Ritratti di due campioni mancini da giovanissimi. A furia di successi nei Challenger e di piazzamenti nei tornei ATP, a 16 anni e 10 mesi Rafael Nadal era già un Top 100. A 17 anni e un mese, nel luglio 2003, raggiunse il terzo turno a Wimbledon.
Taciturno e sempre scuro in volto, urlava "Vamos!" a ogni quindici ottenuto. A lungo non disse altro, almeno con i giornalisti. L'introversione adolescenziale, l'approccio muscolare a ogni scambio e la capacità di sparare bordate da qualsiasi angolo del campo bastarono tuttavia a farlo notare dai teenager, che pure ancora non disponevano di Instagram né di Snapchat. Il resto lo fece poi il look messo a punto dalla Nike in esclusiva: pantaloni sotto il ginocchio, che in Italia chiamavamo "pinocchietti", e canottiere sgargianti. Nel gennaio 2004 approdò al terzo turno degli Australian Open, dove fu costretto alla resa da Lleyton Hewitt, all'epoca dominatore del ranking ATP insieme ad Andre Agassi.
Due mesi più tardi, al Masters Series di Miami, nei sedicesimi di finale si trovò di fronte per la prima volta Roger Federer, da poche settimane numero 1 al mondo e già in odore di santità tennistica. Lo batté in due set, 6-3 6-3, in un'ora e dieci minuti. A 18 anni e sei mesi contribuí, infierendo su Andy Roddick, alla storica seconda conquista della Coppa Davis da parte della Spagna ai danni degli Stati Uniti. Chiuse la stagione da numero 51 ATP. Nel giorno del diciannovesimo compleanno, nel 2005, eliminò Roger Federer al Roland Garros e due giorni dopo alzò per la prima volta la coppa in uno Slam, dopo aver annichilito in finale l'argentino Mariano Puerta in quattro set. L'avrebbe mostrata al pubblico di Parigi altre nove volte, l'ultima l'anno scorso.
Altrettanto forte a 16 anni (titolo di doppio agli Us Open 2015 junior in coppia con Felix Auger-Aliassime) e a 17 (trionfo a Wimbledon junior 2016 in singolare), Denis Shapovalov non somiglia affatto a Nadal. Chiacchiera e sorride anche quando perde, come oggi a Roma, ed è costretto ad ammettere: ho pagato lo scotto di essere un esordiente sulla terra rossa contro il re della terra rossa. Non è stata tuttavia, sul Centrale del Foro Italico, la prima assoluta di un duello - Rafa vs. Shapo - che vedremo spesso in futuro: si erano già affrontati l'estate scorsa al Masters 1000 canadese, quando lo spagnolo aveva ceduto il passo (3-6 6-4 7-6) tra lo stupore dei media globali.
Era stato proprio il torneo di Montreal a far scoprire al grande pubblico fattezze e qualità del ragazzo nato a Tel Aviv il 15 aprile 1999 da genitori ebrei russi poi trasferiti oltreatlantico. Su com'è esteticamente Denis (magrissimo, biondo, andatura un po' indolente) bisogna chiedere alle legioni di ragazzine che lo seguono sui social, mentre su come gioca a tennis la domanda va rivolta ai quanti l'hanno incrociato dal clamoroso exploit davanti al pubblico di casa in poi. Dotato di wild card, a Montreal aveva eliminato nell'ordine Dutra Silva, del Potro, Nadal e Mannarino prima di arrendersi in semifinale a Sascha Zverev in due set.
Altra serie positiva agli Us Open di settembre, con successi nelle qualificazioni su Kudla, Elias e Satral. La lista delle sue vittime nel main draw impressiona: Medvedev, Tsonga ed Edmund. Dall'epoca di Michael Chang nessuno così giovane aveva raggiunto il quarto turno a Flushing Meadows. A sbarrargli la strada verso le fase finale dello Slam era stato Pablo Carreno Busta. Quest'anno Denis s'è ripetuto ad alti livelli a partire da febbraio, con la semifinale a Delray Beach, il quarto turno a Miami e la semifinale la scorsa settimana a Madrid, dove ha lasciato il passo a Zverev in due set (6-4 6-1).
