Wondwosen Ymer sceglie la sua nuova patria nel 1987: in Svezia governano i socialdemocratici eredi di Olof Palme, assassinato l'anno precedente, e le frontiere sono aperte a chiunque voglia provare a integrarsi. Da etiope che ha girato il mondo (è un mezzofondista di buona qualità, la sua specialità sono i 10mila metri), sa che la pace non è un'utopia: "Il mio paese era devastato dall'infinita guerra con l'Eritrea. Io volevo un'altra vita e chiesi di fermarmi qui", dirà anni dopo a un cronista del quotidiano della sera Expressen. A Skara, quattro ore di auto da Stoccolma, sposa la connazionale Kelemework, che fa il medico e in famiglia chiamano tutti "Kelem". Il primo figlio arriva parecchi anni dopo, il 10 aprile 1996. Gli danno un nome di origine ebraica, Elias, come peraltro al secondo, Mikael (1998), e all'ultimo, Rafael (2006). Dall'Etiopia proprio in quegli anni anni decine di migliaia di ebrei di colore, i falascià, vengono trasferiti in Israele con un ponte aereo in tre fasi: l'operazione Mosè, l'operazione Giosuè e l'operazione Salomone. Chissà, forse l'impresa colpisce la fantasia degli Ymer, profughi in Svezia.
Wondwosen, che intanto s'è laureato in agraria e ha trovato lavoro in un'azienda casearia, spera che i ragazzi provino a correre veloce come lui. Invece un giorno vede in tv un vecchio video di un match di Michael Chang e lo mostra anche a Elias, che racconterà qualche anno dopo: "E' vero, papà guardava tanto tennis. Sono cresciuto idolatrando Andre Agassi, il primo giocatore per cui ho tifato". Per il bambino - ancora alle elementari - è una folgorazione. Non si placa finché non comincia a tirare i primi colpi. Presto gli viene concesso di allenarsi, gratis, nel circolo di Skara. Lo segue, passo dopo passo, Mikael, che adesso è numero 362 al mondo e la scorsa settimana ha mancato le qualificazioni al Challenger di Vicenza. Dopo qualche anno, anche Rafael impugna la sua prima racchetta.
Capita che qualcuno dica a Magnus Norman, uno degli ultimi campioni forgiati dalla fucina svedese, che nella cittadina a 130 chilometri a nord ovest di Goteborg, "ci sono due fratelli che giocano come veterani". il numero 2 ATP nel 2000 va a Skara e li guarda tirarsi bordate da fondo campo. Li raccomanda alla federazione, che li adotta e li fa crescere tenendoli lontani dai riflettori. Elias esce allo scoperto a 17 anni. In patria, a corto, di fuoriclasse da troppi anni, molti vorrebbero bruciasse le tappe, e lui non li delude: nel 2013 wildcard agli Open di Svezia a Bastad, nel 2104 vittoria su Mikhail Kukushkin nel primo round dello stesso torneo, poi cinque successi nei Futures, esordio al Masters 250 di Chennai dove elimina Igor Sijsling, nel 2015 primo titolo in un Challenger, a Caltanissetta, e poi finale a Wimbledon (ma il titolo va al gigante americano Reilly Opelka, alto 211 centimetri).
Troppa grazia in poco tempo, forse. La corsa di Elias rallenta. Non riesce ad entrare tra i Top 100: il suo miglior piazzamento nel ranking ATP è a quota 118, nel 2016. L'estate scorsa comincia la collaborazione con Robin Söderling, lo svedese protagonista di primo piano alla fine del decennio scorso, fermato a 26 anni da una perniciosa forma di mononucleosi dopo le finali al Roland Garros nel 2009 e nel 2010 e il successo al Masters 1000 di Bercy. ancora nel 2010. Per l'ex numero 4 al mondo è l'esordio come coach, e subito dimostra di saperci fare. Grazie a lui arrivano risultati incoraggianti e la classifica di Elias migliora rapidamente: da oggi è il virtuale numero 106 al mondo. Nel torneo di qualificazione del Roland Garros, la scorsa settimana, elimina il kazako Nedovjesov, l'argentino Bagnis, l'indiano Gunneswaran e oggi, al primo turno del main draw, lascia le poco più delle briciole all'esperto israeliano Dudi Sela: 7-6 6-3 6-1.
Tennis muscolare, quello di Ymer, come peraltro era ipermuscolare il suo idolo Mike Tyson. Dovrà farci i conti, giovedì, Fabio Fognini, oggi molto convincente nell'esordio contro lo spagnolo Pablo Andujar, numero 128 ATP ma 32 nel 2015, sconfitto in tre set (6-4 6-4 6-1). Il ligure ha dominato l'incontro e, soprattutto, non ha mai dato segni di nervosismo, lasciando addirittura all'avversario il ruolo del guastafeste in occasione di una protesta durata minuti per una palla contestata. Il pubblico del nuovo campo numero 7, inaugurato quest'anno tra gli stadi Chatrier (dove nel frattempo Simone Bolelli faceva soffrire Rafael Nadal più di quanto ci si attendesse: bravissimo) e Lenglen, anche per questo motivo ha sostenuto l'azzurro senza sosta: è quanto di cui Fabio ha bisogno.
