Scrivendo ieri dei giovani talenti di origine russa Denis Shapovalov, canadese, e Stefanos Tsitsipas, greco, sono finito a parlare del ruolo della disciplina nella costruzione di un campione: nei casi loro e di Alexander Zverev (che oggi ha oltremodo sofferto contro il bosniaco Damir Dzumhur) sembra decisivo avere avuto genitori che furono atleti di prima grandezza nell'Unione Sovietica, dove lo sport era sacrificio e, insieme, ascensore sociale. Una volta emigrati in Occidente alla ricerca di fortuna, i vari Julia, Tessa, Viktor, Irina, Alexander Sr. hanno impostato l'educazione dei figli secondo gli stessi principi: se vuoi farcela, non devi sgarrare; se hai grilli per la testa, lascia perdere. Julia Salnikova, madre di Tsitsipas, ha detto giorni fa a Ben Rothenberg del New York Times: "Mi arrabbiavo se il riscaldamento pre-partita non veniva fatto correttamente o quando vedevo comportamenti impropri. Nel mio paese eravamo intransigenti su queste cose. Non soltanto noi del tennis: era quella la cultura dello sport, allora".
Novak Djokovic, nato quando la Serbia era una repubblica della Jugoslavia socialista, ha parecchio da dire sul tema. Riferendosi alla necessità di darsi precise regole alimentari, nel libro "Il punto vincente" (Sperling & Kupfer, 2013) racconta: "Quanta disciplina (serve ndr)? Nel gennaio 2012, quando ho battuto Nadal a Melbourne, l'incontro è durato cinque ore e 53 minuti: il più lungo nella storia dello Slam d'Australia e la più lunga finale di singolo nell'era degli Open. Dopo la vittoria sono andato a sedermi nello spogliatoio. Avevo un solo desiderio: sentire il sapore del cioccolato. Non ne mangiavo più dall'estate 2010. Miljan mi ha portato una barretta. Ne ho staccato un quadratino - un solo minuscolo quadratino - l'ho infilato in bocca e lasciato sciogliere sulla lingua. Non potevo concedermene di più. Ecco quanta disciplina ci vuole per diventare il numero 1". Adesso, a 31 anni appena compiuti e con 110 milioni di dollari di premi incassati, Nole tenta di rispondere al medesimo quesito: a quanta disciplina deve e vuole sottoporsi per tornare a essere, se non il capofila del ranking ATP, almeno un Top 5? Aver rinunciato ai consigli di coach ex campioni come Boris Becker e Andre Agassi per contare soltanto sullo staff guidato da Marian Vajda, con il quale ha vinto tutto tra il 2008 e il 2016, è un segnale preciso: si riparte dai fondamentali, dal fisico e dalla concentrazione. La giornata tipica del serbo è tornata a essere quella di dieci anni fa: colazione "perfettamente equilibrata"; alle 8.30 primo incontro di un'ora e mezza con allenatore e fisioterapista, reidratazione con acqua tiepida, poi speciale bibita energetica e massaggi; il pranzo è "di soli carboidrati, che rientrano nel mio regime senza glutine e latticini"; pesi o fasce elastiche per un'ora; nuovo beverone prima della sessione di novanta minuti in campo; stretching e massaggi; cena a base di proteine e verdure; prima di dormire, un'ora di concentrazione o lettura.
Bastano tanto rigore e tanta applicazione? Per ora non sembra. Novak è più tonico e reattivo rispetto a qualche mese fa ma è tremebondo e nervoso. Oggi, sul rettangolo rosso dello stadio dedicato a Suzanne Lenglen, opposto allo spagnolo Roberto Bautista Agut, 30 anni, numero 13 ATP (lui è 22), è raramente riuscito a trasformare i punti di break conquistati (8 su 18) e a confezionare le sventagliate da fondo campo delle quali ha dato per anni lezioni gratuite ai colleghi. Troppo falloso e impreciso, nel tie break del secondo set ha sprecato un facilissimo dritto sotto rete che gli avrebbe consegnato un vantaggio di due parziali a zero. A fare le spese del banale errore, la sua racchetta Head, fatta a pezzi.
Bautista Agut ha disputato un eccellente match, soprattutto in considerazione della sua precaria situazione emotiva: pochi giorni fa ha perso la madre, negoziante a Castellon de la Plana. Gli interminabili rally, durante i quali con il back ha impedito la riedizione delle antiche micidiali accelerazioni dell'avversario, gli hanno spesso dato modo di avanzare e chiudere con intelligenti contropiede. Soltanto nel quarto set ha dovuto lasciare il passo alla testarda costanza e alla superiore qualità del gioco di Djokovic, che ha prevalso per 6-4 6-7 7-6 6-2 in tre ore e 48 minuti.
