cinese e coreana, dai canadesi figli d'immigrati dai Balcani - Garbine Muguruza Blanco è il risultato di un mix significativo: nata a Caracas da padre basco e madre locale, ha scelto da adulta la nazionalità spagnola anziché quella venezuelana e s'è infine trasferita a Ginevra, forse perché lì le banche sono tante e riservate. Anche Johanna Konta non scherza in quanto a propensione, forse genetica, all'adattamento: nata in Australia da genitori ungheresi, deve il proprio salto di qualità al lungo soggiorno nell'accademia Sanchez-Casal a Barcellona; poi ha deciso tra qualche titubanza che "casa", per lei, è Eastbourne sulla Manica e che la sua bandiera è la Union Jack.
Il duello a distanza tra le due globetrotter forse più mature e complete del circuito - e dunque potenzialmente più competitive nei prossimi anni - è stato vinto oggi da Garbine, 24 anni a ottobre, numero 15 WTA, che nella sua semifinale ha dominato (6-1 6-1 in un'ora e 4 minuti) la slovacca Magdalena Rybarikova, 28 anni, WTA 87 ma da lunedì 33. Nell'altro match, infatti, Johanna, 26 anni, WTA 7, ha ceduto nettamente (6-4 6-2 in un'ora e 13 minuti) alla grande sorpresa di questi Championships: Venus Williams, una ragazzina del 1980 con un fenomenale passato e un formidabile presente che potrebbe portarle il sesto titolo a Wimbledon e l'ottavo in uno Slam e il rientro tra le Top Five WTA. Per lei tiferanno, sabato, i quindicimila della Centre Court. I pochi spagnoli si faranno comunque sentire almeno quanto due anni fa, quando Muguruza cedette in finale all'altra Williams. Undici mesi dopo arrivò la sua clamorosa vittoria al Roland Garros, che segnò anche l'inizio di una crisi che solo a Wimbledon s'è esaurita.
Oggi Venus ha disputato un match attento e fortunato, durante il quale l'esperienza e l'abitudine ai grandi eventi hanno giocato un ruolo decisivo. Attenta a limitare gli errori, ha servito bene e preparato con intelligenza i frequenti vincenti. Soprattutto, è stata implacabile sotto rete ed efficace nella risposta ai servizi dell'avversaria. Di fatto, una prestazione impeccabile, quella dell'americana, che diventa memorabile se si tiene conto dell'età da record e della sindrome di Sjogren di cui soffre da anni. Le sue parole al termine della partita sono state postate su Facebook e ritwitatte centinaia di migliaia di volte: "Raggiungere la finale qui dopo sette anni è un dono, un dono che ho fatto a me stessa. Mi manca molto Serena, vorrei che fosse qui, ma è come se l’avessi vista seduta lassù per tutto il match”.
Konta ha invece sentito la responsabilità che i media le hanno scaricato addosso dopo la qualificazione alla semifinale, rincarando la dose nelle ultime 24 ore a seguito dell'eliminazione di Andy Murray: i giornali, i siti e le televisioni le hanno ripetuto fino al momento d'entrare in campo che da quasi quarant'anni manca una britannica in una finale nei Championships. Il mio amico Ted, che è proprio di Eastbourne e mi ha chiamato a match appena concluso, è convinto che "Johanna si consolerà con l'altra impresa che le era stata chiesta, cioè essere la quarta britannica a raggiungere le Top Five dopo Virginia Wade, Sue Barker e Jo Durie". Non sono dello stesso parere: stanotte avrà un sonno agitato. Ma riproverà già l'anno prossimo a far sognare i londinesi e gli altri sudditi di Sua Maestà.
Il duello a distanza tra le due globetrotter forse più mature e complete del circuito - e dunque potenzialmente più competitive nei prossimi anni - è stato vinto oggi da Garbine, 24 anni a ottobre, numero 15 WTA, che nella sua semifinale ha dominato (6-1 6-1 in un'ora e 4 minuti) la slovacca Magdalena Rybarikova, 28 anni, WTA 87 ma da lunedì 33. Nell'altro match, infatti, Johanna, 26 anni, WTA 7, ha ceduto nettamente (6-4 6-2 in un'ora e 13 minuti) alla grande sorpresa di questi Championships: Venus Williams, una ragazzina del 1980 con un fenomenale passato e un formidabile presente che potrebbe portarle il sesto titolo a Wimbledon e l'ottavo in uno Slam e il rientro tra le Top Five WTA. Per lei tiferanno, sabato, i quindicimila della Centre Court. I pochi spagnoli si faranno comunque sentire almeno quanto due anni fa, quando Muguruza cedette in finale all'altra Williams. Undici mesi dopo arrivò la sua clamorosa vittoria al Roland Garros, che segnò anche l'inizio di una crisi che solo a Wimbledon s'è esaurita.
Oggi Venus ha disputato un match attento e fortunato, durante il quale l'esperienza e l'abitudine ai grandi eventi hanno giocato un ruolo decisivo. Attenta a limitare gli errori, ha servito bene e preparato con intelligenza i frequenti vincenti. Soprattutto, è stata implacabile sotto rete ed efficace nella risposta ai servizi dell'avversaria. Di fatto, una prestazione impeccabile, quella dell'americana, che diventa memorabile se si tiene conto dell'età da record e della sindrome di Sjogren di cui soffre da anni. Le sue parole al termine della partita sono state postate su Facebook e ritwitatte centinaia di migliaia di volte: "Raggiungere la finale qui dopo sette anni è un dono, un dono che ho fatto a me stessa. Mi manca molto Serena, vorrei che fosse qui, ma è come se l’avessi vista seduta lassù per tutto il match”.
Konta ha invece sentito la responsabilità che i media le hanno scaricato addosso dopo la qualificazione alla semifinale, rincarando la dose nelle ultime 24 ore a seguito dell'eliminazione di Andy Murray: i giornali, i siti e le televisioni le hanno ripetuto fino al momento d'entrare in campo che da quasi quarant'anni manca una britannica in una finale nei Championships. Il mio amico Ted, che è proprio di Eastbourne e mi ha chiamato a match appena concluso, è convinto che "Johanna si consolerà con l'altra impresa che le era stata chiesta, cioè essere la quarta britannica a raggiungere le Top Five dopo Virginia Wade, Sue Barker e Jo Durie". Non sono dello stesso parere: stanotte avrà un sonno agitato. Ma riproverà già l'anno prossimo a far sognare i londinesi e gli altri sudditi di Sua Maestà.