Ha ragione a disertare le Next Gen Finals chi pensa che l’essenza del tennis sia l’immutabilità di regole ideate centrotrent’anni fa e codificate quarant’anni dopo. Restino a casa quanti considerano imprescindibili, nella sceneggiatura di un match, le discussioni su “è dentro!” “no, è fuori!” e le contestazioni ai giudici di linea e sedia. Si prendano una salutare pausa dal tennis quelli convinti che i tempi morti tra uno scambio e l’altro abbiano giustificazioni tecniche e tattiche. Gli altri si divertano. Come faccio io.
La partita d’esordio del torneo milanese tra gli otto migliori nati dal 1996 in poi spazza subito via alcuni dei dubbi dei puristi, contrari per principio alle novità sperimentate qui dall’ATP, la potente Association of Tennis Professionals. Karen Khachanov, 21 anni e 9 mesi, e Daniil Medvedev, 21 anni e 7 mesi, si confrontano per un’ora e cinquanta minuti - più della durata media di una partita al meglio dei tre set di un Masters 1000 - in quattro set tirati e senza distrazioni, dove l’equilibrio si conferma nei frequenti 40 pari risolti dal punto secco e nei tie break nella seconda e nella terza frazione (alla fine Medvedev prevale per 2-4 4-3 4-3 4-2). A emergere nette sono la riduzione drastica di parecchi sovrappiù rispetto al gioco, l’eliminazione di alcuni condizionanti fattori esterni e l’assenza dei game senza storia durante i quali gli avversari si limitano a prendere le rispettive misure. Qualche esempio: la sostituzione degli umani con i robot per la valutazione delle palle dubbie (out or in?) sottrarrebbe a Fabio Fognini i preferiti capri espiatori; Ernests Gulbis non potrebbe più protestare se infastidito dal pubblico, autorizzato con le regole Next Gen a muoversi sugli spalti senza restrizioni; Andy Murray, esperto di time-out medici, si dovrebbe limitare a ciondolare il testone dopo l’unica pausa di tre minuti concessagli; uno lento a carburare come Tomas Berdych sarebbe costretto a cambiare la preparazione e l’approccio al match; a Novak Djokovic toccherebbe rinunciare all’estenuante rimbalzo delle palla (anni fa ne contai fino a 19).
Avendo un’età media inferiore ai vent’anni, il pubblico pomeridiano dell’arena rossa, grigia e azzurra ricavata nel padiglione 1, il più vasto della Fiera di Rho, esplode la prima volta quando vede avvicinarsi al campo il primo dei nuovi idoli biondi boccolosi del tennis mondiale, Denis Shapovalov, canadese nato il 18 aprile 1999 a Tel Aviv da genitori immigrati da Madre Russia, protagonista del circuito maggiore tra agosto e settembre quando a Montreal ha battuto Juan Martín del Potro e poi Rafael Nadal per raggiungere l’ingiocabile semifinale contro Sascha Zverev. Poche settimane dopo, nello Slam newyorkese, Denis ha superato le qualificazioni e poi ha eliminato Medvedev, Jo-Wilfried Tsonga e Kyle Edmund. L’ha fermato al quarto turno lo spagnolo Pablo Carreno Busta. Nonostante il tifo a favore, oggi il ragazzo cede in quattro set (4-1 3-4 3-4 1-4) all’imperscrutabile coreano Hyeon Chung, che con sicurezza sta scalando le classifiche mondiali. Quando i cronisti, mai particolarmente fantasiosi, gli chiedono se gli piaccia o meno la formula Next Gen, Shapovalov risponde con più sale in zucca: è presto per dirlo, ma per noi è lavoro, ci abituiamo presto.
Per il resto, è entusiasmo adolescenziale alle stelle per il match-esibizione tra altri due biondi da sitcom di Disney Channel, il ventenne tedesco numero 3 al mondo Zverev e il diciannovenne greco Stefanos Tsitsipas, numero 87 del ranking ATP, certo futuro protagonista della Race to Milan 2018. Archiviata l’agevole vittoria del croato Borna Coric sull’americano Jared Donaldson (4-3 4-1 4-3), è Gianluigi Quinzi, il qualificato italiano che è numero 306 ATP, a scaldare il cuore di quanti gremiscono il Padiglione 1. Il marchigiano affidato alle cure del coach Fabio Gorietti dimostra che le speranze di quando vinse il torneo junior di Wimbledon nel 2013 non erano affatto un’allucinazione collettiva. Opposto ad Andrey Rublev, testa di serie numero 1 del torneo, ATP 37, quarto di finale agli UsOpen 2017, ovviamente biondo seppure senza boccoli, si prende di forza il primo set, non riesce a contenere il russo nel secondo, lotta fino al tie break nel terzo. Prima del quarto set Gorietti gli dà alcuni consigli via radio (si può, adesso) che cambiano il segno del match. Grazie a un atteggiamento positivo e a una chiara visione di gioco, Gianluigi conquista a zero il quarto set e guadagna il tie break del quinto. Perde (1-4 4-0 4-3 04 4-3), ma da oggi è obbligatorio tornare a sperare che il marchigiano, a lungo allievo dei formatori di Bollettieri, la smetta di essere una speranza per diventare una realtà del tennis italiano.
