Quel cero in cattedrale
di CLAUDIO GIUA
Dicono che nella cattedrale di Saint Patrick, a destra dell'entrata, martedì sia comparso un gigantesco cero. L'avrebbe portato un fedele particolarmente devoto, un manager degli Australian Open terrorizzato all'idea che nemmeno Federer raggiungesse le semifinali. Non so se il miracolo sia da attribuire al santo degli irlandesi o direttamente a san Roger: l'importante è che lo Slam d'Australia non abbia perso il suo protagonista più amato.
I timori di un possibile disastro erano fondati. Tomas Berdych formato gennaio 2018 avrebbe potuto fermare il campione uscente. Avrei scommesso, qualche mese fa, che il ceco fosse ormai, a 32 anni, nella fase discendente di una carriera di molte soddisfazioni - soprattutto in Davis - ma pochi successi personali da incorniciare: un solo Masters 1000, una dozzina tra 250 e 500, nessuno Slam nonostante le molte semifinali e la finale lasciata a Rafael Nadal nel 2010 a Wimbledon dopo aver battuto Federer n…
I timori di un possibile disastro erano fondati. Tomas Berdych formato gennaio 2018 avrebbe potuto fermare il campione uscente. Avrei scommesso, qualche mese fa, che il ceco fosse ormai, a 32 anni, nella fase discendente di una carriera di molte soddisfazioni - soprattutto in Davis - ma pochi successi personali da incorniciare: un solo Masters 1000, una dozzina tra 250 e 500, nessuno Slam nonostante le molte semifinali e la finale lasciata a Rafael Nadal nel 2010 a Wimbledon dopo aver battuto Federer n…
Dicono che nella cattedrale di Saint Patrick, a destra dell'entrata, martedì sia comparso un gigantesco cero. L'avrebbe portato un fedele particolarmente devoto, un manager degli Australian Open terrorizzato all'idea che nemmeno Federer raggiungesse le semifinali. Non so se il miracolo sia da attribuire al santo degli irlandesi o direttamente a san Roger: l'importante è che lo Slam d'Australia non abbia perso il suo protagonista più amato.
I timori di un possibile disastro erano fondati. Tomas Berdych formato gennaio 2018 avrebbe potuto fermare il campione uscente. Avrei scommesso, qualche mese fa, che il ceco fosse ormai, a 32 anni, nella fase discendente di una carriera di molte soddisfazioni - soprattutto in Davis - ma pochi successi personali da incorniciare: un solo Masters 1000, una dozzina tra 250 e 500, nessuno Slam nonostante le molte semifinali e la finale lasciata a Rafael Nadal nel 2010 a Wimbledon dopo aver battuto Federer nei quarti. Avesse a suo tempo sentito meno sudditanza nei confronti dei Fab Four e tirato fuori un po' di killer instinct, sarebbe stato un protagonista in grado di rivaleggiare almeno con Andy Murray. Nei confronti con Roger Federer, poi, Berdych aveva accumulato lo sconfortante bilancio di 19 sconfitte e 6 vittorie. L'ultima batosta, seppure di misura. l'anno scorso a Wimbledon in semifinale: 7-6 7-6 6-4 per lo svizzero. Eppure a Melbourne, a sorpresa, il ceco aveva mostrato d'essere tornato un potenziale Top Ten (lunedì prossimo sarà il numero 16 ATP). Quando poi, nel primo set del match serale con lo svizzero, s'è trovato avanti per 2-5, davvero un brivido è corso lungo la schiena dello sconosciuto cattolicissimo manager e anche lungo la mia: ci siamo entrambi immaginato le semifinali Edmund-Cilic e Berdych-Chung e la desolazione di quanti avevano comprato i biglietti sperando in Djokovic-Federer e Nadal-chiunquealtro. Il miracolo della Rod Laver Arena, dovuto peraltro alla succitata e insuperata sudditanza, ha visto il numero 2 ATP prevalere (sbrigata la formalità di un paio di set point annullati a Berdych nel primo set) in due ore e 14 minuti per 7-6 (in rimonta) 6-3 6-4. Dopo questo exploit, è lui il favorito per la vittoria finale.