Insomma, un predestinato che ha largamente mantenuto le promesse e un altro che sembra intenzionato a mantenerle (da lunedì sarà probabilmente numero 25 ATP). Con calma. La netta vittoria di oggi sul Centrale degli Internazionali (6-4 6-1 in un'ora e 22 minuti) non solo permette a Rafa di pareggiare il conto con il ragazzino di Vaughan in Ontario: gli fa capire che non è ancora venuto il momento del cambio di guardia al vertice del Grande Tennis. A parte i primi game, equilibrati, lo spagnolo numero 1 o 2 del ranking mondiale - dipende dal suo successo o meno agli IBI: nel caso fallisse, Federer resterebbe avanti - ha prevalso in ogni fondamentale: alla prima e alla seconda di servizio, alla risposta, di rovescio e di dritto. Shapo ha mostrato sprazzi di classe, soprattutto sventagliando sulle righe e riuscendo talvolta a raggiungere la rete e chiudere. Ha anche evidenziato ingenuità in termini di difesa e di posizionamento in campo. Ma i tredici anni meno di Rafa e l'umiltà di imparare fanno la differenza.
Detto che l'avversario di domani di Nadal, Fabio Fognini, ha assolto al meglio il meglio il suo compito, che era approdare ai quarti di finale (6-4 6-4 ai danni del tedesco Peter Gojowczyk), devo un aggiornamento a quanti hanno letto ieri Monday's Net su Novak Djokovic e la sua voglia di tornare lassù dove sono Rafa e Roger. Il Centrale, gremitissimo, lo ha accompagnato con calore nel match contro il temibile catalano Albert Ramos-Vinolas, 30 anni, ATP 41. Il serbo ha giocato finalmente libero da paure e ossessioni. Ha ripreso a coprire tutto il campo con la certezza di ottenere il meglio dai suoi colpi. Potente e preciso, implacabile sotto rete, efficace come un tempo nella risposta al servizio, s'è preso una sola pausa lasciandosi raggiungere sul 5 pari nel secondo set quando serviva per il match. È finita in un'ora e 29 minuti sul 6-1 7-5: "La mia migliore partita degli ultimi mesi", ha detto al termine. Domani, contro Kei Nishikori, la posta si alza.
Twitter @claudiogiua
Taciturno e sempre scuro in volto, urlava "Vamos!" a ogni quindici ottenuto. A lungo non disse altro, almeno con i giornalisti. L'introversione adolescenziale, l'approccio muscolare a ogni scambio e la capacità di sparare bordate da qualsiasi angolo del campo bastarono tuttavia a farlo notare dai teenager, che pure ancora non disponevano di Instagram né di Snapchat. Il resto lo fece poi il look messo a punto dalla Nike in esclusiva: pantaloni sotto il ginocchio, che in Italia chiamavamo "pinocchietti", e canottiere sgargianti. Nel gennaio 2004 approdò al terzo turno degli Australian Open, dove fu costretto alla resa da Lleyton Hewitt, all'epoca dominatore del ranking ATP insieme ad Andre Agassi.
Due mesi più tardi, al Masters Series di Miami, nei sedicesimi di finale si trovò di fronte per la prima volta Roger Federer, da poche settimane numero 1 al mondo e già in odore di santità tennistica. Lo batté in due set, 6-3 6-3, in un'ora e dieci minuti. A 18 anni e sei mesi contribuí, infierendo su Andy Roddick, alla storica seconda conquista della Coppa Davis da parte della Spagna ai danni degli Stati Uniti. Chiuse la stagione da numero 51 ATP. Nel giorno del diciannovesimo compleanno, nel 2005, eliminò Roger Federer al Roland Garros e due giorni dopo alzò per la prima volta la coppa in uno Slam, dopo aver annichilito in finale l'argentino Mariano Puerta in quattro set. L'avrebbe mostrata al pubblico di Parigi altre nove volte, l'ultima l'anno scorso.