La partita d’esordio del torneo milanese tra gli otto migliori nati dal 1996 in poi spazza subito via alcuni dei dubbi dei puristi, contrari per principio alle novità sperimentate qui dall’ATP, la potente Association of Tennis Professionals. Karen Khachanov, 21 anni e 9 mesi, e Daniil Medvedev, 21 anni e 7 mesi, si confrontano per un’ora e cinquanta minuti - più della durata media di una partita al meglio dei tre set di un Masters 1000 - in quattro set tirati e senza distrazioni, dove l’equilibrio si conferma nei frequenti 40 pari risolti dal punto secco e nei tie break nella seconda e nella terza frazione (alla fine Medvedev prevale per 2-4 4-3 4-3 4-2). A emergere nette sono la riduzione drastica di parecchi sovrappiù rispetto al gioco, l’eliminazione di alcuni condizionanti fattori esterni e l’assenza dei game senza storia durante i quali gli avversari si limitano a prendere le rispettive misure. Qualche esempio: la sostituzione degli umani con i robot per la valutazione delle palle dubbie (out or in?) sottrarrebbe a Fabio Fognini i preferiti capri espiatori; Ernests Gulbis non potrebbe più protestare se infastidito dal pubblico, autorizzato con le regole Next Gen a muoversi sugli spalti senza restrizioni; Andy Murray, esperto di time-out medici, si dovrebbe limitare a ciondolare il testone dopo l’unica pausa di tre minuti concessagli; uno lento a carburare come Tomas Berdych sarebbe costretto a cambiare la preparazione e l’approccio al match; a Novak Djokovic toccherebbe rinunciare all’estenuante rimbalzo delle palla (anni fa ne contai fino a 19).
Avendo un’età media inferiore ai vent’anni, il pubblico pomeridiano dell’arena rossa, grigia e azzurra ricavata nel padiglione 1, il più vasto della Fiera di Rho, esplode la prima volta quando vede avvicinarsi al campo il primo dei nuovi idoli biondi boccolosi del tennis mondiale, Denis Shapovalov, canadese nato il 18 aprile 1999 a Tel Aviv da genitori immigrati da Madre Russia, protagonista del circuito maggiore tra agosto e settembre quando a Montreal ha battuto Juan Martín del Potro e poi Rafael Nadal per raggiungere l’ingiocabile semifinale contro Sascha Zverev. Poche settimane dopo, nello Slam newyorkese, Denis ha superato le qualificazioni e poi ha eliminato Medvedev, Jo-Wilfried Tsonga e Kyle Edmund. L’ha fermato al quarto turno lo spagnolo Pablo Carreno Busta. Nonostante il tifo a favore, oggi il ragazzo cede in quattro set (4-1 3-4 3-4 1-4) all’imperscrutabile coreano Hyeon Chung, che con sicurezza sta scalando le classifiche mondiali. Quando i cronisti, mai particolarmente fantasiosi, gli chiedono se gli piaccia o meno la formula Next Gen, Shapovalov risponde con più sale in zucca: è presto per dirlo, ma per noi è lavoro, ci abituiamo presto.
Per il resto, è entusiasmo adolescenziale alle stelle per il match-esibizione tra altri due biondi da sitcom di Disney Channel, il ventenne tedesco numero 3 al mondo Zverev e il diciannovenne greco Stefanos Tsitsipas, numero 87 del ranking ATP, certo futuro protagonista della Race to Milan 2018. Archiviata l’agevole vittoria del croato Borna Coric sull’americano Jared Donaldson (4-3 4-1 4-3), è Gianluigi Quinzi, il qualificato italiano che è numero 306 ATP, a scaldare il cuore di quanti gremiscono il Padiglione 1. Il marchigiano affidato alle cure del coach Fabio Gorietti dimostra che le speranze di quando vinse il torneo junior di Wimbledon nel 2013 non erano affatto un’allucinazione collettiva. Opposto ad Andrey Rublev, testa di serie numero 1 del torneo, ATP 37, quarto di finale agli UsOpen 2017, ovviamente biondo seppure senza boccoli, si prende di forza il primo set, non riesce a contenere il russo nel secondo, lotta fino al tie break nel terzo. Prima del quarto set Gorietti gli dà alcuni consigli via radio (si può, adesso) che cambiano il segno del match. Grazie a un atteggiamento positivo e a una chiara visione di gioco, Gianluigi conquista a zero il quarto set e guadagna il tie break del quinto. Perde (1-4 4-0 4-3 04 4-3), ma da oggi è obbligatorio tornare a sperare che il marchigiano, a lungo allievo dei formatori di Bollettieri, la smetta di essere una speranza per diventare una realtà del tennis italiano.