La domanda, perfida ma inevitabile, arriva via telefono mentre Novak Djokovic sta salutando il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium dopo aver eliminato in scioltezza (6-3 6-4 6-3) João Sousa, 29 anni, 49 ATP, nel suo ottavo di finale. È una domanda a me, mica al serbo, da parte di Francesco Benvenuti, Lorenzo Di Benedetto e Tommaso Bonan del RMC Sport Live Show: “Chi prevedi vincerà gli Us Open?”. Sarà perché ho appena seguito Nole liberarsi in due ore esatte del portoghese che s’allena a Barcellona, sarà perché mi piace il suo attuale tennis poco appariscente e parecchio redditizio (merito di Marian Vajda, tornato in primavera suo coach a tempo pieno), fatto sta che scelgo, seduta stante, il serbo come mio favorito.
Chiusa la breve intervista radiofonica, m’attanagliano i dubbi. Il primo è: quanti m’hanno ascoltato cosa penseranno se mercoledì Roger Federer batterà Djokovic nei quarti? Non so né immagino che tra poche ore lo svizzero sarà invece maltrattato e mandato a casa in anticipo da John Millman, 29 anni, miglior ranking in carriera il quarantanovesimo piazzamento di due mesi fa: uno del quale solo noi italiani conosciamo qualcosa perché in aprile è stato l’avversario sconfitto da Marco Cecchinato nella finale del 250 di Budapest (l’unica mai raggiunta in un torneo ATP), dopo la quale è decollata la carriera del palermitano, e la scorsa settimana ha umiliato Fabio Fognini qui al Queens al secondo turno in quattro set.
Il match è caratterizzato dal diverso atteggiamento in campo del numero 2 al mondo e di Millman: il primo nervoso e confuso, l’altro adrenalinico e lucido. È molto aggressivo. Gli effetti più evidenti sono le perduranti difficoltà di Roger quando attacca per accorciare la durata degli scambi e i pochissimi errori dell’australiano, di mano felicissima con i passanti. Lo svizzero non è mai in grado di riprendere le redini di una partita per lui impazzita, mentre Millman - che negli Slam su hard ed erba vanta buoni record, con più terzi turni raggiunti - è perfetto nei momenti decisivi, come dimostra la sequenza dei punteggi: 3-6 7-5 7-6 7-6. La partita finisce quando a New York è quasi l’una di notte.
Ecco, ad ogni buon conto, gli altri dubbi che mi vengono dopo la sparata in diretta su RMC: sono proprio sicuro che Nadal, che finora ha ceduto solo due set (5-7 a Karen Khachanov al terzo turno, 6-7 a Nikoloz Basilashvili negli ottavi), non ripeterà l’impresa dello scorso anno, quando trionfò a Parigi e poi a New York? E perché escludo che Juan Martin Del Potro, Kei Nishikori o Marin Cilic non potranno dire la loro fino all’ultimo atto? Mentre m’alambicco con questi oziosi quesiti, mi rendo conto che, degli otto approdati ai quarti di finale, solo Dominic Thiem è nato nei Novanta (ha compito 25 anni da poche ore), mentre gli altri sono del lustro tra il 1985 e il 1989.