A 21 anni e 8 mesi la vita di Hyeon Chung è alla svolta: mai prima di lui un coreano era approdato alla semifinale di uno Slam. Come ha fatto acutamente notare Dan Inhoff, commentatore del sito ufficiale degli Australian Open, d'ora in poi il ragazzone occhialuto e brufoloso, in novembre vincitore a sorpresa delle milanesi Next Gen Finals e due giorni fa killer di Novak Djokovic, potrà scordarsi di fare quattro passi in santa pace lungo l'indaffaratissima Myeongdong Street a Seul. È il nuovo eroe di 51 milioni di connazionali, con i relativi onori e oneri. Tuttavia il punteggio del primo quarto di finale di oggi (6-4 7-6 6-3) inganna: Tennys Sandgren, venticinquenne omofobo e suprematista - un trumpiano da cartolina - spuntato quasi dal nulla nel circuito ATP dopo aver fatto sfracelli tra Challenger e Futures, è stato a un passo dal chiudere a proprio favore il secondo set, quando il match avrebbe potuto ancora invertire rotta. In parte liberato, al pari di Chung, da responsabilità e pressioni, l'americano ha espresso un tennis grintoso e intelligente, quasi a smentire chi l'ha sinora giudicato un accidente sulla via degli Slam, nonostante i successi nei turni precedenti su Stan Wawrinka e Dominic Thiem. A tutti gli effetti, Sandgren va considerato una delle risorse del circuito per i prossimi anni. Soprannominato "The Professor", Hyeon ha mostrato le carte vincenti di cui dispone: la mobilità, la potenza che s'accompagna al tocco di qualità (ha impressionato lo scambio di 31 colpi quasi tutti di slide di rovescio nel terzo set), la solidità nervosa nei passaggi decisivi. Non sarà un avversario facile per Roger Federer.
Sicuro com'ero che sarebbero stati match rapidi, ho seguito anche i due quarti di finale del torneo femminile. Nei quattro turni precedenti la romena Simona Halep, testa di serie numero 1, e la tedesca Angelique Kerber, 21, m'erano apparse parecchio più determinate e in forma delle rispettive avversarie, peraltro temibilissime, Karolina Pliskova, testa di serie numero 6, e Madison Keys, 17. Non avevo messo tra le possibilità, tuttavia, che la ceca e l'americana sarebbero uscite umiliate dalla Rod Laver Arena, la prima dopo un'ora e 11 minuti (6-3 6-2), l'altra dopo addirittura 58 minuti (6-1 6-2). Simona ha cominciato malissimo, rischiando il knock down a causa dell'altissimo tasso di errori. Sotto 0-3, ha registrato il proprio gioco, ha smesso di sbagliare e s'è presa nove game consecutivi annichilendo psicologicamente Karolina, che già di suo tende a deprimersi. Partita finita. Ancora più impressionante Angelique, che due anni fa vinse qui il suo primo Slam battendo Serena Williams. La sua carta vincente è stata la precisione nel palleggio, grazie alla quale ha costretto Madison a inseguire la palla per tutto il campo fino all'inevitabile errore per sfinimento. La ex numero 1 WTA ha alla fina assommato lo stesso numero di vincenti, 13, ma ha fatto tesoro, game dopo game, dei 25 errori dell'avversaria. Le due semifinali di domani saranno tra le più equilibrate e incerte degli ultimi anni. Nella sfida conclusiva della parte alta del tabellone, punterei su Kerber, che giovedì scorso ha compiuto 30 anni, perché ha più continuità, a parità di condizione, della Halep, 26 anni. Nella parte bassa, la sorprendente belga Elise Mertens, 22 anni, potrebbe a propria volta puntare sulla fragilità psicologica della danese Caroline Wozniacki, che a 27 anni non ha vinto alcuno Slam sebbene abbia a lungo occupato la testa del ranking WTA
I timori di un possibile disastro erano fondati. Tomas Berdych formato gennaio 2018 avrebbe potuto fermare il campione uscente. Avrei scommesso, qualche mese fa, che il ceco fosse ormai, a 32 anni, nella fase discendente di una carriera di molte soddisfazioni - soprattutto in Davis - ma pochi successi personali da incorniciare: un solo Masters 1000, una dozzina tra 250 e 500, nessuno Slam nonostante le molte semifinali e la finale lasciata a Rafael Nadal nel 2010 a Wimbledon dopo aver battuto Federer nei quarti. Avesse a suo tempo sentito meno sudditanza nei confronti dei Fab Four e tirato fuori un po' di killer instinct, sarebbe stato un protagonista in grado di rivaleggiare almeno con Andy Murray. Nei confronti con Roger Federer, poi, Berdych aveva accumulato lo sconfortante bilancio di 19 sconfitte e 6 vittorie. L'ultima batosta, seppure di misura. l'anno scorso a Wimbledon in semifinale: 7-6 7-6 6-4 per lo svizzero. Eppure a Melbourne, a sorpresa, il ceco aveva mostrato d'essere tornato un potenziale Top Ten (lunedì prossimo sarà il numero 16 ATP). Quando poi, nel primo set del match serale con lo svizzero, s'è trovato avanti per 2-5, davvero un brivido è corso lungo la schiena dello sconosciuto cattolicissimo manager e anche lungo la mia: ci siamo entrambi immaginato le semifinali Edmund-Cilic e Berdych-Chung e la desolazione di quanti avevano comprato i biglietti sperando in Djokovic-Federer e Nadal-chiunquealtro. Il miracolo della Rod Laver Arena, dovuto peraltro alla succitata e insuperata sudditanza, ha visto il numero 2 ATP prevalere (sbrigata la formalità di un paio di set point annullati a Berdych nel primo set) in due ore e 14 minuti per 7-6 (in rimonta) 6-3 6-4. Dopo questo exploit, è lui il favorito per la vittoria finale.