Come mi dice Stefano Semeraro, che fa le telecronache per Eurosport e scrive per la Stampa, l'ex numero 1 deve recuperare le sensazioni di quando era tennisticamente onnivoro e insaziabile: "I suoi problemi sono esclusivamente psicologici. E' incostante e ne è consapevole: l'ha spiegato bene in un'intervista all'Equipe. Non può comunque continuare a dare la colpa al guaio al braccio, che l'ha condizionato per mesi costringendolo a sottoporsi a un intervento. È roba vecchia, passi oltre". Intanto Nole approda agli ottavi di finale del Roland Garros per la dodicesima volta in carriera. Rinfrancato ma non del tutto sicuro dei propri mezzi, affronterà un altro spagnolo di grande esperienza, Fernando Verdasco, che oggi ha eliminato con autorevolezza (7-6 6-2 6-4) Grigor Dimitrov, trionfatore delle ultime Masters Finals londinesi. Spero si conceda, magari prima del match, due quadratini di cioccolato.
Twitter@claudiogiua
Novak Djokovic, nato quando la Serbia era una repubblica della Jugoslavia socialista, ha parecchio da dire sul tema. Riferendosi alla necessità di darsi precise regole alimentari, nel libro "Il punto vincente" (Sperling & Kupfer, 2013) racconta: "Quanta disciplina (serve ndr)? Nel gennaio 2012, quando ho battuto Nadal a Melbourne, l'incontro è durato cinque ore e 53 minuti: il più lungo nella storia dello Slam d'Australia e la più lunga finale di singolo nell'era degli Open. Dopo la vittoria sono andato a sedermi nello spogliatoio. Avevo un solo desiderio: sentire il sapore del cioccolato. Non ne mangiavo più dall'estate 2010. Miljan mi ha portato una barretta. Ne ho staccato un quadratino - un solo minuscolo quadratino - l'ho infilato in bocca e lasciato sciogliere sulla lingua. Non potevo concedermene di più. Ecco quanta disciplina ci vuole per diventare il numero 1". Adesso, a 31 anni appena compiuti e con 110 milioni di dollari di premi incassati, Nole tenta di rispondere al medesimo quesito: a quanta disciplina deve e vuole sottoporsi per tornare a essere, se non il capofila del ranking ATP, almeno un Top 5? Aver rinunciato ai consigli di coach ex campioni come Boris Becker e Andre Agassi per contare soltanto sullo staff guidato da Marian Vajda, con il quale ha vinto tutto tra il 2008 e il 2016, è un segnale preciso: si riparte dai fondamentali, dal fisico e dalla concentrazione. La giornata tipica del serbo è tornata a essere quella di dieci anni fa: colazione "perfettamente equilibrata"; alle 8.30 primo incontro di un'ora e mezza con allenatore e fisioterapista, reidratazione con acqua tiepida, poi speciale bibita energetica e massaggi; il pranzo è "di soli carboidrati, che rientrano nel mio regime senza glutine e latticini"; pesi o fasce elastiche per un'ora; nuovo beverone prima della sessione di novanta minuti in campo; stretching e massaggi; cena a base di proteine e verdure; prima di dormire, un'ora di concentrazione o lettura.
Bastano tanto rigore e tanta applicazione? Per ora non sembra. Novak è più tonico e reattivo rispetto a qualche mese fa ma è tremebondo e nervoso. Oggi, sul rettangolo rosso dello stadio dedicato a Suzanne Lenglen, opposto allo spagnolo Roberto Bautista Agut, 30 anni, numero 13 ATP (lui è 22), è raramente riuscito a trasformare i punti di break conquistati (8 su 18) e a confezionare le sventagliate da fondo campo delle quali ha dato per anni lezioni gratuite ai colleghi. Troppo falloso e impreciso, nel tie break del secondo set ha sprecato un facilissimo dritto sotto rete che gli avrebbe consegnato un vantaggio di due parziali a zero. A fare le spese del banale errore, la sua racchetta Head, fatta a pezzi.
Bautista Agut ha disputato un eccellente match, soprattutto in considerazione della sua precaria situazione emotiva: pochi giorni fa ha perso la madre, negoziante a Castellon de la Plana. Gli interminabili rally, durante i quali con il back ha impedito la riedizione delle antiche micidiali accelerazioni dell'avversario, gli hanno spesso dato modo di avanzare e chiudere con intelligenti contropiede. Soltanto nel quarto set ha dovuto lasciare il passo alla testarda costanza e alla superiore qualità del gioco di Djokovic, che ha prevalso per 6-4 6-7 7-6 6-2 in tre ore e 48 minuti.
Come mi dice Stefano Semeraro, che fa le telecronache per Eurosport e scrive per la Stampa, l'ex numero 1 deve recuperare le sensazioni di quando era tennisticamente onnivoro e insaziabile: "I suoi problemi sono esclusivamente psicologici. E' incostante e ne è consapevole: l'ha spiegato bene in un'intervista all'Equipe. Non può comunque continuare a dare la colpa al guaio al braccio, che l'ha condizionato per mesi costringendolo a sottoporsi a un intervento. È roba vecchia, passi oltre". Intanto Nole approda agli ottavi di finale del Roland Garros per la dodicesima volta in carriera. Rinfrancato ma non del tutto sicuro dei propri mezzi, affronterà un altro spagnolo di grande esperienza, Fernando Verdasco, che oggi ha eliminato con autorevolezza (7-6 6-2 6-4) Grigor Dimitrov, trionfatore delle ultime Masters Finals londinesi. Spero si conceda, magari prima del match, due quadratini di cioccolato.
Twitter@claudiogiua