Se tre è il numero perfetto, in continuità con quanto accaduto nei turni precedenti (esclusa la vittoria all'esordio per ritiro di Dolgopolov al secondo set) tre dovrebbero essere i set che separano Roger Federer dal suo ottavo titolo di Wimbledon, che corrisponderebbe al diciannovesimo Slam in carriera, a quello conquistato ai Championships da giocatore più anziano dell'era Open e via recordizzando. Intanto registriamo il suo ingresso in finale dopo - appunto - tre set. Ma non è stato un match a senso unico come parecchi incautamente avevano previsto alla vigilia. Tomas Berdych, che pure anch'io consideravo ormai un ex protagonista di Slam e Masters, ha costituito un ostacolo all'altezza della posta in palio. Il ceco ha costretto lo svizzero al tie break sia nel primo sia nel secondo set, e nel terzo è stato costantemente avanti fino al 3 pari.
Alla fine è accaduto quanto ha scritto, preveggente, domenica scorsa Alessandro Baricco su Robinson di Repubblica nella premessa a una sua condivisibile constatazione: "La fondamentale differenza tra Roger Federer e gli altri giocatori di tennis del pianeta non è quella che risulta più evidente, cioè il fatto che, alla lunga, lui vinca. Quello è un corollario, talvolta una coincidenza, spesso una conseguenza logica. La vera differenza tra lui e gli altri, come tutti sanno, è che gli altri giocano a tennis, lui invece fa una cosa che ha più a che vedere col respirare, o col volo degli uccelli migratori, o col rinforzare del vento la mattina". Per quanto mi riguarda, mi limito a prendere atto che Roger ha vinto oggi pur non esprimendo il meglio del suo tennis attuale. Per il respiro, il volo dei migratori e il vento mattutino spero nella finale di domenica.
Comunque sia, a metà del terzo set l'atleta più popolare di questo inizio di millennio è riuscito a strappare un solo, piccolo break che l'ha portato, dopo il suo turno di servizio, sul 5-3. L'ultimo game, quello del 6-4, è stato un capolavoro: 15-0 grazie a un passante lungolinea, 30-0 su errore sottorete di Berdych, 40-0 con un diritto incrociato, 40-15 per colpa di un rovescio fuori misura, infine un nuovo errore del ceco alla risposta. Game over.
Roger dovrà stare molto attento a Marin Cilic, iI croato che ogni tre o quattro anni sa come infilare un ciclo miracoloso (che abbia un rapporto speciale con la Madonna, nato com'è a Medjugorje 29 anni fa?) trasformandosi in uno dei giocatori più quotati del circuito. Tra il 2010 e il 2011 approda in semifinale a Melbourne e poi vince i tornei di Chennai, Zagabria e San Pietroburgo. Nel 2014 è di nuovo suo il trofeo a Zagabria, poi arrivano il clamoroso successo agli UsOpen e la Kremlin Cup. In questa stagione ha già all'attivo il quarto di finale al Roland Garros e gli Open di Istanbul, più una serie di ottimi piazzamenti. Stabilmente da quasi un anno tra i Top 10 (nel ranking aggiornato a stasera è numero 6, suo migliore posizionamento in carriera), Marin propone un tennis essenziale ma efficace, sostenuto da un servizio non più saltuario che porta decine di punti con gli ace (oggi 25) e ancora di più grazie all'accorta preparazione del vincente sulla risposta. Sulla Centre Court oggi Cilic ha avuto il merito di non perdere la concentrazione dopo il set lasciato al tie break all'americano Sam Querrey. Aggressivo (70 vincenti contro 46), dopo la prima frazione negativa ha costantemente dato la sensazione di avere il mano la partita. Nei tre parziali successivi ha infatti con cinismo sfruttato ogni occasione per assicurarsi il minimo vantaggio utile, poi difeso con abilità e intelligenza. Sono state due ore e 56 minuti di tennis non entusiasmante ma gradito a chi vuole imparare a gestire un match.
