Non è mica questione di Federer
Eccoli qui, quelli che arrancano di malavoglia fino alla Fiera di Rho perché comandati dal caporedattore e quelli che il biglietto se lo fanno spedire a casa da uno sponsor: si lamentano perché hanno dovuto prendere a Porta Garibaldi il locale della Trenord e camminare dieci minuti per raggiungere il Padiglione 1, poi stanno due ore a bocca aperta per lo straordinario spettacolo di sport, son et lumière e se ne vanno dicendo: beh, Federer è un’altra cosa.
Sì, Federer è un’altra cosa. Anche Gianluigi Quinzi ne è consapevole. Anzi, il marchigiano di casuali natali cittadellesi (Padova) è stato talmente provato e forgiato da quanto gli è accaduto dopo il trionfale Wimbledon 2013 da scendere in campo con il massimo rispetto degli avversari più o meno coetanei, quasi fossero tutti potenziali successori di Roger the King. “Sono approdato alle Next Gen Finals sapendo che quanti erano alla…
Sì, Federer è un’altra cosa. Anche Gianluigi Quinzi ne è consapevole. Anzi, il marchigiano di casuali natali cittadellesi (Padova) è stato talmente provato e forgiato da quanto gli è accaduto dopo il trionfale Wimbledon 2013 da scendere in campo con il massimo rispetto degli avversari più o meno coetanei, quasi fossero tutti potenziali successori di Roger the King. “Sono approdato alle Next Gen Finals sapendo che quanti erano alla…
Eccoli qui, quelli che arrancano di malavoglia fino alla Fiera di Rho perché comandati dal caporedattore e quelli che il biglietto se lo fanno spedire a casa da uno sponsor: si lamentano perché hanno dovuto prendere a Porta Garibaldi il locale della Trenord e camminare dieci minuti per raggiungere il Padiglione 1, poi stanno due ore a bocca aperta per lo straordinario spettacolo di sport, son et lumière e se ne vanno dicendo: beh, Federer è un’altra cosa.
Sì, Federer è un’altra cosa. Anche Gianluigi Quinzi ne è consapevole. Anzi, il marchigiano di casuali natali cittadellesi (Padova) è stato talmente provato e forgiato da quanto gli è accaduto dopo il trionfale Wimbledon 2013 da scendere in campo con il massimo rispetto degli avversari più o meno coetanei, quasi fossero tutti potenziali successori di Roger the King. “Sono approdato alle Next Gen Finals sapendo che quanti erano alla mia portata anni fa sono cresciuti fino a piazzarsi stabilmente tra i Top 100. Io invece sono sopra quota 300. Non per questo mi do per battuto in anticipo”. Il match con il fenomeno Denis Shapovalov, 18 anni compiuti in maggio, ATP 51, mancino come lui e dotato di un notevole rovescio a una mano, sembra avere poco da raccontare. Per tre quarti d’ora il canadese non cede il controllo del gioco grazie a un servizio efficace più per effetto e angolazione che per forza (comunque notevole: supera talvolta i 205 orari). Tatticamente programmato a insistere sul dritto dell’avversario, prende il largo nel primo set e si ripete nel secondo (4-1 4-1). Nel terzo Già, come lo chiama il coach Fabio Gorietti, prova a entrare in partita. Shapo è il giocatore delle Finals che ha il repertorio di soluzioni più vario - il serve and volley, la risposta lungolinea al servizio, lo sventaglio di dritto - che usa sapientemente. Eppure l’italiano, alla quinta partita in sei giorni, sale di tono e riesce a conquistare il suo primo break sul 2 pari. Non gli basta, è costretto al tie break, che risolve con un colpo ad effetto su servizio di Shapo.
Il quarto set è veloce ed equilibrato. La formula Shorter Set non invoglia a correre rischi, in questi casi. È di nuovo tie break, che Shapovalov si prende in rimonta. Non è Nadal, il canadese, né Quinzi è Djokovic, ma il tennis visto stasera vale il biglietto della Fiera. Ok, Federer è un’altra cosa. Com’è allora che Hyeon Chung, 21 anni, numero 54 del ranking ATP, che prende a pallate (4-0 4-1 4-3 in un’ora e otto minuti) il numero 37 Andrey Rublev, prima testa di serie delle Finals, sembra il trailer in esclusiva del film del grande tennis prossimo venturo? Ritroveremo il coreano l’anno prossimo tra i Top 20 e più su. Alto 187 centimetri come il russo, pesa 19 chili di più: 87 chili contro 68. La differenza ponderale si trasforma in potenza che va a pareggiare la velocità di esecuzione dell’avversario, tra le più impressionanti del circuito. Inoltre, Chung dispone di una regolarità frutto di una preparazione metodica che solo un orientale - o uno svizzero - può accettare di buon grado.