Sbaglio dunque a usare, di solito, metà dello spazio concessomi da Repubblica.it per raccontare le imprese deo poco più che imberbi Zverev, Tsitsipas, Shapovalov, De Minaur e Berrettini se poi sono costretto a passare la seconda settimana di Flushing Meadows a occuparmi dei soliti noti, gli esclusivisti del Grande Tennis dell’ultimo quindicennio? La risposta è no. Per due ragioni: la più generale è che nello sport la cronaca del presente deve sempre accompagnarsi alle previsioni per il futuro, perché la ricerca e magari la scoperta anticipata del nuovo campione affascinano ogni appassionato. L’altra ragione ha a che fare con una caratteristica negativa dei talenti che si sono affacciati alla ribalta nelle ultime due o tre stagioni: tardano ad adattarsi agli Slam, che per il main draw prevedono solo match al meglio dei cinque set. Il tedesco Alexander Zverev, 21 anni e 4 mesi, numero 4 al mondo, ha vinto nove tornei ATP ma finora ha giocato un solo quarto di finale di major, all’ultimo Roland Garros; il greco Stefanos Tsitsipas, 20 anni, ha raggiunto il quarto turno a Wimbledon in luglio, un ottimo risultato per un quasi esordiente eppure non abbastanza per sostenere che i tornei sulla lunga distanza siano già alla sua portata; il canadese Denis Shapovalov, 19 anni e 4 mesi, non ha più ripetuto l’exploit newyorkese del 2017, il quarto turno provenendo dalle qualificazioni. All’australiano Alex De Minaur, 19 anni e 6 mesi, all’americano Frances Tiafoe, 20 anni e 8 mesi, e al canadese Felix Auger-Aliassime, 18 anni e un mese, è troppo presto chiedere percorsi netti in tornei così faticosi, nonostante alla loro età Bjorn Borg, Boris Becker, Michael Chang o Rafael Nadal avessero già cominciato a contare i trionfi negli Slam. Tuttavia, convinto come sono che ogni transizione vada incoraggiata, continuerò a scrivere dei loro faticosi progressi.
Con la clamorosa sconfitta di Federer s’è definito il quadro dei quarti di finale. Una partita su tutte, adesso: nell’Arthur Ashe, nella notte italiana tra martedì e mercoledì, Nadal vs. Thiem. Nel pomeriggio precedente è programmato lo scontro tra i giganti Del Potro e Isner. Ovviamente, fari puntati, il giorno dopo, su Millman che tenterà di ripetersi contro Djokovic. Si chiuderà con Cilic vs. Nishikori. Il croato e il giapponese hanno entrambi impiegato meno di due ore e mezza per aver ragione in tre set, rispettivamente, di David Goffin (7-6 6-2 6-4) e Philipp Kohlschreiber (6-3 6-2 7-5). Prove di forza che mettono a rischio, in prospettiva, la realizzazione del mio pronostico a favore di Djokovic. Che a questo punto deve fare il possibile per tornare ad alzare la coppa a Flushing Meadows, come fece nel 2011 e nel 2015: altrimenti sai che figuraccia (la mia)!
Twitter @claudiogiua
Chiusa la breve intervista radiofonica, m’attanagliano i dubbi. Il primo è: quanti m’hanno ascoltato cosa penseranno se mercoledì Roger Federer batterà Djokovic nei quarti? Non so né immagino che tra poche ore lo svizzero sarà invece maltrattato e mandato a casa in anticipo da John Millman, 29 anni, miglior ranking in carriera il quarantanovesimo piazzamento di due mesi fa: uno del quale solo noi italiani conosciamo qualcosa perché in aprile è stato l’avversario sconfitto da Marco Cecchinato nella finale del 250 di Budapest (l’unica mai raggiunta in un torneo ATP), dopo la quale è decollata la carriera del palermitano, e la scorsa settimana ha umiliato Fabio Fognini qui al Queens al secondo turno in quattro set.
Il match è caratterizzato dal diverso atteggiamento in campo del numero 2 al mondo e di Millman: il primo nervoso e confuso, l’altro adrenalinico e lucido. È molto aggressivo. Gli effetti più evidenti sono le perduranti difficoltà di Roger quando attacca per accorciare la durata degli scambi e i pochissimi errori dell’australiano, di mano felicissima con i passanti. Lo svizzero non è mai in grado di riprendere le redini di una partita per lui impazzita, mentre Millman - che negli Slam su hard ed erba vanta buoni record, con più terzi turni raggiunti - è perfetto nei momenti decisivi, come dimostra la sequenza dei punteggi: 3-6 7-5 7-6 7-6. La partita finisce quando a New York è quasi l’una di notte.