Altrettanto forte a 16 anni (titolo di doppio agli Us Open 2015 junior in coppia con Felix Auger-Aliassime) e a 17 (trionfo a Wimbledon junior 2016 in singolare), Denis Shapovalov non somiglia affatto a Nadal. Chiacchiera e sorride anche quando perde, come oggi a Roma, ed è costretto ad ammettere: ho pagato lo scotto di essere un esordiente sulla terra rossa contro il re della terra rossa. Non è stata tuttavia, sul Centrale del Foro Italico, la prima assoluta di un duello - Rafa vs. Shapo - che vedremo spesso in futuro: si erano già affrontati l'estate scorsa al Masters 1000 canadese, quando lo spagnolo aveva ceduto il passo (3-6 6-4 7-6) tra lo stupore dei media globali.
Era stato proprio il torneo di Montreal a far scoprire al grande pubblico fattezze e qualità del ragazzo nato a Tel Aviv il 15 aprile 1999 da genitori ebrei russi poi trasferiti oltreatlantico. Su com'è esteticamente Denis (magrissimo, biondo, andatura un po' indolente) bisogna chiedere alle legioni di ragazzine che lo seguono sui social, mentre su come gioca a tennis la domanda va rivolta ai quanti l'hanno incrociato dal clamoroso exploit davanti al pubblico di casa in poi. Dotato di wild card, a Montreal aveva eliminato nell'ordine Dutra Silva, del Potro, Nadal e Mannarino prima di arrendersi in semifinale a Sascha Zverev in due set.
Altra serie positiva agli Us Open di settembre, con successi nelle qualificazioni su Kudla, Elias e Satral. La lista delle sue vittime nel main draw impressiona: Medvedev, Tsonga ed Edmund. Dall'epoca di Michael Chang nessuno così giovane aveva raggiunto il quarto turno a Flushing Meadows. A sbarrargli la strada verso le fase finale dello Slam era stato Pablo Carreno Busta. Quest'anno Denis s'è ripetuto ad alti livelli a partire da febbraio, con la semifinale a Delray Beach, il quarto turno a Miami e la semifinale la scorsa settimana a Madrid, dove ha lasciato il passo a Zverev in due set (6-4 6-1).
Insomma, un predestinato che ha largamente mantenuto le promesse e un altro che sembra intenzionato a mantenerle (da lunedì sarà probabilmente numero 25 ATP). Con calma. La netta vittoria di oggi sul Centrale degli Internazionali (6-4 6-1 in un'ora e 22 minuti) non solo permette a Rafa di pareggiare il conto con il ragazzino di Vaughan in Ontario: gli fa capire che non è ancora venuto il momento del cambio di guardia al vertice del Grande Tennis. A parte i primi game, equilibrati, lo spagnolo numero 1 o 2 del ranking mondiale - dipende dal suo successo o meno agli IBI: nel caso fallisse, Federer resterebbe avanti - ha prevalso in ogni fondamentale: alla prima e alla seconda di servizio, alla risposta, di rovescio e di dritto. Shapo ha mostrato sprazzi di classe, soprattutto sventagliando sulle righe e riuscendo talvolta a raggiungere la rete e chiudere. Ha anche evidenziato ingenuità in termini di difesa e di posizionamento in campo. Ma i tredici anni meno di Rafa e l'umiltà di imparare fanno la differenza.
Detto che l'avversario di domani di Nadal, Fabio Fognini, ha assolto al meglio il meglio il suo compito, che era approdare ai quarti di finale (6-4 6-4 ai danni del tedesco Peter Gojowczyk), devo un aggiornamento a quanti hanno letto ieri Monday's Net su Novak Djokovic e la sua voglia di tornare lassù dove sono Rafa e Roger. Il Centrale, gremitissimo, lo ha accompagnato con calore nel match contro il temibile catalano Albert Ramos-Vinolas, 30 anni, ATP 41. Il serbo ha giocato finalmente libero da paure e ossessioni. Ha ripreso a coprire tutto il campo con la certezza di ottenere il meglio dai suoi colpi. Potente e preciso, implacabile sotto rete, efficace come un tempo nella risposta al servizio, s'è preso una sola pausa lasciandosi raggiungere sul 5 pari nel secondo set quando serviva per il match. È finita in un'ora e 29 minuti sul 6-1 7-5: "La mia migliore partita degli ultimi mesi", ha detto al termine. Domani, contro Kei Nishikori, la posta si alza.
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