Degli undici italiani in gara al primo turno degli Open di Francia passano dunque quattro uomini (Matteo Berrettini, Marco Cecchinato, Fognini e Thomas Fabbiano, che ha concluso vittoriosamente il confronto con l'australiano Matthew Ebden, sospeso ieri per la pioggia, con un eloquente 6-4 5-7 6-2 3-6 6-2) e la sola Camila Giorgi. È uscito di scena anche Paolo Lorenzi, mai in grado di mettere in difficolta Kevin Anderson.
Twitter@claudiogiua
Wondwosen, che intanto s'è laureato in agraria e ha trovato lavoro in un'azienda casearia, spera che i ragazzi provino a correre veloce come lui. Invece un giorno vede in tv un vecchio video di un match di Michael Chang e lo mostra anche a Elias, che racconterà qualche anno dopo: "E' vero, papà guardava tanto tennis. Sono cresciuto idolatrando Andre Agassi, il primo giocatore per cui ho tifato". Per il bambino - ancora alle elementari - è una folgorazione. Non si placa finché non comincia a tirare i primi colpi. Presto gli viene concesso di allenarsi, gratis, nel circolo di Skara. Lo segue, passo dopo passo, Mikael, che adesso è numero 362 al mondo e la scorsa settimana ha mancato le qualificazioni al Challenger di Vicenza. Dopo qualche anno, anche Rafael impugna la sua prima racchetta.
Capita che qualcuno dica a Magnus Norman, uno degli ultimi campioni forgiati dalla fucina svedese, che nella cittadina a 130 chilometri a nord ovest di Goteborg, "ci sono due fratelli che giocano come veterani". il numero 2 ATP nel 2000 va a Skara e li guarda tirarsi bordate da fondo campo. Li raccomanda alla federazione, che li adotta e li fa crescere tenendoli lontani dai riflettori. Elias esce allo scoperto a 17 anni. In patria, a corto, di fuoriclasse da troppi anni, molti vorrebbero bruciasse le tappe, e lui non li delude: nel 2013 wildcard agli Open di Svezia a Bastad, nel 2104 vittoria su Mikhail Kukushkin nel primo round dello stesso torneo, poi cinque successi nei Futures, esordio al Masters 250 di Chennai dove elimina Igor Sijsling, nel 2015 primo titolo in un Challenger, a Caltanissetta, e poi finale a Wimbledon (ma il titolo va al gigante americano Reilly Opelka, alto 211 centimetri).
Troppa grazia in poco tempo, forse. La corsa di Elias rallenta. Non riesce ad entrare tra i Top 100: il suo miglior piazzamento nel ranking ATP è a quota 118, nel 2016. L'estate scorsa comincia la collaborazione con Robin Söderling, lo svedese protagonista di primo piano alla fine del decennio scorso, fermato a 26 anni da una perniciosa forma di mononucleosi dopo le finali al Roland Garros nel 2009 e nel 2010 e il successo al Masters 1000 di Bercy. ancora nel 2010. Per l'ex numero 4 al mondo è l'esordio come coach, e subito dimostra di saperci fare. Grazie a lui arrivano risultati incoraggianti e la classifica di Elias migliora rapidamente: da oggi è il virtuale numero 106 al mondo. Nel torneo di qualificazione del Roland Garros, la scorsa settimana, elimina il kazako Nedovjesov, l'argentino Bagnis, l'indiano Gunneswaran e oggi, al primo turno del main draw, lascia le poco più delle briciole all'esperto israeliano Dudi Sela: 7-6 6-3 6-1.
Tennis muscolare, quello di Ymer, come peraltro era ipermuscolare il suo idolo Mike Tyson. Dovrà farci i conti, giovedì, Fabio Fognini, oggi molto convincente nell'esordio contro lo spagnolo Pablo Andujar, numero 128 ATP ma 32 nel 2015, sconfitto in tre set (6-4 6-4 6-1). Il ligure ha dominato l'incontro e, soprattutto, non ha mai dato segni di nervosismo, lasciando addirittura all'avversario il ruolo del guastafeste in occasione di una protesta durata minuti per una palla contestata. Il pubblico del nuovo campo numero 7, inaugurato quest'anno tra gli stadi Chatrier (dove nel frattempo Simone Bolelli faceva soffrire Rafael Nadal più di quanto ci si attendesse: bravissimo) e Lenglen, anche per questo motivo ha sostenuto l'azzurro senza sosta: è quanto di cui Fabio ha bisogno.
Degli undici italiani in gara al primo turno degli Open di Francia passano dunque quattro uomini (Matteo Berrettini, Marco Cecchinato, Fognini e Thomas Fabbiano, che ha concluso vittoriosamente il confronto con l'australiano Matthew Ebden, sospeso ieri per la pioggia, con un eloquente 6-4 5-7 6-2 3-6 6-2) e la sola Camila Giorgi. È uscito di scena anche Paolo Lorenzi, mai in grado di mettere in difficolta Kevin Anderson.
Twitter@claudiogiua