Ecco, ad ogni buon conto, gli altri dubbi che mi vengono dopo la sparata in diretta su RMC: sono proprio sicuro che Nadal, che finora ha ceduto solo due set (5-7 a Karen Khachanov al terzo turno, 6-7 a Nikoloz Basilashvili negli ottavi), non ripeterà l’impresa dello scorso anno, quando trionfò a Parigi e poi a New York? E perché escludo che Juan Martin Del Potro, Kei Nishikori o Marin Cilic non potranno dire la loro fino all’ultimo atto? Mentre m’alambicco con questi oziosi quesiti, mi rendo conto che, degli otto approdati ai quarti di finale, solo Dominic Thiem è nato nei Novanta (ha compito 25 anni da poche ore), mentre gli altri sono del lustro tra il 1985 e il 1989.
Sbaglio dunque a usare, di solito, metà dello spazio concessomi da Repubblica.it per raccontare le imprese deo poco più che imberbi Zverev, Tsitsipas, Shapovalov, De Minaur e Berrettini se poi sono costretto a passare la seconda settimana di Flushing Meadows a occuparmi dei soliti noti, gli esclusivisti del Grande Tennis dell’ultimo quindicennio? La risposta è no. Per due ragioni: la più generale è che nello sport la cronaca del presente deve sempre accompagnarsi alle previsioni per il futuro, perché la ricerca e magari la scoperta anticipata del nuovo campione affascinano ogni appassionato. L’altra ragione ha a che fare con una caratteristica negativa dei talenti che si sono affacciati alla ribalta nelle ultime due o tre stagioni: tardano ad adattarsi agli Slam, che per il main draw prevedono solo match al meglio dei cinque set. Il tedesco Alexander Zverev, 21 anni e 4 mesi, numero 4 al mondo, ha vinto nove tornei ATP ma finora ha giocato un solo quarto di finale di major, all’ultimo Roland Garros; il greco Stefanos Tsitsipas, 20 anni, ha raggiunto il quarto turno a Wimbledon in luglio, un ottimo risultato per un quasi esordiente eppure non abbastanza per sostenere che i tornei sulla lunga distanza siano già alla sua portata; il canadese Denis Shapovalov, 19 anni e 4 mesi, non ha più ripetuto l’exploit newyorkese del 2017, il quarto turno provenendo dalle qualificazioni. All’australiano Alex De Minaur, 19 anni e 6 mesi, all’americano Frances Tiafoe, 20 anni e 8 mesi, e al canadese Felix Auger-Aliassime, 18 anni e un mese, è troppo presto chiedere percorsi netti in tornei così faticosi, nonostante alla loro età Bjorn Borg, Boris Becker, Michael Chang o Rafael Nadal avessero già cominciato a contare i trionfi negli Slam. Tuttavia, convinto come sono che ogni transizione vada incoraggiata, continuerò a scrivere dei loro faticosi progressi.
Con la clamorosa sconfitta di Federer s’è definito il quadro dei quarti di finale. Una partita su tutte, adesso: nell’Arthur Ashe, nella notte italiana tra martedì e mercoledì, Nadal vs. Thiem. Nel pomeriggio precedente è programmato lo scontro tra i giganti Del Potro e Isner. Ovviamente, fari puntati, il giorno dopo, su Millman che tenterà di ripetersi contro Djokovic. Si chiuderà con Cilic vs. Nishikori. Il croato e il giapponese hanno entrambi impiegato meno di due ore e mezza per aver ragione in tre set, rispettivamente, di David Goffin (7-6 6-2 6-4) e Philipp Kohlschreiber (6-3 6-2 7-5). Prove di forza che mettono a rischio, in prospettiva, la realizzazione del mio pronostico a favore di Djokovic. Che a questo punto deve fare il possibile per tornare ad alzare la coppa a Flushing Meadows, come fece nel 2011 e nel 2015: altrimenti sai che figuraccia (la mia)!
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