Certo, Federer è un’altra cosa, come anch’io penso. Tuttavia il gigantesco Karen Khachanov, ATP 45, che non raggiunge i due metri per un paio di miseri centimetri e gioca di conseguenza (servizio sempre oltre i duecento orari, servizi e rovesci che lasciano il segno sul grigio del sintetico che Diego Nepi Molineris ha coccolato nemmeno fosse la sala da pranzo di casa sua) e in un’ora annichilisce (4-1 4-3 4-2) Jared Donaldson, ATP 55, 188 centimetri, prova vivente delle difficoltà del tennis maschile americano, ci fa intuire che la selezione darwiniana non fa sconti a nessuno. Ossia, che solo in casi eccezionali come per l’argentino Diego Schwartzman, 170 centimetri, sarà concesso l’ingresso tra i Top 30. Ma qui m’avventurerei sul terreno minato del politically incorrect che solo i miei 168 centimetri mi farebbero perdonare. Meglio lasciar stare.
Sì, Federer è un’altra cosa. Anche Gianluigi Quinzi ne è consapevole. Anzi, il marchigiano di casuali natali cittadellesi (Padova) è stato talmente provato e forgiato da quanto gli è accaduto dopo il trionfale Wimbledon 2013 da scendere in campo con il massimo rispetto degli avversari più o meno coetanei, quasi fossero tutti potenziali successori di Roger the King. “Sono approdato alle Next Gen Finals sapendo che quanti erano alla mia portata anni fa sono cresciuti fino a piazzarsi stabilmente tra i Top 100. Io invece sono sopra quota 300. Non per questo mi do per battuto in anticipo”. Il match con il fenomeno Denis Shapovalov, 18 anni compiuti in maggio, ATP 51, mancino come lui e dotato di un notevole rovescio a una mano, sembra avere poco da raccontare. Per tre quarti d’ora il canadese non cede il controllo del gioco grazie a un servizio efficace più per effetto e angolazione che per forza (comunque notevole: supera talvolta i 205 orari). Tatticamente programmato a insistere sul dritto dell’avversario, prende il largo nel primo set e si ripete nel secondo (4-1 4-1). Nel terzo Già, come lo chiama il coach Fabio Gorietti, prova a entrare in partita. Shapo è il giocatore delle Finals che ha il repertorio di soluzioni più vario - il serve and volley, la risposta lungolinea al servizio, lo sventaglio di dritto - che usa sapientemente. Eppure l’italiano, alla quinta partita in sei giorni, sale di tono e riesce a conquistare il suo primo break sul 2 pari. Non gli basta, è costretto al tie break, che risolve con un colpo ad effetto su servizio di Shapo.
Il quarto set è veloce ed equilibrato. La formula Shorter Set non invoglia a correre rischi, in questi casi. È di nuovo tie break, che Shapovalov si prende in rimonta. Non è Nadal, il canadese, né Quinzi è Djokovic, ma il tennis visto stasera vale il biglietto della Fiera. Ok, Federer è un’altra cosa. Com’è allora che Hyeon Chung, 21 anni, numero 54 del ranking ATP, che prende a pallate (4-0 4-1 4-3 in un’ora e otto minuti) il numero 37 Andrey Rublev, prima testa di serie delle Finals, sembra il trailer in esclusiva del film del grande tennis prossimo venturo? Ritroveremo il coreano l’anno prossimo tra i Top 20 e più su. Alto 187 centimetri come il russo, pesa 19 chili di più: 87 chili contro 68. La differenza ponderale si trasforma in potenza che va a pareggiare la velocità di esecuzione dell’avversario, tra le più impressionanti del circuito. Inoltre, Chung dispone di una regolarità frutto di una preparazione metodica che solo un orientale - o uno svizzero - può accettare di buon grado.
Certo, Federer è un’altra cosa, come anch’io penso. Tuttavia il gigantesco Karen Khachanov, ATP 45, che non raggiunge i due metri per un paio di miseri centimetri e gioca di conseguenza (servizio sempre oltre i duecento orari, servizi e rovesci che lasciano il segno sul grigio del sintetico che Diego Nepi Molineris ha coccolato nemmeno fosse la sala da pranzo di casa sua) e in un’ora annichilisce (4-1 4-3 4-2) Jared Donaldson, ATP 55, 188 centimetri, prova vivente delle difficoltà del tennis maschile americano, ci fa intuire che la selezione darwiniana non fa sconti a nessuno. Ossia, che solo in casi eccezionali come per l’argentino Diego Schwartzman, 170 centimetri, sarà concesso l’ingresso tra i Top 30. Ma qui m’avventurerei sul terreno minato del politically incorrect che solo i miei 168 centimetri mi farebbero perdonare. Meglio lasciar stare.