Il coach di Cilic dall'agosto scorso è Jonas Björkman, lo svedese anomalo che negli anni Novanta preferiva avanzare e attaccare anziché restare a remare a fondo campo. Conosce bene Federer, di cui fu compagno di doppio nel 2001 nel primo torneo ATP - singolari compresi - vinto dal futuro mattatore a Rotterdam nel gennaio 2001. Ma Ivan Ljubicic, il coach dell'ex numero 1, sa altrettanto bene chi è Cilic: è croato, insieme hanno passato ore e ore di tennis e chiacchiere . Sarà dunque anche una sfida tra allenatori, a loro volta campioni.
Alla fine è accaduto quanto ha scritto, preveggente, domenica scorsa Alessandro Baricco su Robinson di Repubblica nella premessa a una sua condivisibile constatazione: "La fondamentale differenza tra Roger Federer e gli altri giocatori di tennis del pianeta non è quella che risulta più evidente, cioè il fatto che, alla lunga, lui vinca. Quello è un corollario, talvolta una coincidenza, spesso una conseguenza logica. La vera differenza tra lui e gli altri, come tutti sanno, è che gli altri giocano a tennis, lui invece fa una cosa che ha più a che vedere col respirare, o col volo degli uccelli migratori, o col rinforzare del vento la mattina". Per quanto mi riguarda, mi limito a prendere atto che Roger ha vinto oggi pur non esprimendo il meglio del suo tennis attuale. Per il respiro, il volo dei migratori e il vento mattutino spero nella finale di domenica.
Comunque sia, a metà del terzo set l'atleta più popolare di questo inizio di millennio è riuscito a strappare un solo, piccolo break che l'ha portato, dopo il suo turno di servizio, sul 5-3. L'ultimo game, quello del 6-4, è stato un capolavoro: 15-0 grazie a un passante lungolinea, 30-0 su errore sottorete di Berdych, 40-0 con un diritto incrociato, 40-15 per colpa di un rovescio fuori misura, infine un nuovo errore del ceco alla risposta. Game over.
Roger dovrà stare molto attento a Marin Cilic, iI croato che ogni tre o quattro anni sa come infilare un ciclo miracoloso (che abbia un rapporto speciale con la Madonna, nato com'è a Medjugorje 29 anni fa?) trasformandosi in uno dei giocatori più quotati del circuito. Tra il 2010 e il 2011 approda in semifinale a Melbourne e poi vince i tornei di Chennai, Zagabria e San Pietroburgo. Nel 2014 è di nuovo suo il trofeo a Zagabria, poi arrivano il clamoroso successo agli UsOpen e la Kremlin Cup. In questa stagione ha già all'attivo il quarto di finale al Roland Garros e gli Open di Istanbul, più una serie di ottimi piazzamenti. Stabilmente da quasi un anno tra i Top 10 (nel ranking aggiornato a stasera è numero 6, suo migliore posizionamento in carriera), Marin propone un tennis essenziale ma efficace, sostenuto da un servizio non più saltuario che porta decine di punti con gli ace (oggi 25) e ancora di più grazie all'accorta preparazione del vincente sulla risposta. Sulla Centre Court oggi Cilic ha avuto il merito di non perdere la concentrazione dopo il set lasciato al tie break all'americano Sam Querrey. Aggressivo (70 vincenti contro 46), dopo la prima frazione negativa ha costantemente dato la sensazione di avere il mano la partita. Nei tre parziali successivi ha infatti con cinismo sfruttato ogni occasione per assicurarsi il minimo vantaggio utile, poi difeso con abilità e intelligenza. Sono state due ore e 56 minuti di tennis non entusiasmante ma gradito a chi vuole imparare a gestire un match.
Il coach di Cilic dall'agosto scorso è Jonas Björkman, lo svedese anomalo che negli anni Novanta preferiva avanzare e attaccare anziché restare a remare a fondo campo. Conosce bene Federer, di cui fu compagno di doppio nel 2001 nel primo torneo ATP - singolari compresi - vinto dal futuro mattatore a Rotterdam nel gennaio 2001. Ma Ivan Ljubicic, il coach dell'ex numero 1, sa altrettanto bene chi è Cilic: è croato, insieme hanno passato ore e ore di tennis e chiacchiere . Sarà dunque anche una sfida tra allenatori, a loro volta campioni.