A 21 anni e 8 mesi la vita di Hyeon Chung è alla svolta: mai prima di lui un coreano era approdato alla semifinale di uno Slam. Come ha fatto acutamente notare Dan Inhoff, commentatore del sito ufficiale degli Australian Open, d'ora in poi il ragazzone occhialuto e brufoloso, in novembre vincitore a sorpresa delle milanesi Next Gen Finals e due giorni fa killer di Novak Djokovic, potrà scordarsi di fare quattro passi in santa pace lungo l'indaffaratissima Myeongdong Street a Seul. È il nuovo eroe di 51 milioni di connazionali, con i relativi onori e oneri. Tuttavia il punteggio del primo quarto di finale di oggi (6-4 7-6 6-3) inganna: Tennys Sandgren, venticinquenne omofobo e suprematista - un trumpiano da cartolina - spuntato quasi dal nulla nel circuito ATP dopo aver fatto sfracelli tra Challenger e Futures, è stato a un passo dal chiudere a proprio favore il secondo set, quando il match avrebbe potuto ancora invertire rotta. In parte liberato, al pari di Chung, da responsabilità e pressioni, l'americano ha espresso un tennis grintoso e intelligente, quasi a smentire chi l'ha sinora giudicato un accidente sulla via degli Slam, nonostante i successi nei turni precedenti su Stan Wawrinka e Dominic Thiem. A tutti gli effetti, Sandgren va considerato una delle risorse del circuito per i prossimi anni. Soprannominato "The Professor", Hyeon ha mostrato le carte vincenti di cui dispone: la mobilità, la potenza che s'accompagna al tocco di qualità (ha impressionato lo scambio di 31 colpi quasi tutti di slide di rovescio nel terzo set), la solidità nervosa nei passaggi decisivi. Non sarà un avversario facile per Roger Federer.
Sicuro com'ero che sarebbero stati match rapidi, ho seguito anche i due quarti di finale del torneo femminile. Nei quattro turni precedenti la romena Simona Halep, testa di serie numero 1, e la tedesca Angelique Kerber, 21, m'erano apparse parecchio più determinate e in forma delle rispettive avversarie, peraltro temibilissime, Karolina Pliskova, testa di serie numero 6, e Madison Keys, 17. Non avevo messo tra le possibilità, tuttavia, che la ceca e l'americana sarebbero uscite umiliate dalla Rod Laver Arena, la prima dopo un'ora e 11 minuti (6-3 6-2), l'altra dopo addirittura 58 minuti (6-1 6-2). Simona ha cominciato malissimo, rischiando il knock down a causa dell'altissimo tasso di errori. Sotto 0-3, ha registrato il proprio gioco, ha smesso di sbagliare e s'è presa nove game consecutivi annichilendo psicologicamente Karolina, che già di suo tende a deprimersi. Partita finita. Ancora più impressionante Angelique, che due anni fa vinse qui il suo primo Slam battendo Serena Williams. La sua carta vincente è stata la precisione nel palleggio, grazie alla quale ha costretto Madison a inseguire la palla per tutto il campo fino all'inevitabile errore per sfinimento. La ex numero 1 WTA ha alla fina assommato lo stesso numero di vincenti, 13, ma ha fatto tesoro, game dopo game, dei 25 errori dell'avversaria. Le due semifinali di domani saranno tra le più equilibrate e incerte degli ultimi anni. Nella sfida conclusiva della parte alta del tabellone, punterei su Kerber, che giovedì scorso ha compiuto 30 anni, perché ha più continuità, a parità di condizione, della Halep, 26 anni. Nella parte bassa, la sorprendente belga Elise Mertens, 22 anni, potrebbe a propria volta puntare sulla fragilità psicologica della danese Caroline Wozniacki, che a 27 anni non ha vinto alcuno Slam sebbene abbia a lungo occupato la testa del ranking WTA