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Evviva, nonostante Matteo

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Finisce tra le lacrime la preview di Canadian Power, una delle sceneggiature che saranno più replicate nel tennis prossimo venturo, protagonisti Denis Shapovalov, nato a Tel Aviv il 15 aprile 1999 da genitori (Tessa ebrea, Viktor ortodosso) cresciuti in Unione Sovietica e trasferiti definitivamente a Toronto quando il figlio aveva pochi mesi, e Felix Auger-Aliassime, nato l'8 agosto 2000, giorno del diciannovesimo compleanno di Roger Federer, mamma del Quebec (Marie Auger) e papà originario del Togo (Sam Aliassime), casa a L'Ancienne-Lorette. In due, Denis e Felix mettono insieme poco più di 37 anni: guarda caso, l'età dello svizzero più noto del millennio. Di Shapo abbiamo detto (e scritto, per quanto mi riguarda) parecchio. Del suo giovane amico e frequente compagno di doppio avremo modo e tempo di fare altrettanto. Per ora basti ricordare che ha vinto gli Us Open junior nel 2016, ha conquistato il primo punto ATP a 14 anni, 11 mesi e 3 giorni (mai nessuno ha fatto altrettanto in questo secolo), è il settimo più giovane tennista della storia ad aver alzato il trofeo di un torneo Challenger, a 16 anni e 10 mesi. Sarà con Denis un coccolato protagonista delle prossime Next Gen Finals a Milano, in novembre.

Il match di ieri nel Grandstand di Flushing Meadows ha confermato le qualità di Felix: fondamentali solidi con diritto spesso letale, servizio in kick, visione lucida della strategia in campo. Ha messo in difficoltà Shapo nel primo set, che poi gli ha lasciato, mentre nel secondo ha mostrato di non avere tentennamenti nelle fasi di predominio. A fermarlo sul 5-7 7-5 1-4 un malessere probabilmente dovuto alla temperatura percepita, 33 gradi con 71 per cento di umidità. Da lì, le lacrime.
 
Parliamo degli italiani. I vecchi resistono con tenacia, i ragazzi si fanno valere seppure con qualche comprensibile incertezza. Se il paese somigliasse al suo tennis, sarei meno preoccupato circa il suo futuro. Nel tumultuoso giorno d'esordio degli Us Open passano il turno quattro dei cinque azzurri in campo (oggi tenteranno l'impresa gli altri quattro, Fabio Fognini, Marco Cecchinato, Federico Gaio e Stefano Travaglia). Il primo a centrare l'obiettivo, sulla carta ben oltre la sua attuale gittata, è Paolo Lorenzi, che sul campo 13 affronta il migliore top player classe 1995, il numero 16 al mondo Kyle Edmund, semifinalista in gennaio a Melbourne e approdato agli ottavi di Flushing Meadows nel 2016. Il senese, al momento numero 116 ATP perché l'algoritmo gli sta facendo scontare gli ottavi di finale raggiunti l'anno scorso nello stesso torneo, è in giornata felice nonostante debba cedere di misura il primo set. Poi impone via via il proprio gioco, fondato sulle variazioni di ritmo e direzione. Il secondo e il terzo set vedono il progressivo cedimento fisico del britannico di origine sudafricana, che non rincorre più alcuna palla. Il quarto set è a senso unico. Finisce 4-6 6-4 7-6 6-1 in 3 ore e 12 minuti. 
 
Anche Lorenzo Sonego, entrato in tabellone come lucky loser, prevale grazie alla volontà e alla migliore tenuta atletica. Opposto al glorioso mancino Gilles Muller, 35 anni, il torinese, 23 anni, da oggi potenziale numero 102 al mondo, fa il proprio capolavoro nel tie break del quarto set, che riacciuffa grazie al mood psicoagonistico che lui descrive così: "Non so cosa sia la tensione di un match". Nei set precedenti l'equilibrio era stato quasi perfetto, con altri due tie break equamente spartiti e un 5-7 fortunoso a favore di Muller. Il quale, subito dopo aver incassato il ricongiungimento con due parziali a testa, schianta: a nulla giova il laborioso intervento del medico. I 59 game del 7-6 6-7 5-7 7-6 6-2 impegnano per 4 ore e un quarto il giovane scoperto e allenato da Giampiero "Gipo" Arbino: tutta fatica da smaltire prima del secondo turno, mercoledì, contro Karen Khachanov.
 
Nemmeno il coriaceo californiano Sam Querrey, 35 ATP, resiste al caldo newyorkese e al ritmo teutonico di Andreas Seppi. Il match è lottato per meno di un'ora, poi il sudtirolese si limita a calibrare gli sforzi, tant'è evidente lo squilibrio in termini atletici. L'americano non torna in campo dopo il terzo game del quarto set (6-7 6-4 6-2 2-1). 
 
Non posso dire nulla della prestazione - che non ho visto - di Camila Giorgi, che batte 6-4 6-1 in un'ora e 13 minuti una ragazzina americana di 16 anni, Whitney Osuigwe, 391 del ranking WTA. Ho invece seguito con qualche disappunto quella di Matteo Berrettini. Il romano cede a Denis Kudla, americano nato a Kiev, 26 anni, 72 ATP, senza mai dare la sensazione di avere il controllo del match. Sempre in affanno, non trasforma le occasioni di break e risulta meno efficace del solito alla risposta. Anche il servizio lo tradisce più di una volta. La partita potrebbe cambiare direzione nel secondo set, ma Matteo spreca due set point alla risposta. Il contraccolpo si evidenzia subito dopo, nel terzo set quasi senza storia. Il match si chiude sul 6-4 7-5 6-2 dopo 2 ore e 16 minuti. Ma sono io a sbagliare: non si può pretendere troppo da un giovane che in un anno e mezzo ha mostrato inattesi passi in avanti, fino a vincere il primo torneo ATP a Gstaad a fine luglio. Diamogli tempo. 

P.S. A proposito del titolo di questo commento: va a pennello anche per vicende, del passato e di questi giorni, che nulla hanno a che fare con il tennis. Un passepartout o un divertissement, direbbe Felix Auger-Aliassime.
Twitter @claudiogiua